Cos’è contemporaneo? Su Mattoncini di Calvisi

Mattoncini, Angelo Calvisi
(pièdimosca, 2022)

God of War: Ragnarök è un videogioco pubblicato da Sony Interactive Entertainment nel 2022. È stata un’uscita molto attesa ed è considerabile, insieme altri titoli recenti come The last of us o Cyberpunk 2077, lo stato dell’arte del mondo videoludico. Prince of Persia, invece, è stato pubblicato la prima volta nel 1989, ed è indiscutibilmente un classico.

Una vita come tante di Hanya Yanagihara è un romanzo del 2015 che con il suo portato drammatico e doloroso e la centralità del tema del trauma si impone probabilmente come opera esemplare della tendenza letteraria dominante degli ultimi anni. Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, invece, è un classico.

Ma cosa sono, invece, Paperino: Operazione Papero?!; Angry Birds; il primo Assasins Creed, Il codice Da Vinci di Dan Brown o Soffocare di Chuck Palahniuk? Cos’è Bassotuba non c’è di Paolo Nori? Probabilmente sono classici anche questi, ma c’è qualcosa che li tiene connessi con forza al tempo della loro produzione e pubblicazione. Forse perché il tempo che è passato è abbastanza da non essere presente, ma non abbastanza da essere un passato da esplorare. Fatto sta che la fruizione di queste opere suscita più il ricordo di un tempo vissuto, che la scoperta di uno sconosciuto. Mi sento a mio agio tanto con gli smartphone quanto con i telefoni con la rotella, ma non credo di essere l’unico ad avvertire un certo straniamento nel leggere di telefonini con i tasti, o nel vedere i protagonisti di un film scambiarsi mail ed SMS al posto di lettere e messaggi Whatsapp.

Ma cosa si deve fare con le opere non fruite al momento giusto, per ragioni anagrafiche o per contingenze? Se non avessi mai sentito parlare di Crash Bandicoot probabilmente vorrei scoprirlo oggi, mi piacerebbe che una casa di produzione si occupasse di un restauro dei primi titoli della saga e che venisse distribuito in pompa magna.

Con le dovute proporzioni, è quello che ha fatto pièdimosca con le tre storie di Angelo Calvisi che compongono la raccolta Mattoncini . Come specifica l’autore nella sua nota, i tre racconti lunghi (o romanzi brevi) erano già stati pubblicati fra il 2006 e il 2009, e conservano infatti il sapore di quegli anni, soprattutto nello stile.

L’aggettivo migliore per descrivere lo stile di Calvisi lo ha già usato Gianluca Morozzi nella prefazione al libro: “stralunato”. Le tre storie contenute in mattoncini sono storie stralunate, dalla struttura stralunata, narrate con una lingua stralunata. Ma è lo stesso Morozzi a sottolineare come questa fosse proprio una delle cifre stilistiche di un periodo storico che nella letteratura italiana ruota attorno al decennio ’95-’05.

Sin da subito il lettore si imbatte in una scrittura fatta di anacoluti, licenze poetiche e costrutti sgrammaticati, come nell’incipit della prima storia, Il principe di Persia: «La Daughter, l’unica figlia del Sultano, che lui le voleva un mondo di bene» (p. 13.)

I tre racconti contenuti nella raccolta si intitolano Il principe di Persia; La maledizione del sommo poeta e Il geometra sbagliato. Tutti e tre ruotano attorno allo stesso tema: la pazzia, o più in generale, la malattia mentale. I protagonisti di tutte e tre le opere si ritrovano a dover fare i conti con un mondo esterno e una psiche distorti, a confliggere con le proprie ossessioni o con l’insensatezza della realtà.

La prima storia è forse quella che più di tutte adopera una struttura narrativa atipica, stralunata, appunto. Il protagonista è il principe di Persia, protagonista del celebre videogame e le avventure che deve affrontare sono coerenti alla trama del gioco. Tuttavia, sin da subito l’antica atmosfera persiana inizia a contaminarsi con elementi più contemporanei come scale mobili (p. 34) o cheeseburger (p.73) e sono numerosi i riferimenti espliciti al lessico videoludico fatto di “livelli”, “punti ferita” e “dischetti”. D’un tratto il tema della pazzia emergerà con chiarezza, portando con sé un’atmosfera ossessiva carica anche di una certa drammaticità. Chiude il breve romanzo una lunga sezione di credits che esplicita tutte le citazioni, tratte non solo da Prince of Persia, contenute nella storia, rendendo di fatto quest’ultima un mosaico narrativo che si presta a molteplici livelli di lettura.

