La guerra degli sconfitti: I padri e i vinti di Giovanni Mastrangelo

I padri e i vinti, Giovanni Mastrangelo
(La nave di Teseo, 2020)

Screenshot (125)Dal secondo conflitto mondiale fino agli anni ottanta, passando per il dopoguerra e per il terrorismo rosso, nel suo ultimo romanzo Giovanni Mastrangelo segue lo scorrere del Novecento tracciando un ponte con il nostro presente: la lotta partigiana non meno sanguinolenta di quella fascista, le contraddizioni di un’Italia pronta a rinnegare gli ideali fino ad allora sbandierati con orgoglio, la nascita di una nuova borghesia del consumo, la caduta del pensiero di sinistra, soffocato dal dilagare dell’eroina – raccontando un’epoca nei suoi punti cardine, I padri e i vinti svela i prodromi del nostro presente.

Eppure, a dispetto del proposito apparentemente chiaro che sembrerebbe spianare la strada alla scrittura del romanzo, la linea tracciata dalla penna di Mastrangelo procede su altri sentieri rispetto a quelli dritti e concatenati dei manuali di Storia. O meglio, ne I padri e i vinti la catena delle cause e delle conseguenze non emerge a galla se non con il passare del tempo, e con lo sfilacciarsi di una trama di intrecci a prima vista aporetici. Mastrangelo infatti conserva memoria degli insegnamenti manzoniani e decide di non narrare la Storia, ma di narrare le storie nella Storia: di farlo attraverso una storia, una soltanto, nel suo intrecciarsi e scomparire nell’insieme delle altre.

E questa storia è la storia della famiglia Cristaldi: Pietro e Flora, genitori e poi nonni, nonché testimoni del ventennio fascista; Vera, figlia e poi madre, nonché parte attiva nella resistenza partigiana; e per finire Antonio, figlio e basta, figlio dei figli del fascismo, anche lui comunista come la madre, ma come la madre in rotta con il passato della propria famiglia. Una famiglia, quella dei Cristaldi, che avanza di generazione in generazione su un pantano di silenzi, fughe, delitti mai perdonati perché mai confessati.

Da qui la struttura del romanzo: in primo luogo, un racconto polifonico che, senza porsi troppi problemi di forma, alterna la terza alla prima persona, con frequentissimi slittamenti del punto di vista – un passo di marcia, soprattutto all’inizio, faticoso, che in un momento ripaga la fatica del lettore, in un altro, quando non trova ragione d’essere al di fuori di se stesso, ne abbindola semplicemente l’attenzione con l’artificio dell’apparenza; in secondo luogo, un testo che gioca la sua forza su una buona dose di preparazione narrativa, ovvero sull’abilità di Mastrangelo di anticipare i motivi delle varie vicende che i Cristaldi si troveranno ad affrontare.

Motivi che, annotati molto prima delle loro conseguenze, agiscono in silenzio al di sotto dello scorrere magmatico della Storia, per poi ripresentarsi travolgendo i personaggi con eruzioni improvvise ma non ingiustificate. Sono questi motivi i veri trait d’union tra le peripezie dei personaggi, che, grazie a essi, nel loro muoversi caotico, confluiscono ordinate verso il finale del romanzo. Queste eruzioni improvvise ma non ingiustificate aiutino giustamente Mastrangelo nell’intento di dare forma e vita a una famiglia specchio di un secolo. Appare invece non troppo probabile che a una famiglia reale possano capitare tante disgrazie quante ne capitano ai Cristaldi in meno di cinquant’anni.

L’operazione di Mastrangelo, quella di mitizzare una famiglia come specchio dei problemi di un secolo, risulta di conseguenza ingegnosa o eccessiva a seconda dalla prospettiva da cui la si guarda. D’altra parte, la questione non si pone se si prendono le scelte di Mastrangelo per delle libertà poetiche implicite nel suo patto col lettore. In fin dei conti, le storie narrate nel romanzo sono tutte storie di guerre perse in partenza. Guerre di sconfitti contro sconfitti, guerre che pertanto non possono avere un vincitore né un colpevole assoluto – a meno che ciascuno non sia colpevole in parte.

Il titolo, che richiama il Padri e figli di Turgenev, lascerebbe a intendere la volontà di evidenziare uno scontro generazionale – padri contro figli, vincitori contro vinti in partenza. Ma in realtà i padri di Mastrangelo si dimostrano perdenti tanto quanto i figli, se non più di loro, poiché a loro volta figli e figli della loro epoca. La colpa di ognuno, in questo ripetersi di storie e di responsabilità, si annulla.

Resta soltanto il dolore di venire al mondo come parte di un qualcosa più grande di noi e a noi incomprensibile, che in un modo o nell’altro guida i nostri destini. Come in un organismo le varie cellule si influenzano a vicenda e collaborano per uno scopo che non conoscono – metafora ricorrente all’interno del romanzo –, così i personaggi di Mastrangelo sono quello che sono sempre e soltanto in relazione agli altri e al contesto in cui vivono. Per questo la loro sfida a Stato, Chiesa, Famiglia, Mercato, droga, a tutte quelle “dipendenze” che hanno segnato il Novecento, non può che fallire.

Di epoca in epoca i Cristaldi ripetono errori che cadono nelle voragini buie e silenziose dei loro rimorsi, si convertono in rabbia, in chiusura e in rifiuto per i “padri” di turno e per i loro peccati, come se la colpa fosse un fattore genetico. È con Antonio che tutti i nodi irrisolti della famiglia –  segreti, crimini, debolezze – vengono al pettine. Antonio è infatti costretto a fare i conti con gli orrori del proprio passato familiare, a lui taciuti dai parenti.

Dai tre quarti del libro in poi i nodi vengono sì al pettine, ma questo non significa che si sciolgano. Al contrario, quella che dovrebbe essere la vittoria di una verità indiscussa che metta a tacere ogni dubbio sulla discutibilità della figura del nonno si rivela essere soltanto una delle versioni possibili dei fatti, indimostrabile al pari delle altre più difficili da accettare. Ma è proprio in questo spazio – nell’inevitabile ambiguità delle azioni di ciascuno, che emerge nel romanzo dalla compresenza di più voci e punti di vista – che può insinuarsi la via del perdono.

I padri e i vinti è un libro di critica sociale ma, a mio parere, ancor più un libro sul profondo senso del perdono. In un mondo in cui nessuno può astenersi da delle responsabilità, un’amnistia generale sembra l’unico modo per scavalcare le crisi: è nel convivere di più realtà soggettive e nella possibilità di un riscatto retrospettivo che il perdono riesce a compiersi.

Questo è il genere di dio – non quello della Chiesa, dello Stato e della Famiglia – che Mastrangelo professa: un dio-contenitore, che è il perdono, e che ingloba la realtà intera in tutte le sue contraddittorie sfaccettature. Una realtà che spesso ci limita, e in cui il nostro margine di trasgressione sta nello stretto confine di uno scherzo: il gioco del Bastian Contrario, che Pietro insegnava al piccolo Antonio; forse superficiale ma potente abbastanza da far ridere gli invitati di un funerale con i modi ingenui di una folla di burattini.

Elisa Ciofini

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