Paradossi e dissonanze di una voce bambina

Vocedavecchia, Elisa Victoria,
(Blackie, 2022 – Traduzione di E. Tramontin
)

vocedavecchiaCome il titolo lascia provocatoriamente immaginare, nell’ultimo romanzo di Elisa Victoria si srotola il nastro di una voce narrante abrasiva e gracchiante; il suo è il tono saggio di chi ‘ne ha viste tante’. Il paradosso è che questa voce appartiene a una bambina di nove anni: Marina.

Questa singolare narratrice riversa nelle pagine del libro le routine e le stranezze, i segreti e le perversioni dell’estate dei suoi nove anni. Siamo nel 1992 a Siviglia, ombelico incandescente dell’Andalusia.

Marina porta il lettore dentro il suo universo affettivo, abitato da una varietà di personaggi: c’è la nonna, con i suoi anarchici metodi educativi e la sua sfacciata tendenza di condire qualsiasi discorso con una pletora di parolacce; c’è l’ultimo compagno di sua madre, da cui Marina si sente trattata finalmente come una persona vera (perché lui non si preoccupa solo di compiacerla, diversamente da altri surrogati paterni mediocri venuti prima di lui); c’è anche suo padre, il cui ruolo nella vita di Marina è però lunatico e intermittente.
Per ragioni diverse, anche sua madre negli ultimi tempi si assenta spesso: è affetta da una malattia enigmatica ed innominabile, che proietta un’ombra cattiva sul mondo interiore di Marina. Lei però è combattiva e con le sue parole pungenti morde perfino il pensiero della morte.

«La malattia è uno dei membri della mia famiglia, e ha la capacità di decidere che fine farò dopo quest’estate. Il contratto d’affitto scade con il mese d’agosto. Mia madre nell’ultimo anno è peggiorata a ritmo vertiginoso. Quando sono nata le avevano già diagnosticato due morti imminenti. […] da quando sono venuta al mondo nulla può andare peggio di così. Io do un senso alle vite di mia madre e mia nonna, sono la loro luce, e so come irradiarla. Non ci saranno più guerre né dittature né mia madre tornerà a pulire le case a trecento pesetas all’ora né morirà». 

L’autrice posiziona temerariamente la sua narratrice in una posizione ibrida, a lungo andare scomoda per il lettore che può percepirsi divertito ma anche disturbato dalla contaminazione di visioni del mondo che in Marina si fondono.

Il modo in cui è tratteggiato il suo personaggio, specialmente per l’eterodossa maniera di esprimersi o di fare certi pensieri, concorre certamente a erodere dal di dentro lo stereotipo dell’infanzia come un’età di candore e innocenza angelicate, ma si spinge persino oltre: la carica di una tempra sboccata e dirompente.

L’autrice ha forzato gli argini della verosimiglianza per ottenere l’effetto di uno straniamento massimo. Da un lato restituisce all’età bambina quanto è suo di diritto, cioè penombre e fantasmi, mentre dall’altro lato presta a Marina un’inquietante lente sul mondo degli adulti, del quale lei è osservatrice giudicante.
Marina è perciò una creatura che non esiste, una sorta di cavia da laboratorio: la sua voce è un cocktail di considerazioni ciniche e sfrontato stupore per le cose della vita che non ha scoperto ancora, e che dopotutto è capace di guardare con curiosità e ottimismo.

Se ogni bambino che cresce è in viaggio da una dimensione all’altra – l’infanzia che sfuma ed evolve, trasformandosi in un’altra stagione della vita – Marina è addirittura un’equilibrista in bilico fra due mondi che parlano simultaneamente dentro di lei, alternandosi o più spesso accavallandosi in una fanfara di voci dissidenti.

Di certo, la protagonista si “infetta” di portamenti così adulti anche perché condizionata dal modo in cui viene trattata all’interno del suo ecosistema familiare, in primo luogo dalla madre che, nelle loro conversazioni, le riconosce un ruolo da illuminata consigliera, in cui la bambina si cala con compiaciuto ma anche sfibrante senso di responsabilità.

In altre situazioni invece predomina l’altra sua anima; soprattutto nello scoprire il corpo, Marina lascia scoppiettare a briglia sciolta le sue domande bambine: ruba giornaletti pornografici che le sarebbero vietati, cerca di acquisire informazioni su quel territorio proibito che tanto più è avventuroso quanto più dovrebbe esserle inaccessibile.

Le sue esplorazioni sono impacciate e procedono a tentoni; in quelle occasioni perciò, pur mantenendo una lucidità mordace e uno sguardo spurio, Marina recupera il senso di meraviglia e spaesamento di chi sta assistendo agli imprevedibili cambiamenti del suo corpo e si mette in ascolto dei suoi umori.

Elisa Victoria ha confezionato un personaggio capace col suo piglio di intenerire, divertire e imbarazzare a un tempo. La sua “vocedavecchia” ha dentro la panna e la ruggine; questa mistura di sapori aggredisce il gusto di chi legge, che non può non trovare la verve di Marina irresistibile e riconoscere che spesso, nelle sue considerazioni corrosive e graffianti, lei abbia ragione.

Viviana Veneruso

Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/photos/mare-acqua-onde-costa-natura-266552/

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