Il secondo racconto è quello più lineare, ma allo stesso tempo più fragile dal punto di vista narrativo. È la storia di un uomo di mezza età e del suo rapporto ossessivo con l’esigenza e il desiderio di lasciare un segno. Tutte le sue ossessioni si manifestano sotto forma di visioni di Dante Alighieri, il quale si diverte a torturarlo. Un tormento psichico che si traduce in un disturbo fisico, intestinale nello specifico, che induce il protagonista ad abbandonarsi a ulteriori ossessioni, su quanto la morte sia ormai vicina e il tempo per lasciare un segno ormai prossimo alla scadenza. Anche in questo caso la storia fluisce fatalmente verso gli esiti più tragici, ma rispetto alla trama precedente manca di mordente e si lascia coccolare da alcuni cliché abusati: l’illustre amico immaginario, il solito uomo di mezz’età tormentato dalla sua mediocrità e dal suo desiderio di fama letteraria… Tutti temi che, per tornare all’inizio, potevano conservare una certa originalità nei primi anni Duemila, ma che oggi risultano decisamente stantii.

La terza storia è quella più interessante, quella in cui i classici topoi del racconto della malattia mentale vengono utilizzati al meglio. Un racconto nello stile del film Shutter Island (ma la cui data di prima pubblicazione precede quella della pellicola) in cui un ospedale psichiatrico e l’ufficio d’Amministrazione Provinciale si sovrappongono di continuo, così come i pazienti e i geometri che dovrebbero abitarli. Il risultato è un vortice che scivola sempre di più, pagina dopo pagina, nel non-senso, nel complotto e nell’illogicità. In questo caso la resa è magistrale è l’isomorfismo di forma e contenuto che spesso si ricerca nell’arte, in special modo in relazione ad alcuni temi, viene perfettamente trovato dall’autore.

Questa concordanza riesce in generale in tutte e tre le opere grazie anche a un uso peculiare della lingua, che Calvisi stesso definisce «Lingua dei matti […] fatta di inceppamenti, ripetizioni, ingarbugliamenti» (p. 430). È uno strumento retorico reso particolarmente celebre, di recente, da Remo Rapino con il suo Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio. Il tema della malattia mentale è sdrucciolevole proprio perché tratta di qualcosa in grado di modificare in profondità la percezione del reale, che a sua volta è qualcosa che l’arte in generale e la letteratura in particolare dovrebbe creare o restituire. Come si fa a raccontare la realtà o la finzione, se il confine fra le due si sposta di continuo, se entrambe vengono sempre plasmate dalla psiche, sia essa sana o malata? È proprio per questa ragione che lingua e struttura devono adattarsi al tema in quelli che potrebbero sembrare stralunati esercizi di stile, ma sono invece attenti lavori di raffigurazione. Sarebbe da sciocchi pensare che il realismo rappresenti la realtà meglio dell’impressionismo.

A fronte di questa evidente attenzione è un peccato che nel testo non manchino i cliché: quelli strutturali già citati e quelli linguistici ( «facile come bere un bicchier d’acqua» (p. 89); «come Mosè con le acque del Mar Rosso» (p. 91)) che se ogni tanto fanno venire il sospetto di essere voluti, il più delle volte stonano con il linguaggio preciso e originale utilizzato da Calvisi nella maggior parte dei casi.

Ad ogni modo, i tre mattoncini del libro si incastrano bene fra di loro, nonostante finiscano per creare una struttura più solida in alcuni punti e più fragile in altri. Il risultato è un edificio d’avanguardia, di quindici anni fa, ma pur sempre un’avanguardia che testimoniando il proprio tempo racconta anche un po’ il contemporaneo.

Giuseppe Vignanello

Foto di Victoria_Watercolor da Pixabay

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