L’orrido minimo necessario – L’ospite e altri racconti di Amparo Dávila

L’ospite e altri racconti, Amparo Dávila
(Safarà, 2020 – Trad. G. Zavagna)

davilaUna caratteristica della narrativa di qualità è quella di ispirare sempre nuove storie. Dopo aver letto un buon libro, può capitare che il lettore immagini delle situazioni alternative che sarebbero potute accadere all’interno dell’opera, perché in sintonia con lo stile, il genere e il tipo di personaggi narrati. Un’opera di qualità è in grado di stimolare l’immaginazione dei suoi lettori, forse anche di lasciare un segno nella letteratura a venire. Non sono in grado di prevedere se e quanto influente sarà L’ospite e altri racconti di Amparo Dávila, ma posso dire di aver fatto esperienza del suo fascino: sono convinta che la raccolta, per lo meno nell’immediato presente, meriti l’attenzione del pubblico

I racconti della scrittrice messicana scomparsa nell’aprile di quest’anno s’inseriscono infatti in un filone della narrativa breve non troppo praticato nel nostro paese. Non si tratta di letteratura dell’orrore, ma forse e al più di una sua sottocategoria. La prefazione di Alberto Chimal usa un termine a mio avviso molto oculato, adatto a tracciare uno spartiacque tra due sfumature dell’ombra: il “sinistro”, cioè il perturbante, l’orrido. I racconti della Dávila non nascono per incutere paura, ma la suscitano per vie collaterali. Il loro obiettivo primario risiede nell’intenzione di rivelare un aspetto della realtà che dovrebbe instillare un dubbio foriero di paura, ma che normalmente non lo fa.

Nella gran parte dei casi questo aspetto, prima ancora che nell’oggetto della paura, si manifesta nella reazione stessa dei personaggi alla loro paura: quasi sempre passiva e di rado in grado di mettere in atto una strategia vincente. Il lettore prova turbamento per qualcosa che accade nel reale, e non per qualcosa che, in un mondo popolato da mostri, potrebbe accadere. Se poi, per raggiungere il suo obiettivo, l’autrice si serve di elementi fantastici, il motivo è che, dalla prospettiva che i racconti ci indicano, il mondo potrebbe davvero apparire popolato da mostri nascosti. Due scelte imboccate dalla Dávila, se prese per indizi, permettono di optare per questa strada interpretativa.

Innanzitutto, il rifugio, l’habitat dei mostri della raccolta non trova spazio nell’eccezionale, in quello che, nel più banale dei cliché dell’orrore, potrebbe essere il cimitero o il castello abbandonato, ma al contrario nel quotidiano, e specialmente nel quotidiano casalingo. La casa, in quanto luogo di solitudine o di convivenza, agisce come una gabbia di laboratorio in cui i protagonisti sono isolati e abbandonati a se stessi, al loro destino; come una camera oscura sul cui fondo si imprime l’immagine distorta dei rapporti o dei pensieri dei proprietari. Non c’è denuncia del grande – ancora, il distante, l’eccezionale, ciò che può passare per inverosimile –, ma un velato spulciare il quotidiano: in molti racconti questa camera oscura rimanda lo spettro di un mondo irto di scomodità in particolare per le donne.

Non si pensi tuttavia a eroine, e nemmeno si pensi a eroi. I personaggi de L’ospite e altri racconti non hanno filtri per difendersi dai loro fantasmi: ogni storia segue da vicino una lotta persa in partenza. La fine dell’elemento di disturbo, spesso violenta se presente, non si configura come una liberazione, ma al massimo come l’interiorizzazione di un problema ormai accettato, il suo trasferimento o rientro dall’esterno all’interno del protagonista. Sembra quasi che i personaggi coinvolti non possano o non vogliano reagire all’angoscia della spada di Damocle di turno – anche questo bisogna notare: che nei racconti della Dávila il pericolo si accovaccia vicino, alle spalle dei personaggi, ma non direttamente su di loro; più che un vero e proprio pericolo, sarebbe allora meglio chiamarlo minaccia.

Una minaccia che scompare solo quando la paura e l’inquietudine che essa suscita portano a degli effetti reali e materiali, e non più a delle sensazioni astratte. Infatti – ed ecco la seconda prova – la fonte dell’inquietudine raramente si palesa in maniera esplicita. Il lettore non arriva a un momento di incontro col sinistro se non indirettamente, tramite la mediazione di una voce interna alla storia. Credo quindi più esatto parlare di presenze anziché di mostri veri e propri. Le presenze che infestano un incubo altro non sono che proiezioni dell’autore del sogno. Così anche nei racconti della raccolta si annidano serie interminabili di doppi e di riflessi, che trasformano la nostre camere oscure in case degli specchi.

In questo senso, illuminante si dimostra il racconto Musica concreta; tra le righe di un dialogo traspare un discrimine fondamentale per la comprensione della natura di simili presenze: le paure esistono davvero, indipendentemente dall’esistenza di ciò che le provoca, e davvero sono mostruose. Sarebbe comodo abbandonarsi a facili interpretazioni simboliche degli esseri creati dall’autrice, ma non bisogna confondere falso e immaginato. Una realtà può essere insieme vera e frutto di un’invenzione.

Tra l’altro, i protagonisti sembrano spesso non accorgersi o non voler accorgersi di quei segnali che al lettore appaiono invece lampanti: il sinistro gioca sull’immedesimazione solo in secondo piano, mentre intanto insinua il lettore con il tremendo dubbio di poter avere al pari dei personaggi, e come loro senza saperlo, un qualche mostro intrufolato in casa. Per questo motivo le presenze assomigliano quasi a dei presentimenti, la percezione di qualcosa di sinistro, che proprio per questo incute timore. Che li scaccino ignorandoli o imparino a conviverci, i personaggi sono costretti a fare la mano a quelle situazioni sgradevoli, finché grazie all’abitudine diventano parte della normalità.

Gli sforzi per abituarsi a questi “presentimenti” diventa allora una sorta di esercizio ai limiti del sadismo. La chiave di lettura è fornita dal racconto di attacco della raccolta, che vede l’anonimo protagonista impegnato in minuziose pratiche meditative del dolore per sfuggire all’amore della donna che tuttavia lui stesso ama. Seguono esercizi all’indifferenza, alla femminilità canonica, all’oblio, alla crudeltà, all’apatia, alla violenza, alla vergogna, alla morte, alla vecchiaia, alla ridondanza dei giorni. Questo esercitarsi continuo all’esistenza, fatto di sacrifici finalizzati ad altri sacrifici, risponde a una logica di repulsione e insieme di desiderio.

Si direbbe che i personaggi della raccolta vivano in un mondo della volontà convinti di vivere in un mondo del destino, che siano vittime delle loro vite perché in parte vogliano esserlo o perché non vogliano fare niente per non esserlo. Questa è la vera innovazione di genere proposta dalla raccolta: i racconti di Amparo Dávila contemplano il gusto, la necessità o l’inevitabilità del perturbante; contemplano cioè che non solo il lettore, ma anche il personaggio possa provare il gusto dell’orrido, del male, del dolore, della tristezza, della solitudine, magari senza saperlo, ma allo stesso modo in cui il lettore amante del genere si trova a provare piacere e insieme inquietudine per le sue letture.

Elisa Ciofini

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