Cereali al neon, un mondo illuminato dall’asincronìa

Cereali al neon, Sergio Oricci
(Effequ, 2018)

La realtà è aumentata a tal punto da rendere esigua la fantasia.
E ora che non ho più niente da inventare,
invento uno spettatore. […]
Noi siamo giovani illuminati da una realtà a risparmio energetico.
(Giovani illuminati – Eugenio in via di gioia)

 

SergioOricciCerealialneonA parte la citazione iniziale, vorrei cominciare premettendo che, mentre leggevo questo romanzo, non riuscivo a togliermi dalla testa una canzone che mi piace tantissimo: La punta dell’iceberg, ancora una volta degli Eugenio in via di gioia (band italiana che forse conosco solo io, assieme ai parenti dei componenti). Durante la lettura ogni tanto troverete qualche citazione da questa canzone in corsivo, andate a dare un ascolto magari, oltre che comprare il libro.

Andiamo a incominciare: in un mondo nel quale è necessario salire di livello, bisogna cambiare forma per poter comprendere ogni nuovo universo creato. Silvano Rei è lo sguardo attraverso il quale vediamo cambiare i mondi, i livelli, attraverso cui percepiamo bagliori di luci e immagini apparentemente disconnesse. È una realtà psichedelica quella in cui ci troviamo, dove la successione di eventi assume un ruolo secondario rispetto all’estemporaneità delle percezioni. Completata la globalizzazione diventerà obsoleta anche la memoria. Il futuro sarà chiaro, un’accurata ricerca di mercato. Un po’ come essere già morto senza ricordarsi di essere mai nato. Una cosa strana me ne rendo conto, quasi metafisica.

Il corpo ha un ruolo fondamentale, nonostante sia difficile entrare nell’ottica che viene descritta. Il corpo di Silvano è sempre nuovo, in costante mutamento come i mondi che attraversa. Per questa ragione è solo un involucro, all’interno del quale il protagonista cerca di ritrovare i suoi organi, come se fossero dei muscoli volontari che ogni volta si spostano da una scatola all’altra. Il corpo è una gabbia, ma lo è solo lo strato esterno, perché tutte le componenti interne reagiscono a esso e cercano di appropriarsi del nuovo involucro. Nel 2050 saremo alieni, cervelli senza mani. Non siamo mai riusciti a trovare noi stessi, figuriamoci ad essere umani.

Sergio Oricci ci dipinge un mondo fatto di luci e sensazioni, ricordi sparpagliati tra una infinita serie di pixel che – ogni volta in modo diverso – si separano e si uniscono per creare qualcosa di nuovo. Per questi motivi, quella che dipinge Oricci non è una vera e propria trama ma una lunga linea fatta di punti mnemonici: da un lato i multi-livello sui quali si muove la realtà multimediale, e dall’altro lato ci sono i ricordi, i momenti che hanno segnato la nostra vita. In un certo qual modo, questa tendenza a rimarcare i momenti e non la trama è un qualcosa che avevo trovato, molti anni fa, quando iniziai a leggere Carver: una tendenza spasmodica nell’individuare i momenti apparentemente trascurabili che, però, segnano indelebilmente una vita intera.

La differenza è, ovviamente, che in questo caso Oricci adopera il mezzo tecnologico per poter parlare delle relazioni, dei momenti e della vita che si liquefà sotto il peso della trascurabilità. Attraverso i multi-livello Oricci fa in modo che rimangano solo i momenti importanti, il tempo si dissolve e – in questo modo – sembra dissolversi anche l’io, il quale avrebbe forse bisogno di uno standard per potersi esprimere con coerenza. In questo caso l’io è la proiezione della frammentazione del tempo e dello spazio. Evoluti a tal punto da non essere voluti dagli altri, saremo proiettati a tal punto da non avere più bisogno di arti, culture, tradizioni, né libri di storia.

Il desiderio di anestesia, sonno e morte è – credo io – direttamente connesso con l’incapacità fisica di ritrovare un corpo proprio. Il fluttuare continuo e incessante, l’assenza di una retta stabile verso cui indirizzare la miriade di luci e sensazioni che scaturiscono dalla vita in questo futuro post-umano, è la causa scatenante di una depressione latente che non esplode mai e non si concretizza se non attraverso pensieri sconnessi (anche questi). La realtà disegnata dall’autore rende possibile confondere il confine tra la prosa e il flusso di coscienza, quasi come se si stesse assistendo al processo di una mente dei vari input che coglie di continuo. Allora bisognerà trovare un modo per eludere questa nostra resistenza alla morte: qualcuno sceglierà le epidemie, qualcun altro la depressione. Chi la fame, chi il diabete, chi il tuffo dal balcone.

 

Clelia Attanasio

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