La magia nel “Vicolo dell’Immaginario” di Simona Baldelli

Vicolo dell’Immaginario, di Simona Baldelli
(Sellerio, 2019)

vicolo dell'immaginarioIl Vicolo dell’Immaginario è un’angusta strada di Lisbona in cui i mondi tendono a mischiarsi, persino quello dei vivi e quello dei morti. Vicolo dell’Immaginario è anche il titolo dell’ultimo romanzo di Simona Baldelli, prolifica autrice arrivata in finale al Premio Calvino 2013 con il romanzo Evelina e le fate.

L’opera, edita da Sellerio, si presenta inizialmente come un romanzo doppio: il lettore segue a capitoli alterni le vicende di Amalia, una donna italiana dal passato misterioso che vive a Lisbona e si mantiene facendo da dama di compagnia per un’anziana e ricca signora e lavorando come cuoca in una trattoria nel vicolo che da il titolo al romanzo, e di Clelia, una ragazza che invece non ha mai lasciato il suo paesino in provincia di Reggio Emilia e cerca di ritagliarsi la sua felicità tra la tirannia di una madre poco affettuosa e le esigenze della sorella malata.

Il dualismo tra le due storie si riflette anche nei contenuti: se tutto quel che riguarda Amalia appare esotico, ammantato da un’aura di magia e mistero nel perfetto stile del realismo magico, la vita di Clelia, operaia in una fabbrica di giostre, è calata in un contesto molto più realistico e privo di fronzoli. Nonostante ciò, è chiaro che le due storie sono legate indissolubilmente: Amalia e Clelia sono la stessa persona, la stessa ragazza italiana che, dopo un evento dirimente nella sua quotidianità di abnegazione e sofferenza, ha deciso di fare per la prima volta una follia e trasferirsi in Portogallo, senz’altra ragione che la voglia di cominciare una nuova vita.

Una volta compresa questa caratteristica chiave, Vicolo dell’Immaginario può essere letto come un romanzo di formazione, un percorso iniziatico per l’accettazione non solo del dolore, ma anche della colpa e della propria identità: Clelia arriva in Portogallo per cercare di diventare un’altra persona, ma finisce per scontrarsi inevitabilmente con sé stessa e con il proprio passato, con il quale deve far pace per poter affrontare serenamente il futuro. Il rancore, l’odio e la sofferenza prendono forma ai suoi piedi sotto forma di una piccola ombra che la segue ovunque e che sembra avere un’indomabile volontà, indipendente da quella della sua portatrice.

La storia si svolge tra gli anni Sessanta e Settanta: in Italia sono gli Anni di piombo, l’eco degli scioperi arriva anche nella fabbrica dove lavora la protagonista e Clelia si ritrova persino coinvolta nella strage di Piazza Fontana. In Portogallo si prepara la Rivoluzione dei garofani: Amalia la sfiora, ne frequenta gli ambienti e ne coglie lo spirito pacifico.

Il personaggio di Clelia è credibile, ben costruito: è facile identificarsi nel suo senso di colpa intramontabile, persino quando la porta a delle scelte estreme e quasi paradossali. Quando arriva in Portogallo e si immerge in un mondo di tradizioni, credenze e eventi al confine con la magia, perde invece un po’ dei contorni ben netti che distinguevano la sua versione da giovane e risulta più sfuggente. L’intera parte ambientata a Lisbona, soprattutto verso la fine del romanzo, risulta più labile della sua controparte italiana: se una certa dose di realismo magico si concilia bene con l’atmosfera e gli scopi del romanzo, le sue conseguenze rischiano di essere eccessive. I conti in sospeso di Amalia si chiudono quasi troppo dolcemente, il messaggio di resilienza e accettazione che traspare fino ad un certo punto rischia di diluirsi in un’atmosfera eccessivamente buona, gentile, in cui tutto viene perdonato e accettato e le sfumature si perdono per strada.

Nonostante ciò, Vicolo dell’Immaginario è una lettura piacevole, un rifugio accogliente in cui tutto può essere risolto, perdonato e accettato con una buona dose di coraggio e un briciolo di magia.

Loreta Minutilli

 

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