Le spade di vetro

Le spade di vetro. L’integrale, Sylviane Corgiat e Laura Zuccheri
(Magic Press, 2018 – Trad. Giuseppe Girolamo)

Il Sole si sta spegnendo e l’intera Terra è sull’orlo dell’oblio. In questa epoca buia, tuttavia, una luce di speranza arriva proprio dall’astro morente: quattro spade magiche fuoriescono dalla bruciante superficie della stella e precipitano in quattro punti diversi del pianeta. Le spade si conficcano al suolo, destando la curiosità di uomini ignari (taluni anche avidi) che vi si avvicinano per reclamarle, non sapendo che una morte orrenda li attende. Infatti, una profezia afferma che tali spade possono essere estratte solamente da quattro prescelti e che solamente chi riuscirà a riunirle tutte potrà scampare alla fine del Mondo.

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Vengono dunque raccontate le gesta degli eletti (Yama, Miklos, Tigran e Shona), che attraversano le lande desolate di un classico mondo fantasy-medievale alla ricerca delle quattro spade, ma anche di vendetta. Yama, infatti, era solo una bambina quando suo padre venne ucciso per mano del perfido generale Orland, e viene così cresciuta e addestrata da Miklos (un eremita dal passato misterioso) affinché diventi una guerriera brava a tal punto da poter vendicare il genitore. Ed è proprio questo “regolamento di conti” che costituisce il focus del primo arco narrativo (che occupa circa il 75% dell’intero volume), il più interessante fra tutti quelli che compongono la storia visti gli intensi toni politici con i quali è dipinto: la crisi globale fa sì che il potere sia nelle mani di pochi sovrani senza scrupoli e i meno abbienti risultino vittime di continui soprusi, in una realtà pregna di disuguaglianze sociali (ma con un forte sentimento di rivalsa che filtra dalle pagine).

Senza però addentrarsi troppo nella trama, fin dalle prime pagine si possono notare i primi, grandi difetti dell’opera. Se l’impostazione della pagina, la narrazione e il ritmo possono essere quantomeno accettabili, saltano subito all’occhio dialoghi per niente validi, pronunciati da personaggi oltremodo dimenticabili; tra questi, veramente deludente è Yama, la protagonista, il cui carattere forte viene estremizzato a tal punto da renderla un personaggio debole e traboccante di una moltitudine di cliché.

E il problema dei cliché non si limita alla sola Yama: l’intera storia è quanto di più tradizionale e canonico si possa trovare in una lettura fantasy, e in questo fumetto non mancano anche tediosi colpi di scena standard, prevedibili e privi di pathos. Inoltre, la gestione complessiva dei tempi risulta essere molto irregolare (sebbene questa potrebbe essere frutto di decisioni editoriali). Chiuso il primo arco narrativo, infatti, la trama improvvisamente accelera, e in sole cinquanta pagine viene portata a compimento, in un turbinio di informazioni fornite a una velocità troppo elevata perché queste possano essere assimilate. I personaggi vengono risucchiati nel “vortice degli eventi” e spersonalizzati, e durante il climax finale non si è più interessati a loro: ormai si continua a leggere per inerzia.

La sceneggiatura di Sylviane Corgiat è dunque la grande magagna di un’opera invece ineccepibile dal punto di vista visivo. I corpi, le espressioni, gli sfondi, i colori realizzati da Laura Zuccheri sono di una bellezza rara, capaci di dare personalità a una storia che altrimenti ne sarebbe totalmente priva: la disegnatrice prende ispirazione da una miriade di culture diverse per creare un’ambientazione che è una pura festa per gli occhi, un crogiuolo di medioevo, sciamanismo, moai e civiltà mesoamericane (il tutto mescolato con una giusta dose di tinte acquerellate che richiamano lo stile dello Studio Ghibli).

In conclusione, Le spade di vetro. L’integrale  (raccolta dei quattro volumi dell’omonima serie pubblicata in Francia tra il 2009 e il 2014) è un fantasy mediocre, “messo in scena” da personaggi altrettanto mediocri e privi di identità. Per quanto valida, la componente visiva non può, da sola, tenere in piedi un fumetto la cui struttura scricchiola continuamente e i cui difetti non vengono mai corretti, ma si amplificano a dismisura nel corso dello svolgimento: quello che nelle prime pagine pare un debole suono fastidioso, terminata la lettura diventa un frastuono assordante.

Francesco Biagioli

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