Vita e martirio di Saro Scordia, pescivendolo, Giorgio Benedetto Scalia
(Pessime idee, 2023)

Fin dalle primissime pagine del romanzo, chi legge viene catapultato nel pot-pourri di odori e frastuoni del mercato della Vucciria. Il luogo, oltre ad essere il cuore pulsante della vita di strada di Palermo, rappresenta pure il suo intestino e la sua pancia tutta; in altre parole, sede di quegli umori che nel testo si rapprendono sotto forma di chiazze dialettali: torneremo tra un poco a riflettere sull’uso della lingua siciliana che informa di sé lo stile di Giorgio Benedetto Scalia.
Finalista della XXXV edizione del Premio Calvino, prima d’ora l’autore aveva già pubblicato racconti. Questo è il suo esordio nella narrativa lunga.
Dopo un primo ritratto d’ambiente, in cui viene squadernata l’argentata varietà di pesce fresco esibito ogni mattina sulle bancarelle, l’occhio di bue della narrazione si sposta su Saro Scordia, pescivendolo con anni di esperienza alle spalle, uomo metodico e abitudinario.
La sua vita è un disciplinato andirivieni tra lavoro e casa: si sveglia sempre allo stesso orario, non varia mai tragitto, se ne sta accomodato nel comfort prevedibile di ogni suo singolo giorno.
Adesso abita da solo, ma il suo pensiero torna spesso ai tempi in cui le giornate erano scandite dal passo fermo di sua nonna: la narrazione saltabecca tra flashback continui in cui la nonna è riportata in vita dalla tenerissima voglia che Saro ha di ricordarla e sentirsela ancora accanto, a snocciolare i suoi insegnamenti intrisi di saggezza popolare e stregonesca. Orfano di genitori mai conosciuti, quella nonna che l’ha accudito fino a quando non s’è ammalata è l’unica famiglia che Saro abbia mai avuto.
Pur essendo così solo, Saro possiede però una compagnia inseparabile senza la quale si sentirebbe incompiuto, mutilo: è ossessionato dai suoi capelli. Li coccola e massaggia e accudisce con devozione da tutta la vita. Almeno fino a quando non avviene l’irreparabile: in quello che pareva essere un giorno tanti, mentre Saro è al mercato, una colomba si precipita sul suo cranio e becca un ciuffo della sua invidiabile capigliatura.
Seguono scene disperate, in cui Saro si arrabatta con ogni mezzo per arginare la perdita dei suoi adorati capelli, che da quel momento cruciale prende a verificarsi; pagine che lasciano il lettore a ciondolare tra la compassione e il ghigno ironico.
«Era passata una settimana dall’attacco del colombo e la situazione era precipitata. Saro si ricordava di un servizio su “Dopopranzo”. «Lo stress fa cadere i capelli», diceva Debora Russo, la conduttrice. Mentre guardava il programma, Saro non pensava che gli sarebbe toccata una simile disgrazia, mai. Anche perché non sapeva cosa fosse lo stress. Prima di quel colombo, la sua vita era stata sempre uguale, e per questo placida e rassicurante» (p. 33)
Quando la calvizie diventa totale, sul cranio liscio di Saro si rivela l’ombra inconfondibile di un’immagine che subito fa gridare al miracolo: la sua testa è marchiata dall’effige del volto di Cristo, più chiara persino di quella impressa sulla sacra sindone.
Si stringe allora intorno a lui «uno stuolo di pellegrini assetati di miracoli», proseliti desiderosi di credere nella sua capacità di elargire consigli prodigiosi e far avvenire lui stesso miracoli.
«Miracolo! Saro, Saro Scordia, u me vicino ri casa, un santo è! L’ho visto resuscitare cu ‘sti occhi ri cà. Sulla fontanella c’ha stampata a faccia ‘i Gesù! Vu giuro vieru!», gridava a Purtiera in preda all’euforia. La gente si affacciò dai balconi, i passanti fermarono il loro cammino e le vecchiette sempre sedute sul ciglio del marciapiede, per l’occasione si scollarono dalle loro sedie (p. 61)
Da questo punto in poi, nella trama si avvicendano senza sosta sequele di situazioni paradossali, in cui diviene difficile perfino per lo stesso Saro orizzontarsi tra ciò che è vero, autentico, e ciò che invece è superstizione.
La quale superstizione è, se vogliamo, una delle forme del desiderio: incaponirsi e credere in qualcosa tanto convintamente da farlo avverare.
A proposito dello stile che, come accennavamo, contiene tantissimi precipitati di dialetto siciliano, va detto che il peso specifico del dialetto riesce a risultare consistente senza essere intrusivo.
Per tutto il testo la sua presenza, che s’installa nei dialoghi botta-e-risposta dei personaggi, nel loro modo di pensare e pensarsi, coesiste pacificamente con un altro registro: una lingua letteraria sobria ma non ingessata, e che soprattutto non s’insuperbisce di fronte a quel dialetto che dovrebbe essere il suo controcanto ‘basso’. Il passaggio dall’uno all’altro linguaggio non suona forzato né stridente.
Nella bell’armonia che l’autore è riuscito a calibrare, il ricorso a una lingua mediana è piuttosto un tessuto connettivo grazie al quale la storia si tiene insieme.
E, ancora grazie a questa lingua che unifica e rassoda, coabitano tutte le contraddizioni di cui la trama è popolata, tanto sul piano della forma quanto su quello del contenuto: alto e basso, profano e sacro, fede e credenze popolari (pur nelle loro torbide, clandestine parentele), interrogativi e punti fermi.
Nel fondere insieme questi ingredienti e rappresentarli spesso come rovesciati, ‘di schiena’, l’autore ha ottenuto una composita rappresentazione dell’umanità tutta, con le sue idiosincrasie.
Alla fine, chi legge può pensare di Saro che sia un matto, un santo, un povero disgraziato o una creatura baciata dalla fortuna, o può concludere che in fondo sia tutte queste cose insieme.
Interessante osservare come le sfumature che convivono nel testo non s’avviano, nell’epilogo, a confluire o risolversi in un unico colore, ma mantengono la loro sfaccettata discontinuità.
Così si conservano i dubbi a cui il singolo lettore sceglie di rispondere con soluzioni diverse: chissà se quella di Saro era davvero un’ascesa alla santità o piuttosto un precipitare in un salto nel vuoto; chissà che fede e superstizione, in questa storia, non ammicchino continuamente l’una all’altra, in quanto modi alternativi e complementari di vedere il mondo, e spiegarsi quello che di straordinario e normalissimo ci accade ogni giorno.
Viviana Veneruso
(Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/photos/casa-facciata-balconi-persiane-4036809/)
