La lingua comica e crudele di Ottiero Ottieri

Contessa, Ottiero Ottieri
(Utopia Editore, 2022)

Utopia Editore, oltre a portare in Italia voci provenienti dagli angoli più remoti del mondo, prosegue nella sua operazione di recupero letterario, ripubblicando autori italiani finiti fuori catalogo. Ai nomi di Massimo Bontempelli, Pietro Scanziani e Grazia Deledda si è aggiunto nel 2022 quello di Ottiero Ottieri, importante intellettuale attivo nella seconda metà del Novecento, che lavorò a lungo per la Olivetti come selezionatore del personale e raccontò nei suoi romanzi le contraddizioni dell’industrializzazione selvaggia

Contessa, il primo titolo proposto da Utopia, sembra distaccarsi da queste dinamiche, dato che racconta una storia incentrata sul mondo interiore della protagonista; di fatto, però, anche in questo testo Ottieri allarga lo sguardo sull’Italia del su tempo (il romanzo uscì per la prima volta nel 1976) e, come vedremo, lo fa soprattutto attraverso le scelte linguistiche. 

La protagonista è Elena, affascinante psicosociologa che frequenta la Milano mondana e intellettuale, tra feste che durano fino all’alba, discussioni di politica e amanti più o meno occasionali. Dietro a questa patina frivola, Elena nasconde però una profonda depressione, che la porta a passare molte ore a letto, inibisce la sua vita affettiva e sessuale e le impedisce di dedicarsi al lavoro.

La donna dovrebbe scrivere un testo per candidarsi alla libera docenza, ma non riesce a mettere insieme le idee e affonda nella convinzione sconfortante di non essere «una psicosociologa malata ma una malata psicosociologa». [pag. 67] L’argomento stesso della tesi, anziché essere un semplice oggetto di ricerca scientifica, diventa una lente d’ingrandimento puntata sul malessere della ricercatrice: Elena oscilla tra due idee, vorrebbe indagare la figura di Cesare Pavese e ipotizzare cosa ne sarebbe stato di lui se avesse avuto la possibilità di curarsi, ma accarezza anche la il sogno di dedicarsi a un tema più ampio, quello della coerenza.

Questo è uno degli elementi che inquadrano la vicenda personale di Elena in un contesto più ampio, e la legano al discorso politico degli anni Settanta: Elena si considera una donna di sinistra ma è consapevole che, essendo ricca di famiglia, può permettersi una vita agiata anche se la sua malattia le impedisce di lavorare. Paradossalmente, scrivere un articolo su questo tema significa per Elena proprio fare il suo lavoro. La consapevolezza del suo privilegio sociale innesca un senso di colpa che si mescola alla sofferenza psichica. Molti degli amici di Elena, d’altra parte, sembrano vivere questa contraddizione senza troppi conflitti interiori.

Una volta alla settimana, Elena intraprende un lungo viaggio in treno verso una prestigiosa clinica svizzera per incontrare il suo analista. Durante le sedute Elena straparla, gioca a ingannare se stessa e a sviare l’interlocutore, gareggia con lui nell’uso di un gergo tecnico svuotato di significato, cerca di autoassolversi, pretende di passare ore a sviscerare frivoli drammi sentimentali, fa di tutto per seppellire le ragioni profonde della sua sofferenza. Lo psicanalista è freddo, a tratti ostile, e le conversazioni tra i due diventano spesso dei battibecchi dai toni stranianti e tragicomici. 

I viaggi in treno assumono una connotazione quasi rituale, nel loro scandire settimane tutte uguali, nel loro collegare i due poli dell’esistenza di Elena: da una parte Milano, la solitudine, il vuoto, la mondanità fiacca; dall’altra Zurigo, dove la donna vorrebbe ricostruire un ordine, ma di fatto ricama sul caos.

Elena si presenta quindi come una figura spigolosa, fredda nonostante i frequenti struggimenti amorosi, incapace di chiedere davvero aiuto, divisa tra un’autoconsapevolezza pungente e il continuo bisogno stordirsi (con l’alcool o con un’illusione, poco importa). C’è solo un luogo in cui vediamo affiorare una Elena diversa, ed è proprio la clinica: mentre aspetta il suo turno per le sedute, la donna incontra spesso i pazienti lungodegenti –ognuno con la sua storia, i suoi tratti tragici e quelli comici, i momenti di confusione e quelli di lucidità. È nel rapporto con queste persone che Elena, abituata a percepirsi come inetta e impotente, rivela responsabilità, empatia, propensione alla cura. Sapendo di essere a sua volta malata, non si mette su un gradino più alto rispetto agli altri e non li tratta con paternalismo: li ascolta, usa gli strumenti che i suoi studi le hanno dato, e lo fa con molta più umanità di quanta ne dimostri il suo analista verso di lei.

Fuori da questa dimensione, invece, di empatia non c’è traccia, e soprattutto non ce n’è traccia nel linguaggio di Ottieri, che è forse l’aspetto più potente e destabilizzante di questo romanzo. Contessa non è solo il racconto di una profonda sofferenza psichica: è anche una satira del discorso politico e sociale degli anni Settanta, paralizzato dall’ideologia e dai tecnicismi. Che si parli di salute mentale, di sociologia, di sesso, di economia o di marxismo, Ottieri sfodera una prosa esuberante ma anche fredda, che sembra uscire dalla bocca di un intellettuale –o di un manager– ubriaco. Nel mondo di Contessa, più le parole si fanno specialistiche, più si svuotano di significato. L’effetto è straniante e spesso comico:

«Come fabbricazione, il globico, come il TNI, è il più transistorizzato di tutti. Perché eseguito dai finlandesi e dai giapponesi. È la periferia estrema e il nord nel mondo che stanno giocandosi l’ormai antica partita cibernetica». […]

«Non si può confrontare il globulare con il globico, poiché si sballa l’output. È con l’output sbagliato che la Cefis ci vuol portare a Frascati?».[pag. 8]

Questo linguaggio, dunque, è comico ma anche crudele. È crudele quando incasella la depressione di Elena, quando la riduce a questione terminologica e a chiacchiera da salotto, quando dà risposte enciclopediche e sottilmente misogine a problemi complessi come i disturbi della sessualità femminile. Il dramma di Elena forse è proprio questo: per raccontare la sua sofferenza ha a disposizione un linguaggio ricchissimo, preciso, specialistico, ma inutile; un linguaggio che lei stessa usa con frivolezza, come tutti quelli che la circondano, e dietro a cui si nasconde. L’abisso della sua malattia resta indicibile: Elena non trova parole pulite e genuine per raccontarsi agli altri e chiedere aiuto. È emblematico, in questo senso, il passo in cui Elena fa un’escursione in montagna con una coppia di amici, uno psicologo e una sociologa:

«Gestire la disperazione con istituzioni è difficile, specie in modo valido e non ingannevole», disse Michele Gervasio. 

«Gestire, valido, non ne posso più», si disse Elena sedendosi.

Carolina l’avvertì che se si sedeva era peggio e urlò al marito che i sociologi avevano sostituito la disperazione con la istituzione, la narcosi con la psichiatria democratica e di settore. [pag. 122]

Attraverso il comico e lo straniamento, Ottieri indaga l’abisso che si può creare tra la trattazione teorica e l’esperienza reale di un problema. Elena, paziente e analista al tempo stesso, personifica questa contraddizione e ne vive tutte le tragiche conseguenze.

Benedetta Galli

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