Janek Gorczyca, un fabbro di strada

Storia di mia vita, Janek Gorczyca
(Sellerio, 2024)

Janek Gorczyca ci ha messo una vita a vivere la sua vita e ora, senza la volontà manifesta di insegnarci alcunché, mosso dal solo desiderio di raccontare, ci tiene incollati giusto qualche ora a leggere Storia di mia vita. L’idea che in un pomeriggio di lettura (il libro è lungo 144 pagine) si possa attraversare tutta la storia di una vita è una delle grandi illusioni salvifiche della letteratura. Con una lingua nuova, molto personale e che ricalca il parlato di uno straniero abituato a comunicare per strada, per necessità (Janek è polacco, ma vive in Italia da trent’anni), Storia di mia vita è una sorta di tornante improvviso mentre si è lanciati in discesa. La curva non spaventa, piuttosto ci costringe a ricordare che la letteratura è capace di raccontare di nuovo, ancora una volta, in un modo sempre diverso, la straordinarietà delle esistenze, il loro saper essere storie da condividere e diffondere

Già l’incipit di Storia di mia vita è folgorante perché Gorczyca ci porta immediatamente nella sua realtà, nella vita di Janek, dentro quell’orizzonte che è la vita di strada per come l’ha vissuta finora lo stesso Janek:

Questo sarà un breve racconto di mia esperienza sulla vita per la strada. Tutto comincia nel 1998 di ottobre, io sto in una stanza a Campo dei fiori, contratto di lavoro scaduto, permesso di soggiorno uguale, ho un milione e mezzo di lire in tasca, e penso come riprendere tutto, ma non è facile. (p. 13)

Le discordanze lessicali, quelli che di consueto definiremmo errori, l’italiano zoppicante, per certi versi infantile, non saltano all’occhio e non sporcano l’esperienza di lettura. Janek Gorczyca ci ha subito agganciati e trascinati nel suo tentativo di «riprendere tutto». Tutta la narrazione sarà una continua ricerca di «riprendere tutto», un tutto che per sua stessa natura sfugge e non si lascia nemmeno definire. Per Janek a volte questo tutto sembra essere il proprio “appartamento” alla Torre, un edificio occupato nel quale insieme a Marta, la sua compagna, andranno a vivere nei primi anni duemila; in altri momenti ciò che andava ripreso erano semplicemente i momenti di libertà assoluta che la vita per strada gli concede. Il suo vivere per la strada, infatti, essere quello che viene definito (mai da lui, e non credo sia un caso) un “senza fissa dimora”, è una scelta, dettata ovviamente dalle condizioni ma pur sempre frutto di una qualche forma di volontà. 

«Torniamo a casa e io rifletto su che differenza fa pagare l’affitto e stare in queste condizioni? L’unica differenza è che hai la corrente e l’acqua sul posto. A noi alla Torre ci manca solo la corrente. Capisco che in questo tipo di affitto sono più i problemi fra gli inquilini che nella vita per strada.» (p. 41)

Janek Gorczyca fa il fabbro e ha una spiccata manualità, riesce a collocarsi lavorativamente dappertutto e in questi anni romani ha lavorato con una certa continuità con Gino. Il suo racconto, le sue stranezze, gli allontanamenti e i ritorni, si inseriscono sempre nel rapporto con Gino che, da quel che dice Janek, sembra sopportare, accettare e a volte assecondare le scelte del suo operato. Janek ha in mente di riprendere tutto, non va mai dimenticato. Questa ricerca però gli crea enormi problemi, anche di salute, e il suo darsi da fare viene necessariamente inghiottito da una pesantezza a cui non vorrebbe abbandonarsi. 

«Dopo mi tocca affrontare molto altro, forse lì comincia il mio crollo, ma davvero, stare in mezzo alla strada, impegni di lavoro, relazioni sociali, cominciano rilievi da parte del Comune per ristrutturazione della Torre, il mio numero di telefono finisce nel Comune, dopo ci rientra il Ministero dei Beni Culturali, sempre il riferimento sono io, io mi sto perdendo e nonostante tutte le persone intorno sto da solo.» (p. 64)

Storia di mia vita non è però, come si potrebbe immaginare, un diario («questo è un racconto non diario di un capitano di barca», p. 126) è il giustapporsi continuo di momenti che Janek ha attraversato con coscienza limpida. A pagina 100, come d’improvviso, lo sguardo si allarga e Janek non parla più di sé ma del mondo che lo ha formato, cosa lo ha illuso, la situazione della Polonia durante la disgregazione post-sovietica, il movimento di Solidarność e la ribellione politica. Poi, sempre poi, in un affastellarsi di cose che si sovrappongono, arriva l’alcolismo e una tentazione suicida che aleggia costantemente nella sua testa, l’amore per Marta e la sofferenza per la sua malattia. Tutto questo – come accennato – si svolge come un gomitolo lanciato in aria: tutto il filo, ad un certo punto, è costretto a ricadere su se stesso intrecciandosi. Nel tentativo di riprendere tutto, Janek Gorczyca ha dato vita a un intreccio impressionante, testimonianza vivida di una bellezza dolorosa. 

Il libro, nato come una serie di appunti che Janek ha iniziato a scrivere durante la pandemia, quando aveva trovato rifugio a casa del giornalista e scrittore Christian Raimo che lo ha stimolato a raccontare, sembra rappresentare per lui un momento di distacco e pacificazione. Non c’è però rassegnazione nelle parole di Gorczyca, c’è invece sempre una lettura attiva della realtà, dei frutti che ognuno deve portare a maturazione seguendo lo scorrere dei propri giorni, delle responsabilità connaturate all’obbligo di prendere decisioni, compresa quella di vivere a fondo la propria vita.

Saverio Mariani

Foto di Mihály Köles su Unsplash

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