Se dolore e piacere si consumano in un ultimo respiro

Senza respiro, Raffaella Mottana
(Accento edizioni, 2022)

Cecilia guarda la cosa espirare, vede gli amici, in spiaggia, che sgonfiano il materassino. Ci premono sopra le ginocchia, l’aria esce con un sibilo forte e roco.

[…]

Quella cosa butta fuori aria finché il petto non si abbassa del tutto e il corpo resta immobile come una tavola. Cecilia smette di respirare con lei. Riprende quando la cosa spalanca di più la bocca in cerca d’aria, il petto si alza, il corpo si gonfia. Poi è come se qualcuno la premesse, è il materassino sotto le ginocchia che si svuota fino a rattrappirsi. (p. 62)

Parte prima: Cecilia ha poco più di vent’anni e una madre malata di cancro. Frequenta l’università e ogni tanto scatta qualche foto, svogliatamente, per assecondare una passione attribuitale proprio dalla madre. La sua quotidianità, anche quando è in vacanza con gli amici, è scandita dalle chiamate alla madre o dalle visite in ospedale, che la introducono a un rituale di disinfezione a cui è sottoposto ogni momento del suo rapporto con la “cosa”. Non più una madre che le pettina i capelli e le insegna a contare senza usare le dita, che le risponde da ogni angolo della casa, che torna dal parrucchiere con i capelli in piega portando quattro buste di spesa senza farsi aiutare: ma una “cosa” che può essere avvicinata solo con mani disinfettate, calzari e mascherina; che, chiamata, fatica a rispondere perché assopita; che non ha la forza di aprire una bottiglietta d’acqua; una “cosa” senza peli e capelli che si gonfia e sgonfia come un materassino.

Ha ancora gli scarponi addosso, gliene appoggia uno sulla coscia. È umido e freddo. Si sporge in avanti, preme contro di lei. Lo fa lentamente, in modo da farle sentire il peso che aumenta. Si guardano. La carne viene schiacciata, Cecilia fa respiri profondi, trattiene il fiato quando la pressione si fa dolorosa. Si protende in avanti, Tommaso fa la stessa cosa. Lascia lì lo scarpone, poi gradualmente scarica il peso fino a toglierlo. Cecilia torna a respirare, sorride. La pelle è bagnata, il segno rosso della suola ben visibile. Tommaso solleva l’altro scarpone, lo appoggia alla coscia ancora intonsa. Tutto si svolge come prima: la suola morde, il dolore cresce, il respiro si blocca. (p. 156)

Parte seconda: dopo la morte della madre, Cecilia trova un modo tutto suo di elaborare un lutto così grande e lo fa quasi per caso. Un’epifania, mentre fa sesso con un ragazzo, le fa scoprire il breath play, una pratica BDSM. Incuriosita, comincia a partecipare al munch, l’aperitivo informale BDSM e a frequentare persone che praticano, finendo lei stessa per esplorare la sua sessualità all’interno di questa comunità con regole ben precise. Così conosce Tommaso, trentaseienne con la stessa debole passione per la fotografia, che diventa il suo partner e dominatore. Con lui, Cecilia scandaglia tutte le accezioni del piacere e del dolore, mettendo in scena il trauma che si porta dentro, per poi giungere all’atto finale: un sogno di apnea che si fa realtà.

La faccia di quella cosa è bianca come i muri dell’ospedale, la bocca continua ad aprirsi sotto la mascherina trasparente. Il respiro fa fatica. Cecilia la guarda negli occhi, vorrebbe smettere, ma non ci riesce. (p. 60)

Il ritmo di un respiro irregolare – a tratti sfibrante – scandisce pagine colme di un dolore che non si può dire, ma solo vivere; che non si può eludere, ma che la protagonista tenta, quantomeno, di governare a suo modo. Dopo aver assistito alla morte della madre – come fosse una proiezione cinematografica; lei, la sorella e il padre seduti ai piedi del letto, e la madre agonizzante sul capezzale, per un tempo all’apparenza interminabile, eppure della durata di qualche faticoso respiro – Cecilia ricerca nelle pratiche BDSM quella apnea che l’ha tenuta attaccata alla madre nei suoi ultimi istanti. Un doloroso controcanto all’inizio della vita, che è invece urla, pianto – il bambino che respira finalmente la stessa aria, lo stesso ossigeno della madre. 

Collari, cinture al collo, scarponi piantati in faccia, fino ad arrivare ai bisturi. Come la madre è diventata “cosa” nella sua malattia, così Cecilia si fa “cosa” durante il sesso, trovandosi a suo agio nelle regole dei giochi, nei limiti da rispettare, in quell’erotismo asettico e controllabile che confonde piacere e dolore. L’autrice registra chirurgicamente i dettagli di questi momenti erotici allo stesso modo in cui ha descritto la lenta agonia della madre, con una scrittura elegante e pulita che elimina dalla superficie ogni traccia di sentimento per poi andarlo a creare per sottrazione.

Senza respiro si configura come la messa in scena di due atti dello stesso, enorme dolore e getta luce su una possibilità alternativa, atipica, a tratti disturbante ma pur sempre plausibile, di forma di elaborazione del lutto. Senza dubbio quello di Mottana è un accostamento ardito: il passaggio dalla prima alla seconda parte del libro crea spaesamento e giramento di testa, ma proprio qui sta l’audacia e l’intelligenza del debutto dell’autrice.  

Da questo punto di vista, è interessante soffermarsi in ultimo sulla struttura della narrazione: coesistono due parti che si specchiano riflettendo immagini diverse della stessa persona, quasi che la seconda raccontasse un’altra storia. Ma poi c’è un cerchio che si chiude, anche se in senso antiorario: tutto torna, l’immagine si ricompone, pezzo dopo pezzo, e il racconto si chiude nel suo inizio. Una costruzione sapiente, quasi troppo calcolata, che tuttavia funziona poiché risulta conforme a quello che pare essere lo scopo della scrittura: Mottana padroneggia con grazia una struttura narrativa che rispecchia la freddezza e il controllo che Cecilia deve mantenere per elaborare il suo dolore. Così il lettore, grazie agli espedienti che rendono coerente la struttura e sovrastruttura, vive un’esperienza di lettura folgorante e totalizzante.

Mottana controlla anche il respiro di chi legge, che continuamente si trova col fiato sospeso grazie alla sua scrittura chirurgica, tagliente, controllatissima. Una scrittura fredda come una lama di bisturi, che non produce emozioni lampo, ma crea un lento sgorgare di attimi che tolgono il respiro. 

Senza respiro fa parte della collana Accento Acuto della neonata Accento, casa editrice indipendente che ha come missione principale quella di dare spazio agli esordienti. Un progetto fresco e interessante quello dell’editore Alessandro Cattelan, alla cui direzione editoriale c’è Matteo B. Bianchi – che hanno scelto di presentarsi al pubblico con due autori al loro debutto, tra i quali Raffaella Mottana. Un’entrata in scena, la loro, che mette subito in chiaro la diversità delle voci a cui si vuole dare spazio: il romanzo di Mottana ne è un autentico e convincente esempio.

Beatrice Palmieri

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