Io e Gio, Francesco Prosdocimi
(NEO. Edizioni, pp. 160)
Ripartire, ovvero partire di nuovo, partire da zero come se si fosse stati capaci di azzerare – appunto – tutto quello che è successo nel mondo di prima, è l’obiettivo di chiunque ha subìto un trauma e a cui sembra di non avere la forza. Ripartire, sparendo e allontanandosi dal luogo in cui tutto parla ancora del passato (quella che nel libro Pietro e Gio chiamano «casa casa» per differenziarla dalla «casa» dove si sono trasferiti), è il cuore di Io e Gio, il romanzo d’esordio di Francesco Prosdocimi (NEO. Edizioni, pp. 160). Nella prima scena, i due fratelli, dopo aver caricato il bagagliaio della vecchia Yaris, da Vicenza (dove si trova «casa casa») si avviano verso l’autostrada del Brennero, a Merano e infine in un piccolo paesino alle pendici delle Dolomiti: Santa Gertrude.
Ad accoglierli una casa affittata a una cifra molto bassa, un uomo silenzioso e burbero che prima o poi dovrà ammorbidire la sua dura scorza fatta di silenzio e lavoro, un luogo sconosciuto, un piccolo gattino che verrà immediatamente adottato, un campo da calcio e la necessità di scrollarsi di dosso la morte dei propri genitori. Fin dall’inizio, infatti, è chiaro che Pietro e Gio stanno vivendo un grave lutto e su questa evidenza la narrazione si appoggia costantemente, non tanto per sottolinearne la crudeltà quanto per mostrare come ripartire da zero sia un’utopia.
Da un punto di vista della costruzione narrativa, la morte è un elemento chiaro fin dalla prima riga e viene continuamente nominata anche in contesti diversi (il telefono scarico è morto; i fiori lasciati incustoditi sono morti; il fratello addormentatosi in macchina durante il viaggio sembrava morto). Sembra essere in atto la volontà di voler normalizzare la morte, anestetizzandola e rendendola una cosa comune, non eccezionale. È come se non morissero solo gli uomini, ma anche le cose – tutte le cose –, malgrado poi si possa continuare a nominarle e alcune siano capaci di tornare in vita.
Pietro, il fratello più grande (anche se poco più che maggiorenne), si affanna per cercare di rendere morbido il doppio trauma che ha subìto Gio: la morte dei genitori e il trasferimento. Gio risponde chiudendosi in una timidezza malinconica, dolce e comprensibile. Pietro invece sperimenta momenti di rabbia insensata, come se fosse guidato solo dall’emotività più cruda. La storia non ha clamorosi plot twist e si svolge in maniera rotonda, consequenziale; i piccoli cambiamenti diventano la scusa per i due per costruire qualcosa di nuovo, per abbandonare definitivamente il passato.
Tutto il romanzo è costruito su una scrittura paratattica, con frasi brevi che non hanno grandi volontà descrittive. I dialoghi sono perlopiù serrati, stretti, asciutti e restituiscono bene la chiusura di Gio (malgrado il rapporto col fratello) e invece gli enormi tentativi di Pietro di stimolarlo. Il linguaggio è giovanile, come è giovane il narratore e i riferimenti sono contemporanei all’uscita del libro. Purtroppo però alcune volte l’aderenza fra linguaggio e narratore si traduce in un appiattimento di alcuni passaggi e dialoghi che non sempre sono efficaci.
Nel romanzo (ma sarebbe più corretto dire nella novella o nel racconto lungo) Io e Gio c’è una dolcezza che non diventa mai stucchevole, ci sono reazioni improvvise comprensibili e ben inserite nel flusso della storia, una dinamica stretta fra i due fratelli che si ripete e piano piano si amplia come se si prendesse ad ogni riga uno spazietto in più. Questo è senz’altro il lato forte del libro, ovvero la sua capacità di incidere l’emotività del lettore, convincendolo che ripartire da zero è impossibile ma è altrettanto sbagliato non provarci.
Saverio Mariani
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