Latitudine 0°: un fantasy con le sfumature dell’America latina

Latitudine 0°, Marco Lapenna
(66thand2nd, 2021)

Ciò che spinge Gaspar Carvajal, giovane sivigliano, a recarsi a Città del Messico senza avere un piano preciso è una delle pulsioni più elementari dell’essere umano: l’amore (e una forte attrazione sessuale); in questo caso per una ragazza italiana, Nina, conosciuta anni prima e mai più dimenticata. Nina è scomparsa, e nessuno sa effettivamente dove possa essere andata. L’unica traccia da seguire è rappresentata da un uomo russo dalle inquietanti visioni che ha strangolato la psichiatra dalla quale entrambi erano in cura.

Mettendosi alla loro ricerca, Gaspar si ritrova nella “foresta”, un’ambigua dimensione parallela divisa in colonie. Qui ogni persona sviluppa un proprio demone, una figura evanescente dalle forme animalesche o umanoidi la cui esistenza non viene esplicitato se è prodotto delle menti umane o della terra magica in cui si trovano. Per continuare a vivere i demoni devono cibarsi di almeno parte dell’energia vitale dei loro simili. Questa è quella che viene definita «predazione», unico principio di una società caotica che, all’interno dei centri abitati maggiori, necessita di essere normalizzata e istituzionalizzata.

Insieme al suo demone azzurrino dalle fattezze che ricordano quelle di David Bowie, Gaspar Carvajal viene coinvolto in una sommossa distruttiva all’interno della colonia in cui si trova e successivamente trascinato nelle fila di un gruppo di ribelli. Essi mirano a rovesciare il governo centrale situato a Latitudine 0°, spodestando durante il proprio cammino le fortezze dei duques a capo delle altre colonie. In realtà, l’unico obiettivo che continua a muovere Gaspar, la sua personale «luce verde del faro», continua ad essere Nina.

Il romanzo si snoda senza grandi rivolgimenti tematici e narrativi, ricalcando la scena di numerosi racconti fantasy ridotti alla lotta del bene contro il male in un regno guidato da un tiranno, all’idea romantica di un gruppo di ribelli che decidono di intraprendere un viaggio con spirito di sacrificio pur di rovesciare l’ordine costituito, alla ricerca continua dell’idea di amore incarnato in una donna. Sicuramente il fantasy è un genere complesso da trattare in modo innovativo senza rischiare di cadere nel già detto o nella semplificazione biunivoca della lotta tra due forze opposte; ma si sarebbe potuto osare di più quantomeno inserendo nella griglia preimpostata del genere letterario personaggi con più sfaccettature o elementi completamente estranei (per esempio, una maggior presenza della mitologia precolombiana).

Se l’ambientazione in un universo parallelo che si origina dalla realtà centro e sudamericana avrebbe potuto essere uno spunto per una vicenda che non presenta ulteriori tratti di originalità, presto tutto sfuma esclusivamente nella descrizione di una foresta pluviale a tratti interrotta da zone desertiche che, seppur vivida, non soddisfa l’aspettativa di un romanzo che sembrava dovesse affondare le sue radici nella cultura originata dai popoli Maya e Azteco e dal loro incontro con il cristianesimo. Se infatti, almeno inizialmente, la conoscenza diretta dell’autore dell’America latina sembra possa diventare un importante elemento fondante della narrazione, molto presto viene lasciata ai margini.

Lo stesso accade con diversi filoni narrativi e approfondimenti potenzialmente ricchi o necessari alla comprensione dell’interezza del racconto, che vengono invece abbandonati o soltanto accennati. Nonostante una complessa logica nel metodo istituzionalizzato di «predazione» e, più in generale, nelle studiate gerarchie presenti a capo delle diverse colonie, il resto del romanzo risulta essere pervaso da una superficialità che, purtroppo, non viene colmata. Se infatti inizialmente ci si può riconoscere nel protagonista per il fatto di ignorare gran parte di quanto sta accadendo, procedendo con la lettura non ci si trova ad avere più esperienza o conoscenza né delle ragioni che muovono la vita nella foresta né delle ragioni che muovono Gaspar nella sua ricerca, avendo l’impressione costante di trovarsi in una realtà illuminata da una luce fredda che appiattisce invece di mostrare la tridimensionalità di un universo.

I personaggi risultano essere bidimensionali (e stereotipati) come i loro “io” interiori. Il russo è un «energumeno dai tratti slavi» e l’amica italiana di Nina è accogliente e calorosa «con fare tipicamente italiano». Durante tutto il romanzo non si saprà altro di Gaspar oltre che sta cercando Nina perché la ama e la desidera e di Nina che è bionda, dalla pelle molto chiara e da un seno extra-large. Se, per quanto riguarda il protagonista maschile, il suo essere interiore banalizzato risulta poco interessante e al massimo non realistico, la descrizione della protagonista femminile – incentrata quasi esclusivamente e per tutta la durata del libro sui suoi caratteri sessuali – risulta riduttiva e stereotipata. Nina non sembra essere nulla di più di un’idealizzazione nonché di un oggetto a misura e in funzione di uomo. Una tale caratterizzazione del principale personaggio femminile e una narrazione che coglie ogni occasione, anche di per sé insignificante, per ribadire la centralità dell’aspetto esclusivamente sessuale di Nina appare pruriginosa oltre che esterna all’idea di parità di genere.

Risultano invece apprezzabili gli excursus che esulano dalla narrazione principale, riguardo a personaggi minori o all’esistenza di altri popoli all’interno della “foresta” e alla loro storia. Tuttavia, nonostante sembri esserci una volontà da parte dell’autore di ironizzare inserendo elementi tra i più noti e incongruenti tra loro della cultura occidentale, Circe e il porcile accanto ad un demone David Bowie con una sigaretta elettronica in bocca, nel suo complesso l’artificio appare volto ad essere quanto più piacente e pop, forse per essere compreso e reso gradevole ad un vasto pubblico, quando sarebbero stati preferibili un’iper-caratterizzazione in senso latino-americano o, quantomeno, una scelta meno scontata degli elementi della nostra cultura da inserire nella diegesi.

Eleonora Mander

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