“Volo di paglia”, l’esordio di Laura Fusconi

Volo di paglia, Laura Fusconi
(Fazi, 2018)

9788893254335_0_0_0_75L’estate del 1942 è la terza dell’Italia in guerra, ma nella provincia di Piacenza, tra Verdeto e Agazzano, Tommaso, Camillo e Lia vivono la propria infanzia senza curarsi di quello che sta accadendo nel mondo. La guerra per loro è lontana, indefinita, e a contare di più è ben altro: i loro giochi nel fienile, il mistero e il fascino dei Boschi delle Fate e delle Streghe, la dinamica che s’instaura tra i tre – Camillo è innamorato di Lia, Tommaso è geloso dell’amico e Lia pensa solo a suo padre, Gerardo Draghi, che le sembra non avere interesse né affetto per lei.

Draghi, nella Valle, non è solo un cognome. Gerardo Draghi è il ras della zona, e col suo manipolo di camicie nere semina terrore e violenze. Il suo rivale, in paese, è Bartali, sospettato di avere idee antifasciste. Tra di loro sono frequenti tensioni e provocazioni. E quando Franco, il figlio di Bartali, scompare nel nulla, tutti pensano che sia stato Draghi a farlo sparire, per vendicarsi sull’uomo.

Camillo e Tommaso si mettono presto alla ricerca di Franco, e con loro anche Lia: la bambina non accetta l’idea che sia suo padre il responsabile, giacché ai suoi occhi appare del tutto diverso da com’è realmente, e si impegna nelle ricerche per dimostrarne l’innocenza.
Proprio quando la tensione sta crescendo, la storia si interrompe. Termina la prima parte, ambientata negli anni Quaranta, e inizia la seconda: siamo negli stessi luoghi, ma a distanza di oltre cinquant’anni.
C’è Mara, una ragazza che ritorna nella Valle otto anni dopo alla sua prima e ultima visita, per fare i conti con un passato ancora ingombrante. E per otto capitoli, quasi la metà dell’opera, si susseguono episodi vaghi e senza attinenza con la storia raccontata fino ad allora: Mara parla con Fabrizio e Maddalena, presso i quali alloggia; Luca, Lidia e Annachiara giocano per la campagna; Mara incontra i bambini e passa del tempo con loro; si fa a gara a raccogliere cavallette o a volare nella paglia.

Solamente sul finire di questa seconda parte appare il legame che c’è tra i nuovi abitanti della Valle e i personaggi degli anni ’40 – e quasi precipitosamente si scopre cosa sia accaduto realmente a Camillo, Lia, Franco e a tutti gli altri, e quale segreto Mara serbasse del suo passato. Seguono, poi, tre brevi capitoli ambientati  tra gli anni Quaranta e Novanta che pongono fine all’opera.
L’idea di interrompere la narrazione all’acme della tensione, per portarci direttamente a osservare effetti ed esiti di quanto è accaduto (il “fantasma” di Lia, Camillo ormai vecchio e demente, e così via) è un’idea senza dubbio interessante, perché permette di ribaltare la prospettiva attraverso la distanza temporale e di mostrare gli eventi di prima da una nuova angolatura.

Tuttavia, la seconda parte non risulta all’altezza della prima: se le vicende di Camillo, Lia e Tommaso scorrono vivaci, con un particolare gusto per la narrazione dell’infanzia e un susseguirsi di eventi legati da un filo conduttore evidente, la parte di Mara, al contrario, appare per due terzi evanescente. Un susseguirsi di dialoghi e episodi che non definiscono la trama, che non mostrano – come forse vorrebbero –  maturazioni o scoperte da parte della protagonista e che appaiono, pertanto, come un riempitivo a tratti inconcludente, finalizzato a creare una lunga pausa, benché inevitabile per l’effetto finale.

Eppure, se la pausa è certo necessaria per produrre l’effetto desiderato, resta una discrepanza di efficacia tra le due parti, che conduce a una sensazione di indefinitezza. Certamente Mara, con il suo background tutto da scoprire, il suo bagaglio di dubbi e incertezza, le sue cicatrici evidenti, è il personaggio meglio costruito, rispetto ad altri non troppo definiti – penso a Draghi, che rischia di toccare il cliché del fascista cattivo al cento percento, senza nessuna sfumatura. Tuttavia, le azioni anodine in cui si cimenta, nonché la sua “indagine” casuale e fortuita, non le rendono giustizia, se non quando il suo passato emerge evidente nel finale.

Il finale è certo un riscatto per un’opera che era partita molto bene e si era persa a metà percorso. Ora, senza chiaramente svelare nulla al lettore, si può dichiarare che, se le modalità di sviluppo possono risultare a tratti sbrigative, come detto, e se la verità emerge non tanto grazie all’evoluzione di un’ “indagine”, quanto piuttosto per via l’arrivo di Luigi e Camillo in qualità di deus ex machina, è vero altresì che il suo significato è molto affascinante, e verte su quella che potremmo definire l’ereditarietà dei destini, in un parallelismo che lega fra loro generazioni lontane. Il male che negli anni Quaranta era stato causato in quei luoghi, infatti, alberga ancora lì, assediando come un fantasma i nuovi abitanti. È un male che dal passato contamina il presente, tramandando le infauste sorti di un tempo con una possibilità, però, di salvezza: una speranza che, infine sì, porta Mara a una certa maturazione.

Ad ogni modo, se sono evidenti i limiti dell’opera d’esordio di un’autrice molto giovane (classe 1990), in particolare nella gestione della trama e nella struttura dell’opera, oltre che nel saper stare nella pagina, a Laura Fusconi va dato un primo merito: avere portato in libreria una storia interessante, che mostra come il passato non sia mai un’entità morta e lontana, ma attiva e dinamica sempre, pronta costantemente a definire e influenzare ancora i destini. Una storia, inoltre, di scorrevole lettura, poiché strutturata quasi interamente sui dialoghi e per via di uno stile molto semplice, lineare, che ammette pochissime descrizioni e introspezioni.

Il suo secondo merito è di avere parlato di un periodo nero della storia italiana, pur nei limiti di una costruzione e caratterizzazione storica forse marginale – specialmente nella rappresentazione del fascismo -, giustificata certo dal fatto che la Fusconi non aveva intenzione di scrivere un romanzo storico, e che ad ogni modo pone un interrogativo su un presunto, lieve anacronismo di fondo nel modo di ragionare e agire dei personaggi – fin troppo universale e poco circoscritto nel tempo e nello spazio – o in certe ambientazioni (avere un bagno in casa, come si cita nei primissimi capitoli, nel Quaranta era un lusso delle case signorili, più che della comune gente di campagna).

Ciononostante, possiamo individuare un terzo merito, precipuo e maggiore, nella natura dei dialoghi, che non solo sono vivi, dinamici e forse veri protagonisti delle vicende, ma il cui uso sapiente permette di veicolare le informazioni di volta in volta, a piccole dosi, senza che sia il narratore – quasi interamente assente – a esprimerle e quindi banalizzarle, come si trattasse di tessere che, una dopo l’altra, giungono a comporre il mosaico finale.

– Giuseppe Rizzi –

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