“Friday Black”: se l’umanità è perduta, tanto vale riderci sopra

Friday Black, di Nana Kwame Adjei-Brenyah
(Sur, 2019 – traduzione M. Testa)

 

Friday BlackBlack Friday, il venerdì nero. Un’usanza di origini americane esportata in tutte le principali società capitalistiche del mondo: ecco allora che una volta l’anno i negozi offrono le loro merci a prezzi stracciati, in un’unica giornata di acquisti folli che inaugura lo shopping natalizio e svuota le riserve dei magazzini. Il Black Friday è il simbolo del capitalismo più sfrenato, la festa anti-spirituale della mercificazione, il carnevale delle grandi corporation, e il titolo perfetto per una raccolta di racconti satirici e grotteschi come quella di Nana Kwame Adjei-Brenyah.

Venerdì nero, non a caso, è anche il titolo di una delle sue brevi storie: un giovane impiegato dei grandi magazzini è pronto a battersi per sopravvivere alla massa di clienti che il giorno del Black Friday si trasforma in una feroce folla di mostri omicidi, regredendo a uno stato proto-umano capace solo di una inconcepibile violenza, pur di appropriarsi della merce in saldo. Questo è il racconto-simbolo della raccolta, che unisce insieme alcune delle sue tematiche principali, a cominciare dalla onnipresente critica alle contradizioni della società moderna, capace solo di disumanizzare e istigare alla violenza.

Il titolo Friday Black, al di là della celebre usanza capitalistica, richiama forse inconsapevolmente anche un’ulteriore elemento della raccolta: il fatto che pressoché tutti i protagonisti siano di colore, e che spesso le loro vicende si intreccino proprio a problematiche legate al razzismo. Il caso più emblematico è rappresentato da I 5 della Finkelstein, racconto ambientato in un futuro indefinito in cui le persone di colore sono costrette a tenere sotto controllo la loro “nerezza” per non spaventare i bianchi. In questo clima, la corte di giustizia ha assolto uno spietato assassino che, senza alcuna motivazione, ha ucciso a sangue freddo cinque bambini neri.

Ancora più d’impatto è l’idea da cui prende le mosse un racconto come Zimmer Land, ambientato in un parco divertimenti in cui i partecipanti possono prendere parte a delle “simulazioni di giustizia in tempo reale”, ovvero devono decidere se sparare o meno contro persone nere a seconda di quanto le considerano pericolose. Nell’80% dei casi, non esitano a premere il grilletto. La volontà di insegnare la nobile arte dell’auto-difesa nella sua forma più razionale si trasforma così in un pretesto per assecondare legalmente una forma di violenza razzista.

Per chi ha dimestichezza con la serie televisiva Black Mirror, l’opera di Nana Kwame Adjei-Brenyah suonerà come un’interessante déjà vu. L’autore infatti la riprende sia nella sua atmosfera, colorata da un tocco di umorismo in più, sia nella sua spietata critica sociale, che estremizza alcune contraddizioni della nostra contemporaneità in futuri non troppo remoti e paradossalmente verosimili.
Talvolta la formula fantascientifica o distopica cede il passo al fantastico più puro, come accade in Dopo il Lampo, forse uno dei racconti più riusciti. In questo caso, i protagonisti sono costretti a vivere un loop infinito in cui la stessa giornata si ripete sempre uguale a se stessa – il fatto di esserne consapevole permette loro di vivere “alla giornata”, senza preoccupazioni di sorta, e quindi di uccidersi tranquillamente a vicenda.

In una manciata minore di racconti, l’aspetto critico cede invece il passo a un approccio più intimistico, senza per questo mancare mai di lasciare in sottofondo un qualche riferimento alle tematiche sociali più importanti della nostra contemporaneità. È il caso quindi delle sofferenze di una giovane coppia in Lake Street, che dopo aver deciso di abortire farà la conoscenza dei due piccoli feti gemelli, ormai perduti per sempre. O ancora, ne Il Leone e il Ragno l’autore mette in scena un complicato rapporto padre-figlio, in cui l’indifferenza del genitore ha delle ripercussioni negative sulle scelte di vita del ragazzo.

L’intelligenza e l’originalità delle storie narrate in Friday Black non riesce però a compensare completamente la sua più grande debolezza: il fatto che la maggior parte dei racconti non abbia un finale. Anche laddove si può intravedere una qualche chiusura narrativa, questa spesso viene gestita in modo frettoloso e insoddisfacente. L’autore infatti lavora con grande attenzione nel delineare le caratteristiche dei suoi mondi immaginari, per poi inserirvi dentro personaggi complessi con psicologie, storie e intuizioni coinvolgenti. Una volta compiuta l’impresa di rendere interessante il racconto, questo viene abbandonato per descrivere nuovi mondi e nuovi personaggi. Con alcune importanti eccezioni (tra cui il già citato I 5 di Finkelstein), questa fastidiosa noncuranza sembra quasi diventare un tratto caratteristico della raccolta.

Nonostante tutto, Friday Black rimane comunque una lettura piacevole e fluida, capace di far sorridere sulle disgrazia della nostra umanità. Irriverente, satirica e spaventosamente realistica: con questa raccolta, l’autore ghanese ci insegna a temere gli aspetti più turpi della nostra contemporaneità, ma anche a non accettarli.

Anja Boato

2 risposte a "“Friday Black”: se l’umanità è perduta, tanto vale riderci sopra"

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