Speciale Campiello 2017: “La ragazza selvaggia” di Laura Pugno

La ragazza selvaggia di Laura Pugno (Marsilio) è uno dei cinque romanzi finalisti al Premio Campiello 2017. La nostra recensione:

La ragazza a cui il titolo fa riferimento è Dasha, scomparsa ormai da dieci anni in condizioni mai del tutto chiarite. In una fredda notte di dicembre, Dasha viene ritrovata in un bosco, è ferita e ha perso i sensi. A farne la scoperta è Tessa, biologa, che vive in un container nei boschi di Stellaria per svolgere studi e osservazioni. Tessa aveva già incontrato Dasha altre volte, aveva visto i suoi nascondigli nel bosco, ma mai ne aveva dato notizia, forse perché consapevole che lo stato selvaggio di Dasha era ormai irreversibile. Eppure, la notte del 22 dicembre, quando la ritrova ferita e priva di sensi, non può esimersi dall’entrare in contatto con lei per prestarle soccorso.

Così ha inizio il romanzo. La riapparizione di Dasha torna a sconvolgere la vita 9788831724302_0_0_1549_75della famiglia Held, come la sua scomparsa aveva fatto dieci anni prima: da allora, la madre Agnese aveva subito il dramma attraverso ripercussioni psicologiche che l’avevano portata all’alienazione; il padre Giorgio non si era mai dato per vinto e aveva continuato per tutto l’arco dei dieci anni ad aspettare la figlia; e Nina, sorella gemella di Dasha, era in coma vegetativo a seguito di un incidente forse fortuito forse cercato. Da questo momento in avanti, seguiamo le vicende di tanti personaggi che si affollano numerosi in appena centocinquanta pagine. Il fulcro centrale della vicenda è però il tentativo di riportare la ragazza selvaggia dallo stato di natura allo stato di cultura, o con altre parole dallo stato brado alla civiltà e nella società. Una equipe di medici presta cure alla ragazza col tentativo di addomesticarla, servendosi soprattutto di sedativi che provocano dubbi e perplessità in Tessa.

Il dilemma etico che suscita tale contrapposizione è senza dubbio l’aspetto più interessante dell’opera e produce riflessioni su quella dicotomia concettuale che, per dirla con Lévi-Strauss, si può riassumere nell’opposizione tra natura e cultura. Lo stato selvaggio in cui per dieci anni Dasha aveva vissuto, persa nei boschi, viene inteso da tutti come un male da cui liberare la ragazza, e di contro si presume con certezza che riportare in società e ad uno stato di civiltà significhi fare il bene per lei. Ma è davvero così?

Crediamo che la felicità sia appannaggio esclusivo della vita umana e che per stare bene bisogna vivere secondo l’apparato di leggi, regole e convenzioni contingenti che la cultura dell’uomo ha stabilito per lui. Crediamo che la vita umana sia migliore perché abbiamo la tecnologia, i prodigi della tecnica e quant’altro l’ingegno dei popoli ha messo a nostra disposizione. Ci basta premere un interruttore per avere la luce, aprire un rubinetto per ottenere l’acqua e voltare una manopola per il fuoco. Diamo per scontato che queste ‘comodità’ rendano più felice la vita di chi le possiede rispetto a chi non le possiede. Secondo questo principio la vita umana è migliore ad esempio di quella animale o comunque selvaggia, e può dare più benessere e felicità di una vita allo stato brado. E allora chi vive fuori dalla civiltà è qualcuno da salvare, da riportare all’interno per il suo bene.

Ma se costui invece vivesse una vita migliore e più felice della nostra? La nostra potrebbe essere certamente più facile e più incline al benessere, ma facilità e benessere sono relativi, e calibrati sulla base delle esigenze e dei bisogni stessi. Una vita allo stato selvaggio prevede come unici bisogni il cibo per sfamarsi e un posto per ripararsi. Chi vive una simile vita non avrà nulla, ma al tempo stesso non bisogna di nulla, e allora il suo nulla basta a colmare tutte le sue esigenze. Nel nulla ha tutto, mentre noi, che stiamo dall’altra parte e abbondiamo di esigenze, nel tutto non abbiamo nulla, proprio come capita alla benestante famiglia Held.

