In Popoff, ultimo romanzo di Graziano Gala edito da minimum fax, viene introdotto fin da subito il piccolo protagonista, accanto a quello che diventerà il suo sgangherato padre adottivo: «C’è un bambino ed un vecchio: la porta è nel mezzo».
Su quella porta battono cocciute le mani bambine che cercano un papà, invocandolo con una lingua petulante, che balbetta sputacchiando schegge di dialetto: «Mi scu-ci, ci-niò-re, à visto pe-ccaso mio pa-ttre?».
Nessuno sa chi sia quel bimbo che, nella prima parte, rimane orfano di nome e latita tra i luoghi in cui gli viene concesso asilo: dapprima casa di Cimino, il vecchio smagato che lo prende a cuore, e poi la chiesa di Don Ato, il parroco che lo tiene con sé pur riconoscendosi inadatto nel ruolo di tutore – lui è solo un saio, un volto nascosto dietro la «finestra di grattugia» del confessionale, una voce tonante dal fondo delle navate, uno «slatinare» amaro tra le «foglie della barba».
Se però questi due adulti, malgrado la loro maldestra inadeguatezza, provano a prendersi cura del piccolo – un esserino anonimo, foderato da strati di cappotti – non appena la notizia della sua presenza diviene di dominio pubblico, in paese, si percepisce la virulenta ostilità con cui viene considerato dal resto degli abitanti: corpo estraneo, agente patogeno da espellere. La sua figura è per tutti inspiegabile, marziana.
Da lì in poi c’è chi ingaggia una lotta impari col bambino, chi lo raggira, chi ha l’idea di battezzarlo (d’altra parte «la vita è una schifezza se non tieni manco un nome» p. 52), ma è un battesimo prosaico, sacrilego: sulla sua fronte colano mestolate di brodaglia.
Attorno a lui si assiepa una comitiva di individui che, per ragioni diverse, appaiono ‘bacati’: chi legge scopre solo più tardi, e con sgomento, cos’hanno questi personaggi e cos’è che li ha guastati.
Tra le immagini più belle che nel testo restituiscono l’universo sbilenco, sbatacchiato, in cui tali personaggi sono confinati, questa che li raduna in una sorta di presepe: «C’è una grotta nel paese, un gesù non più bambino che scodinzola il suo cane lì vicino a un sangiuseppe: di sicuro manca gente, ma se fossimo a Betlemme ti direi che mi ricorda un principio di presepe» (p. 69)
Folklore e fiabesco sono due delle matrici che in filigrana al testo si intravedono, seppur manomesse, deformate. Della fiaba l’autore riprende la necessità di far agire il bambino da solo sulla scena, perché i genitori ne impedirebbero il viaggio iniziatico e l’avventura. Tuttavia, nessun viaggio rocambolesco o consacrazione alla crescita per Popoff, Pollicino che lascia dietro di sé non briciole ma pozzanghere, a gocciolare dai vestiti fradici.
D’altronde, il suo stesso nome non proviene dal mondo della fiaba bensì dalla cultura popolare, rimasticata dalla televisione: tra i capitoli, strofe della canzone dello Zecchino d’oro di cui si ricorda immediatamente il motivetto.
Quello di Gala è il racconto di un’infanzia scippata: Popoff non ha «madreppadre», né altri adulti al suo fianco che siano davvero affidabili; non può vivere di corse svolazzanti tra le panche della chiesa né di panini sbocconcellati, non può concedersi la paura dei mostri che fanno «tana nella bocca», ma s’imbatte in mostri in carne e ossa e occhi di pesce. Nel corso della storia vede e vive quello che un bambino, nient’altro che un bambino, non dovrebbe vedere né vivere mai: scene che maciullano il suo diritto ad abitare l’infanzia.
All’inizio abbiamo citato la domanda arrancante, incagliata dalla balbuzie, con cui Popoff entra in scena: con la sua cadenza battente, quella frase dà già la misura della musica che appartiene a tutta la lingua di Graziano Gala. Il testo è una minuziosa orditura di endecasillabi che, con le loro simmetrie interne, reclamano di esser letti ad alta voce: in questo modo si riuscirebbe davvero a rendere giustizia all’andatura regolare e palpitante con cui la prosa procede.
A questa scelta stilistica se ne giustappongono altre ugualmente originali: la propagazione nel testo di neologismi, parole reinventate nel senso a volte grazie all’apposizione fantasiosa di un prefisso, in altri casi sostantivando verbi o, viceversa, facendo diventare i nomi azioni. Qui una carrellata (esigua) di esempi, ché è più gustoso incontrare questi termini nel testo per toccarne con mano le gigantesche risonanze visive e sinestetiche: rigiubotta i suoi vestiti; Cimino si spoltrona, si mantella di silenzio; sguanciotta nella bocca; le guance arcobalena; coriandola le stanze; perdicuore; arcipelaga la stanza.
In più, com’era già successo con Sangue di Giuda, Gala si riconferma perfettamente a suo agio in quella recente tradizione per cui, nella nostra letteratura, diversi scrittori stanno saggiando le consistenze del proprio dialetto o italiano regionale, con risultati che vanno oltre l’espressionismo manieristico o il recupero nostalgico. Si pensi a Remo Rapino o Andrea Donaera, per nominare un altro giovane scrittore pugliese: casi in cui il dialetto è ineliminabile costola del senso. Nel caso specifico di Popoff, è impensabile immaginare di separare i personaggi dalla loro lingua, insaporita dal dialetto.
In conclusione, a Popoff «i pensieri nella pancia fanno nido di burrasca» e succede lo stesso nella pancia di chi legge, d’intenerirsi sì di tristezza, di rinnegare il proprio dio, di riconoscere che nulla del racconto è simbolizzazione di una qualche realtà, ma è già realtà incarnata, anzi intabarrata dentro strati di cappotti. Infagottato lì dentro, un personaggio letterario difficile da dimenticare.
Viviana Veneruso
(immagine in evidenza: Le petit pouchet, ill. di Gustav Doré, https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Le_Petit_Poucet_(Gustave_Dor%C3%A9)#/media/File:Poucet2.JPG).

