Una recensione bipolare di “Scurau”

Scurau, Giuseppe Nibali
(Arcipelago Itaca, 2021)

Questa è una recensione involontariamente bipolare.
Probabilmente è la più difficile che io abbia scritto, nonché quella che mi ha impegnato per più tempo, tra riletture e riscritture.

Partiamo dall’inizio. Scurau è una raccolta poetica di Giuseppe Nibali, pubblicata dall’editore Arcipelago Itaca nel luglio 2021. Si suddivide in tre sezioni: Antropocene, Predazione e Scurau, quest’ultima scritta in siciliano, con annesse traduzioni in italiano. La postfazione è a cura di Tommaso Di Dio.

Di nuovo dall’inizio. La mia prima stesura di questa recensione, nel caso in cui mi fossi fermato a una prima lettura del libro, sarebbe stata negativa, va detto. Va anche detto, tuttavia, che ritrovatomi a scrivere delle frasi, degli appunti, diciamo, sulle impressioni che il libro mi aveva dato, mi sentivo di stare falsando qualcosa, come succede nel cinema per rendere realistiche alcune scene, per cui cambiando inquadratura si prende la persona A e la si avvicina a B, più di quanto non fosse nell’inquadratura precedente. Sostanzialmente, avevo la sensazione di starmi costruendo un altro libro così da fare in modo che le mie iniziali idee involute rispetto a ciò che avevo letto fossero coerenti. Non mi ci è voluto troppo per realizzare che questo non fosse il metodo giusto: ci sarebbe voluto più tempo; un’altra lettura, intramezzata da momenti “felici”, vaghi, inevitabilmente, poiché è molto complesso leggere questo libro senza prendersi dei tempi.

Questo il primo punto, infatti. Consiglio la lettura di questo libro come consiglierei a qualcuno di vivere in “tempi interessanti”.
Scurau di Giuseppe Nibali è innanzitutto un viaggio nei nostri tempi disinteressati. Così tremendamente disinteressati che, mentre lo si legge, lo si trova inaccettabile, ingiusto e inadatto a quello che oggi molti vorrebbero vivere – mi riferisco a una felicità immediata.

Se abbastanza valida, dopo ogni lettura mi pongo questa domanda: “avevamo necessità di questo libro”? Credo che questo quesito sia molto pertinente con l’opera di Nibali, proprio perché fa riferimento a una collettività, all’importanza che un testo riveste per una moltitudine di invidiui. E Scurau parla a e racconta di una pluralità, o ancora meglio una generazione. Citando la postfazione di Tommaso Di Dio: «Questo libro parla di noi. Qui ci troviamo tutti, «tutti sono convocati»: nessuno è escluso. Siamo noi qui, in Occidente, adesso, anno domini 2021. Raramente ho letto un linguaggio più immerso nella contemporaneità: ed è orribile. È l’orrore».

Cercherò di rispondere più avanti alla domanda e nel frattempo ne pongo un’altra: quand’è che la poesia mette da parte la bellezza e inonda il lettore di nero, vuoto e buio? Ma soprattutto perché?

Inizio col dire che questa silloge osserva la disperazione nella quale gli esseri umani sembra stiano vivendo. L’avvicinamento sempre più rapido verso uno stato di natura di Hobbes, dove chiunque può essere il carnefice dell’altro e non c’è più regola. Si leggono quindi di queste figure informi, dall’aspetto antropomorfo e nelle quali ci sembra di riconoscersi, che si aggirano per un pianeta Terra deturpato, predato, appunto, e che provano disinteresse per ciò che agli altri accade. Si vive in una condizione di miseria sentimentale. Come diceva giustamente Bernardo Pacini in una presentazione online del libro (che lascio nelle note e consiglio), Scurau è un libro privo di “fonti di luce”. Quindi privo di sole e di colori in generale.

È certo che Nibali abbia colto questo sentore generazionale di viversi come l’“ultima generazione sulla Terra” prima della catastrofe. Anzi, Nibali parla già della catastrofe, già della fine del mondo, in sostanza. Il modo in cui lo fa è privo di mezzi termini o di figure compromissorie. C’è la notte: Scurau, appunto, ovvero “si è fatto buio”, ed è un buio che fagocita tutto l’universo. Allora, rispondendo all’ultima domanda che mi sono auto-posto: la bellezza è negata per il buio quando l’esigenza, si presuppone sincera, di un poeta lo richiede. Parafrasando: se voglio scrivere un libro lo farò onestamente. Messo questo primo punto, per scrivere onestamente un libro nel mondo che sto abitando non posso parlare di bellezza; parlerò di ciò che è brutto, sgradevole e oscuro, perché è ciò che per davvero vedo.

In questo senso va dato merito a Nibali poiché non ha avuto il timore di cercare compromessi con il lettore fragile, il quale va spesso e volentieri alla ricerca del sollievo e del conforto. L’esercizio di Nibali in Scurau è quello di un flâneur spassionato, quasi un detective, che dalla finestra di casa propria, con la TV accesa in salotto – nemmeno troppo flâneur, quindi – osserva le cose del mondo e le trascrive. Abilità di Nibali, inoltre, è quella di permettere l’ingresso dell’oscurità nelle pagine del suo libro. E non per i fatti che accadono, bensì per il linguaggio utilizzato. Una nota stridente che devo sottolineare, tuttavia, sono alcune costruzioni linguistiche che a volte mi sono apparse forzate, aggiungendo al verso e togliendo al senso della singola poesia.

Tornando invece alla prima domanda. Questo libro va elogiato per la sua schiettezza, va però anche rimproverato per la sua farsa. Ci sono delle cose che Nibali ha estrapolato dalla realtà e ha messo a crudo davanti ai nostri occhi, altre che ha costruito – forse inconsciamente – per colpirci, stupirci. Ma si sa che siamo ingenui, soprattutto di fronte alla poesia, quindi questo potrebbe essere giudicato un colpo basso.
Per dirla con parole povere: avrei creduto di più a una fine del mondo giocosa, quasi euforica, anche giocando a mosca cieca vestiti di rosa, piuttosto che fissando il vuoto di una televisione rotta.

Infine, concludo col dire che credo che questo libro non sia dedicato alla generazione di chi è nato negli anni Novanta, come me. Piuttosto è un libro destinato a chi ha già costruito e ci ha lasciato in mano tutto questo, “lo spavento” – per citare l’ultima poesia della silloge dove viene raccontato di come si deve scannare un coniglio, e di come tra le mani, alla fine, oltre alla carcassa rimane lo spavento. Quindi anche un libro per le generazioni che verranno. Non un libro risolutorio, ma descrittivo. Dove sappiamo perfettamente quello che non vogliamo. Quello che gli altri – Nibali compreso, probabilmente giocandoci – ci hanno costruito intorno, e che la nostra generazione necessariamente combatte.

siamo ancora uomini. Anche i morti. Tutti.

Scuotiamo lo sterno come lucertole per ingoiare
il molle di un verme. Enormi come ventre buio
di bambina alla corsa, bambina che spazzi
il corrimano del lido, ne visiti le croste.

Hanno terrore anche le ossa qui sbranate
sul cemento e non sentono l’acqua, il nylon
trascinato sul prato sintetico. Stanno sterpi
oltre il mare gli uomini, non apprendono concordia
solo frenano il vento sopra il volto abissale
nostro profondo corale

Vittorio Parpaglioni


Presentazione del libro di poesie “Scurau”, Ragioni di una Poesia
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