Munnu: un ragazzo, il Kashmir, l’oppressione

Munnu: un ragazzo del Kashmir, Malik Sajad
(Add editore, 2020 – trad. J. Scassa)

MUNNU_webMunnu (ritratto nella copertina del libro qui a fianco) ha sette anni e vive in Kashmir. Fin da subito, si nota che il bambino non è come tutti gli altri: il suo corpo è ricoperto da una corta peluria setolosa e sulla sua testa svettano piccole corna da cervo. E non solo lui, ma pure i membri della sua famiglia, i suoi vicini di casa, i suoi amici e tutti gli altri kashmiri mostrano fattezze di cervi. Anzi, per essere precisi, sono ritratti come gli hangul, wapiti endemici del Kashmir e della regione nord dell’India confinante. Attualmente, questi animali sono a rischio estinzione. Per mezzo di questo parallelismo – che tanto ricorda il Maus di Art Spiegelman – l’autore del fumetto Malik Sajad mette fin da subito in luce l’aspra realtà degli abitanti della regione: è una popolazione devastata dalle continue occupazioni che nei secoli hanno ridotto a brandelli il territorio, a partire dai tempi della dinastia Moghul fino ad arrivare alle recenti rivendicazioni da parte di India e Pakistan, il vero oggetto della narrazione del volume.

Infatti, fin dal 1947, anno dell’indipendenza dal Regno Unito di India e Pakistan, province della vecchia India Britannica, il Kashmir si trovò sfortunatamente chiuso tra due fuochi. Desideroso di indipendenza, il territorio venne invece ceduto all’India dall’ultimo Maharaja. Il governo di Nuova Delhi decise così di inviare il suo esercito nella regione a fronteggiare quello pachistano, che, nel mentre, aveva superato il confine per muovere le rivendicazioni del proprio paese facendo leva sull’identità musulmana della popolazione del Kashmir. L’ONU tentò di porre fine alla guerra con la risoluzione del 1949, in cui 1/3 del territorio venne ceduto al Pakistan, mentre i restanti 2/3 (lo Stato di Jammu e Kashmir) rimasero sotto la sovranità indiana: il confine (la linea di controllo, L.O.C.) divenne la vecchia linea del cessate-il-fuoco, negoziata grazie alle Nazioni Unite. Ma il conflitto non è finito, è continuato per oltre 70 anni (anzi, continua tuttora) e ha visto l’insorgere sempre maggiore di gruppi indipendentisti kashmiri, come il Jammu & Kashmir Liberation Front (Jklf).*

Dopo questa breve parentesi storica, torniamo al fumetto in questione: ci troviamo dunque nella valle del Kashmir, la vasta vallata intermontana che ospita Srinagar, la capitale estiva dello stato indiano. È qui che vive Munnu. Sajad ci descrive così la storia recente del Kashmir attraverso gli occhi del giovane Munnu, alter-ego dell’autore.

La vita del bambino risulta completamente soffocata dal regime militare che l’occupazione indiana sul territorio ha instaurato: la scuola è chiusa, ovunque ci sono continui rastrellamenti (durante i quali la polizia porta via coloro che vengono additati come “terroristi”), la gente viene brutalmente picchiata o uccisa per strada e i giovani varcano in segreto il confine con il Pakistan per essere là addestrati all’uso delle armi, in modo da poter condurre una insurrezione armata contro l’India. Tutto ruota attorno alla violenza, alla repressione, al terrore.

L’unico modo che il giovane Munnu trova per sfuggire a quella realtà è tramite il disegno. Suo padre si guadagna da vivere incidendo il legno con classici motivi tradizionali, come le foglie di chinar o i paisley: è un’arte antica, che risveglia nel bambino la fantasia. Così, Munnu inizia a disegnare senza mai fermarsi e diventa sempre più bravo. il primo disegno con cui Munnu diventa famoso a scuola è quello di un fucile AK-47, a dimostrare ancora una volta il peso e l’importanza nefasta che il conflitto ha sulla vita nel Kashmir. Eppure, proprio a partire da quel disegno scaturisce in lui la voglia di raccontare il suo tempo tramite i segni che può lasciare sulla carta: così il piccolo inizia a realizzare vignette politiche che lo porteranno nelle redazioni di giornali locali, dove si afferma come giovane e promettente autore. 

Quella raccontata nell’opera di Malik Sajad è la storia della giovinezza di Munnu, che assume i tratti di un romanzo, anzi, un fumetto di formazione, con uno stile che oscilla tra il realismo più crudo e la vivace irruenza (e ironia) della giovinezza. Il racconto per immagini risulta ritmico grazie a un’abile gestione dei tempi narrativi e delle vignette, in cui l’autore ci permette di varcare le porte del Kashmir degli anni novanta e duemila e di rivivere quel periodo a fianco di Munnu. Siamo costantemente a contatto con il bambino, quindi conosciamo i  suoi pensieri, le sue angosce e i suoi sogni. Numerose sono infatti le sequenze oniriche, che permettono ai lettori di penetrare ancora più a fondo nei turbamenti che affliggono il giovane, che si trova alle prese con una realtà carica di barbarie. Vengono alla mente le parole scritte da Sajad a pagina 218:

Il Kashmir, piuttosto che un paradiso o una madrepatria, appare come un purgatorio senza fine, murato tra le alte montagne, confini e campi minati. Si può piangere, discutere, lamentarsi o chiedere giustizia, ma il ripetersi della stessa tragica sorte ci abitua a una morte dopo l’altra. Un sopravvissuto può solo seppellire il suo senso di colpa chiamando “martiri” quelli che non sono stati così fortunati. L’abitudine ha inibito il dolore.