Nessuno si chiede se Dasha fosse felice nei boschi, se per lei sia meglio vivere come aveva vissuto fino ad allora; e d’altra parte non ci si chiede se le cure sedanti e i tentativi di addomesticamento siano per lei un danno. La si tratta come solitamente si è disposti a trattare ciò che è diverso da noi, ovvero riportando l’interessato sotto l’egida dei valori e dei costumi che sono nostri e che sono presunti migliori. È un vizio insito nella natura umana, lo stesso che ha dato matrice a guerre di conquista e di religione e alle colonizzazioni.

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Laura Pugno. Foto di Susan B. Landau, dal sito dell’autrice

Questo vizio è ben rappresentato da tutti i tentativi di ‘riabilitare’ Dasha e che hanno il solo effetto di nuocerle ulteriormente. Si intuisce forse in Tessa una consapevolezza di tutto ciò: lei che viveva nei boschi come Dasha, che ne aveva taciuto la presenza e che “sperava che il bosco facesse in tempo a divorarla interamente”. Ed è lei che cerca di aiutarla in una maniera che più si avvicina alle vere necessità di Dasha, allorché conduce da lei un cucciolo di cane lupo della stessa razza che Dasha aveva avuto al momento della scomparsa. E non ci si rende conto di come gli altri, che a differenza di Dasha sono da sempre stati allo stato di civiltà, se la passino peggio di lei. Non è lieto il destino di Nina, non è lieto quello dei suoi genitori Giorgio e Agnese, e neppure Nicola, compagno di Nina, si può dire che abbia una vita tanto invidiabile. Eppure tutti credono che il male stia dalla parte del selvaggio. Ma la soluzione a questo dilemma, che è poi la sorte stessa di Dasha, si risolverà soltanto nel finale.

 

Tuttavia, oltre a questo filone narrativo e riflessivo, nel romanzo c’è molto altro, il quale rischia seriamente di offuscare e sommergere la parte migliore. Tanti i personaggi si muovono sulla scena, tra passato e presente, forse troppi per un libro di così poche pagine, e si avverte spesso una vera e propria sovrabbondanza di informazioni e di azioni. Questo viene in qualche modo smorzato dallo stile narrativo abbastanza semplice che rende il ritmo incalzante e la lettura molto veloce, cosa che ritengo personalmente un merito, al punto che il romanzo si legge in una giornata o addirittura in poche ore.

D’altra parte però seguire i vari intrecci non sempre risulta facile e al tempo stesso si ha la sensazione che molto rimane in sospeso. Resta inoltre quasi un disequilibrio tra il fulcro – la storia della ragazza selvaggia –, che viene quasi lasciato in secondo piano, e tutto il resto. Molti gli aspetti appena accennati e mai davvero esauriti al completo, come la figura di Tessa, che dovrebbe essere centrale dacché attraverso di lei seguiamo le vicende, ma che rimane quasi una voce fuori campo spesso abbandonata sull’esterno degli eventi e di cui finiamo per sapere poco o nulla; così come del ruolo del più volte citato Ascani o della zia Sagitta o della stessa riserva, che si presentano come strade attraverso cui raggiungere risvolti fondamentali per la storia ma che invece si dimostrano infine come vie senza uscita o appendici di corredo.

Sarebbe bastato poco a rendere il romanzo qualcosa di superiore, come rinunciare ad alcuni filoni narrativi o ridurre informazioni e personaggi, oppure mantenerli ma spalmarli in un totale di pagine maggiore, così da poterli esaurire come meritavano. La sensazione finale è che qualcosa sia andato perso e che l’arsenale di potenzialità che Laura Pugno aveva predisposto nella sua opera non sia stato innescato.

– Giuseppe Rizzi –

Leggi qui l’intervista a Laura Pugno

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