Cosa desideriamo davvero quando (non) desideriamo i soldi?

Storia dei miei soldi, Melissa Panarello
(Bompiani, 2024) 

Soldi_copertina_OKL’ultimo romanzo di Melissa Panarello, candidato al Premio Strega 2024, è caratterizzato da una forte intenzionalità, resa esplicita fin dalle prime pagine: mettere a nudo il tabù del denaro. Un tabù è una proibizione di carattere magico-religioso relativa a determinati oggetti o parole considerati sacri e/o impuri, contaminanti al solo essere nominati. In effetti, non è inesatto sostenere che tutto, nel mondo che conosciamo, è regolato dai soldi, ma questo non si deve dire. Parlare di soldi è proibito, soprattutto se a farlo sono le donne, a loro volta isolate da vari tabù. Già dalle sue premesse, Storia dei miei soldi si profila come un romanzo audace e, grazie a una trama montata sapientemente, mantiene la sua promessa di liberazione fino alla fine. 

Le protagoniste della storia sono due donne che per un periodo della loro vita sono state la stessa persona: Melissa, una scrittrice prolifica ormai senza più ambizioni, e Clara T., una attrice caduta in rovina, diventata famosa da giovane grazie al ruolo (e alle scene di nudo) che ha interpretato nella trasposizione cinematografica del secondo libro di Melissa – quello che l’ha resa famosa come scrittrice.  

Qui parte il primo cortocircuito della storia: non solo Melissa e Clara sono state l’una l’alter ego dell’altra, accomunate dalla grande fama che le ha travolte giovanissime e associate morbosamente l’una all’altra su ogni media; ma queste due donne potrebbero essere anche le due facce di una stessa moneta, e cioè l’autrice stessa, Melissa Panarello, o Melissa P., per assonanza con Clara T. Vogliamo però attenerci alla nota dell’autrice che specifica che «questa è un’opera di finzione» e dunque stiamo al gioco (di specchi), senza speculare se si tratti realmente di fiction, o piuttosto auto-fiction, etc. 

Storia dei miei soldi di Melissa Panarello è la storia dei soldi di Clara T., raccontata dall’autrice-protagonista Melissa, che decide di trascrivere le lunghe conversazioni avute con Clara durante vari incontri. Di fatti, le due donne si sono rincontrate dopo quindici anni da quel film che aveva fatto avvicinare i loro destini, per una di quelle fortuite congiunture cui solo Roma può fare da sfondo: Melissa soccorre Clara dopo una rissa in un ristorante e, dopo essersi riconosciute, Clara le chiede dieci euro. Così, le due donne iniziano a parlare: parlare di soldi. E Clara decide di affidare la sua storia e, quindi, i suoi estratti conto alla scrittrice di cui anni prima aveva vestito i panni interpretandola sul grande schermo. 

«Ti porto i miei estratti conto. Altro che romanzi, è lì che trovi le storie della gente. È così che conosci le persone, da cosa scappano e da cosa si sono fatte sedurre, se vuoi conoscere il passato e il futuro di qualcuno è lì che devi guardare, lascia perdere le stelle, le carte, le linee della mano. Fidati solo delle loro tasche.» (p. 20)

Clara è nata sotto il segno dei soldi: a poche ore dalla nascita la sua culla si è riempita di banconote e quello che doveva essere il suo battesimo in nome della prosperità si è rivelato la sua condanna. Appena maggiorenne conosce il successo nel mondo del cinema, il suo conto corrente comincia a gonfiarsi grazie a ingaggi con alcuni dei più famosi registi e così può permettersi di comprare una casa dove va a vivere col fidanzato (nonché figlio del suo agente), viaggia e frequenta i salotti romani. Clara è però incapace di gestire le proprie risorse, non sa amministrare le entrate e le uscite, sia di soldi che di sentimenti. Così, a una rapida ascesa, segue un vertiginoso e doloroso declino. 

«Non essere capace di utilizzare le proprie risorse è una cosa che ha molto a che fare con l’essere nati in una famiglia che ha paura dell’amore», confessa Clara da adulta, quando si rende conto di aver confuso per tutta la vita l’amare con l’avere, e di essersi crogiolata nella sicurezza di una casa posseduta, mentre quello che cercava era la sicurezza di una casa vissuta con l’affetto di una famiglia. Clara cerca amore ma non sa dirlo e allora lo compra: lo fa con Lino, agente che l’ha portata via da una casa in guerra iniziandola alla carriera di attrice, a cui ha affidato tutti i suoi incassi e da cui è stata truffata; succede anche con Pietro, artista squattrinato che, come sua madre, le chiede attenzioni, devozione e infine soldi, dandole in cambio pugnalate.  

Questo meccanismo è ancor più evidente nel rapporto, appunto, con la madre, presenza persecutoria (come persecutorio è il bisogno di amore di Clara) che la segue in capo al mondo con le sue chiamate in cui piange per averla persa e, allo stesso tempo, la riempie di sensi di colpa per averla lasciata a crepare nella sua infelicità. A lei, Clara si sentirà in dovere di pagare un finanziamento per aprirsi una attività e rifarsi una vita dopo la separazione col padre, al fine non fare la parte della cattiva come era successo a lui.  

Si innesca così un secondo cortocircuito: dove sono finite le centinaia di migliaia di euro guadagnate da Clara? Qual è stato il loro valore reale, o meglio: cosa desiderava veramente Clara T. da tutti quei soldi? È mai possibile che il denaro, questa materia terrena, sporca, demoniaca, possa essere mistificata a tal punto da diventare il simbolo dell’amore? 

Melissa ascolta e mette insieme i pezzi del racconto di Clara, muovendosi tra le mappe dei numeri, degli stratti conto, dei contratti. E mentre lo fa vede in maniera speculare sé stessa: come Clara, anche lei aveva rischiato di morire di successo e di notorietà, ma era riuscita a costruirsi una sua fragile felicità con il compagno Matteo, il figlio Cosmo e la bimba che stava per nascere. Gli incontri, dapprima nei bar, finiscono per avere luogo in casa di Melissa, e l’abisso a cui la espone il racconto di Clara si fa così vicino da inghiottirla. Le due donne tornano a fondersi ancora una volta, così diverse ma così simili: due mendicanti d’amore

La storia dei soldi di Clara T. si legge in apnea, come a non voler disturbare la conversazione che fluisce con un ritmo bulimico, rincorrendo un finale che non aspira alla redenzione, ma piuttosto a una libertà totale. Libertà, si intende, dal tabù del denaro e dal tabù delle madri crudeli – altro argomento proibito che Panarello approfondisce con intelligenza; libertà dallo sguardo di chi sentenzia sui soldi che una donna guadagna attraverso il suo corpo; infine, da quello di chi misura il mondo e le persone a seconda di quello che si ha, e non di quello che si è, dimenticando che «sono le cose che costruiamo, e non quelle che possediamo, a contenere la memoria di ciò che siamo stati e quando quelle cose le perdiamo, perduta è anche la possibilità di testimoniare noi stessi.» (p. 66) 

Beatrice Palmieri 

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