Quest’ultima frase è in particolar modo d’impatto e sottolinea, da un certo punto di vista, lo stesso concetto tragico espresso ne La peste di Camus, in cui si dice: «l’abitudine alla disperazione è peggiore della disperazione stessa.» Analogia tra le due opere si osserva anche considerando il senso di prigionia, espresso numerose volte sia nel fumetto di Sajad, sia nell’opera del filosofo francese: Orano è sì la casa, ma diventa una prigione, così come la valle del Kashmir appare un purgatorio murato dalle alte montagne che lo cingono.

Si tratta infatti di un’opera vasta e stratificata, in cui la realtà si mescola con la fantasia, il presente con il passato, in un racconto turbolento della storia familiare del giovane Munnu e della grande storia dell’intero Kashmir. Senza alcun dubbio, una delle sequenze più interessanti dell’intero volume è quella dal titolo “Note a piè di pagine” in cui l’autore riassume in poco più di dieci pagine il passato della regione, raccontando anche le leggende sull’origine mitologica della valle. È grazie a queste tavole che possiamo comprendere (seppur parzialmente) quale sia il substrato storico su cui cresce il conflitto moderno. Inoltre, in questo modo l’autore è anche in grado di lanciare al lettore piccoli flash visivi e narrativi sulla mitologia della regione, adottando una leggera variazione dello stile grafico.

In generale, l’intero fumetto gioca sull’alternanza tra bianchi e neri, tra linee rette e tratti sinuosi che richiamano fortemente le intricate e dettagliate decorazioni tipiche dell’arte del Kashmir. Ma non c’è spazio per i dettagli in questo fumetto: lo stile di Sajad è spoglio, ridotto ai minimi termini, e proprio da questo trae la sua forza. L’assenza di particolari scatena nel lettore un processo di ricostruzione parallela degli avvenimenti e delle scene. Contemporaneamente alla lettura e alla osservazione delle vignette, nel cervello appaiono altre immagini, quelle che la mano dell’autore suggeriscono appena.

La rappresentazione così stilizzata delle figure e dei sentimenti permette un ampio processo di immedesimazione e amplifica il valore “universale” dell’opera. È chiaro, è una storia estremamente localizzata e di una barbarie inconcepibile per la maggior parte di noi (sicuramente lo è per me), tuttavia la semplicità del tratto e la raffigurazione dei protagonisti con le fattezze di cervi antropomorfi permettono quasi di abbattere le barriere e le distanze spazio-temporali: i volti degli ungulati sono come maschere, e sotto a quelle maschere potrebbe esserci chiunque. Nonostante i limiti, nonostante le differenze storiche e socio-culturali, nonostante io non possa mai capire davvero la brutalità di un conflitto del genere (la paura dei rastrellamenti, il coprifuoco, la milizia che spara sulla folla), posso sinceramente dire che Malik Sajad e il suo fumetto mi hanno profondamente coinvolto durante la lettura.

In conclusione, con le sue più di 300 pagine, Munnu: un ragazzo del Kashmir si dimostra essere un fumetto corposo e denso di informazioni e dettagli, un fiume di emozioni e di fatti che ritagliano un ampio affresco su un conflitto antico, ma ancora ardente. Le tensioni non sono cessate e la popolazione del Kashmir continua a protestare e morire anche anni dopo la fine del fumetto (l’ultima tavola, che concludeva una lugubre sequenza notturna, riporta l’anno 2012), ma questo lo si poteva prevedere: l’autore, infatti, ci aveva lasciato con un finale aperto, o un non-finale (per niente lieto). La scia del conflitto continua ben oltre la chiusura del volume.

Personalmente, sapevo poco o nulla sui conflitti in Kashmir e devo ammettere che quest’opera ha rappresentato una lettura davvero emozionante, sia dal punto di vista dell’impatto emotivo, sia dell’interesse che è stato in grado di far scaturire in me circa la storia della regione. Sicuramente, è un’opera meritevole di lettura, in cui l’autore ha riversato anni e anni di esperienze personali e testimonianze imprescindibili, a confermare la potenza espressiva della narrazione fumettistica nel racconto delle realtà più terribili e nella documentazione dell’attualità. Nella libreria non sfigura certamente a fianco delle opere di Joe Sacco o Igort, o di Persepolis di Marjane Satrapi, di Maus di Art Spiegelman, di Fax da Sarajevo di Joe Kubert, di Perramus di Sasturain e Breccia, di Kobane Calling di Zerocalcare.

Francesco Biagioli


* Le informazioni espresse in queste brevi righe sono estremamente condensate e riprese sia dal fumetto di cui si parla, sia dalla revisione di alcuni articoli e archivi online le cui informazioni mi sono parse consistenti, come ad esempio questo, o questo, oppure questo. Ovviamente, non mi voglio addentrare troppo in profondità nella materia, sia per limiti personali, sia perché esula in buona parte dagli intenti di questa recensione. Ritengo comunque importante iniziare la trattazione dell’opera di Sajad con un resoconto storico, ma sono anche certo che andare oltre a quanto già scritto sarebbe deleterio.

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