Restare nel nulla o fuggirne: “Al centro del mondo” di Alessio Torino

Al centro del mondo, Alessio Torino
(Mondadori, 2020)

Com’è cambiata la letteratura, come sono cambiati gli uomini, se neanche un secolo e mezzo fa la ricerca dell’altrove passava attraverso vasti e infiniti oceani, indugiava nel cuore più oscuro dell’Africa, per arrivare magari fino alle viscere più profonde della terra, e oggi, invece, il centro del mondo, l’altrove letterario, è il paesino abbandonato a mezz’ora di macchina dalla città in cui viviamo e in cui passeremo la prossima domenica, in quel delizio agriturismo.

Perché è proprio Al centro del mondo che ci porta Alessio Torino, nato nel 1975 a Cagli, provincia di Urbino, città dove vive e insegna letteratura latina all’Università degli Studi Carlo Bo, a una manciata di chilometri proprio dal centro del mondo, ovvero Villa la Croce, lo sperduto borgo sugli Appennini in cui il suo novo romanzo edito da Mondadori è ambientato.

“Villa dei matti” la chiamano nei paesi vicini, perché ormai ad animare quelle poche vie sono rimasti solo una manciata di esseri umani un po’ strani: primo fra tutti, Damiano Bacciardi. Il nostro protagonista ha diciassette anni, ma questo non conta così tanto, ciò che conta è che, per molti aspetti, è un folle: da quando di anni ne aveva solo otto e ha visto il padre penzolare da una quercia secolare, conversa costantemente con Maria e con il Demonio e combina un sacco di stranezze, tanto che a scuola ha il poco gradito soprannome di Psycho. Come se non bastasse, è stato abbandonato dalla madre, ragion per cui a badare a lui sono rimasti solo quelli che, di fatto, costituiscono la sua famiglia: nonna Adele, il nonno, e zio Vince.

La prima, Nonna Adele, è la custode del focolare: dolce, dai modi gentili («Cos’hai, cuore di nonna?»), pare l’unica a occuparsi di Damiano, e di quel che resta della famiglia, con amore e comprensione, tenendone a bada i demoni e gli istinti autodistruttivi. Il secondo, il nonno, è l’unica figura che pare in pace nel microcosmo di Villa la Croce: ex partigiano, trascorre la maggior parte del tempo in silenzio, seduto sotto un ciliegio.

E poi c’è il terzo, lo zio Vince, soprannominato, forse dal fratello e defunto padre di Damiano, Il Gorilla: «Nessuno dei due aveva mai visto un gorilla se non alla televisione, ma il soprannome si era attaccato sullo zio come quei centrini grigi dei licheni sui tronchi.» È lui che porta avanti, assistito da Damiano, l’attività di famiglia, ovvero la produzione della “manna”, delizioso miele dalle presunte proprietà afrodisiache.

Lo zio Vince, però, ha altri piani: all’inizio della vicenda, lo troviamo infatti tutto preso nel tentativo di vendere l’intero borgo a un «tipo serio, tosto», uno che ha grandi progetti intorno alla manna: «Il nome gli piace, però il marketing è da sviluppare. Il nostro miele meriterebbe, insomma, tutta un’altra diffusione, distribuzione.» A Damiano, però, tutto questo non va a genio. E alla nonna tantomeno («Ci vuole rovinare tutti» disse la nonna. «E prima o poi ci riuscirà. Come se non ne avessimo già passate abbastanza.»)

Il conflitto accende il racconto delle vicende di Damiano e della sua famiglia nell’affrontare, di volta in volta, il mondo che bussa alle porte del paese. Figure estranee, allogene, vengono a contaminare il microcosmo della villa: non solo l’acquirente iniziale, ma anche due macedoni ex dipendenti di un luna park; un giovane pittore sporco di colori ed eroina; dei visitatori olandesi alla ricerca di un locus amoenus dove trasferirsi.

Di volta in volta, le tematiche affrontate dal romanzo sembrano tracciare un tanto crudo quanto consapevole affresco della provincia e della campagna contemporanea: il conflitto tra passato e presente, tra araicità e progresso ad esempio. Per certi aspetti vicina alla ottocentesca e pessimistica visione verghiana, Torino racconta un ecosistema in cui la contemporaneità arriva in modo distorto (basti pensare allo zio Vince, fiero sostenitore di Trump), in cui il duemila si è insinuato tra le intercapedini dei legni in modo malato, innaturale, incrostandosi su anni di economia e vita tutta fortemente legate al mondo agropastorale.

Tuttavia, inoltrandosi nella storia, si avrà la chiara sensazione di essere lontani anni luce da una visione edenica del villaggio: certo, il tema del rapporto tra gli esseri umani e le proprie radici è ben presente; ma no, il lettore si rassicuri subito, non troverà in quest’articolo (tantomeno all’interno del libro) l’abusatissimo termine “resilienza”, né l’altrettanto abusata citazione di Pavese («Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via»). Si prenda in prestito invece il concetto di “restanza” usato dall’antropologo Vito Teti: «restare non è un fatto di pigrizia, di debolezza: dev’essere considerato un fatto di coraggio. Una volta c’era il sacrificio dell’emigrante e adesso c’è il sacrificio di chi resta.»

Se nella realtà il tentativo di salvare dallo spopolamento i piccoli borghi italiani assume significati spesso positivi, per certi aspetti anche legati al cambiamento, ne Al centro del mondo l’autore pare offrire una visione tragica dell’atto del restare. Nella vicenda di Damiano Bacciardi e della sua famiglia, infatti, non pare esserci via d’uscita: non solo Villa la Croce e i suoi abitanti si contorcono su sé stessi nel vano tentativo chi di muoversi chi di sopravvivere, ma il nucleo famigliare («La famiglia è tutto», «il sangue è sangue») risulta essere, come spesso accade, il luogo dove sentimenti ed emozioni appaiono esponenzialmente più travolgente, quasi dopati dalla consanguineità.

Così la scrittura di Torino racconta, in modo a tratti scarno, poi improvvisamente lirico, una storia in grado di galleggiare tra realismo e metafisica, tra emarginazione e comunità, tra lucidità e follia: perché anche in mezzo a quattro case si può trovare il centro del mondo, ma non è detto che sia un bel posto.

Ignazio Caruso

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