Pino Pinelli: una storia prima della Storia

Pinelli, una storia, Paolo Pasi
(Elèuthera, 2019)

Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio –
è una barca che anela il mare eppure lo teme.
(Antologia di Spoon River, epitaffio di George Gray)

La storia dell’anarchico Giuseppe Pinelli, accidentalmente morto precipitando da una finestra della Questura di Milano la notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969, è stata spesso raccontata non a partire dal suo inizio, ma dalla sua tragica fine. Profluvi d’inchiostro si son versati negli anni per cercare di chiarire le circostanze della sua morte, ma in pochi si sono spesi nel tentativo di ridare dignità alla persona prima che questa diventasse, suo malgrado, personaggio e simbolo di uno dei periodi più oscuri della nostra Storia recente. Riesce nell’impresa, tutt’altro che semplice in verità, il giornalista e scrittore Paolo Pasi, autore di Pinelli, una storia (Elèuthera, 2019).

Prima di entrare nel racconto, il lettore passa attraverso una piccola, seppur significativa, anticamera biografica: l’autore, sfogliando i diari di scuola di quando era bambino, si imbatte in una annotazione datata 15 dicembre 1969: «La maestra parteciperà allo sciopero», si legge – era il giorno dei funerali delle vittime di Piazza Fontana. Nonostante sia così che la Storia irrompe nella vita del Pasi bambino «come il richiamo secco di un testimone scomodo», l’autore decide di cominciare la storia di Pinelli tornando indietro nel tempo di qualche mese fino alla notte del 20 luglio 1969, durante la quale tutto il mondo visse, col fiato sospeso e gli occhi incollati alla televisione, la realizzazione di un sogno da fiaba: l’allunaggio.

«Sono le 22.30 del 20 luglio 1969. […] In tutto il mondo milioni di persone stanno viaggiando oltre il pianeta, e aspettano di vedere da vicino il satellite che da secoli ispira poeti e artisti. Subentra un’altra attesa. Più si entra nel nel territorio della notte, più le immagini diventano un abbraccio che cancella il peggio dei giorni terrestri. Guerre, bombardamenti, povertà, sfruttamento, prigionia. […] Pino Pinelli ha 40 anni, a ottobre 41, ma il suo sguardo è quello di un ragazzo attratto dalla forza gravitazionale di un’utopia, un’idea di libertà, un sogno possibile.» (pg. 13-14)

L’estate del ’69 era un periodo carico di aspettative positive; eppure, la Milano di quell’anno aveva perso già da tempo la sua innocenza, mostrandosi al paese come il macrocosmo urbano dove tutto stava accadendo: è questa la Milano del boom economico, ma anche delle rivendicazioni operaie e studentesche; dell’operosità, ma anche di quella vita agra che Bianciardi aveva così ben ritratto già agli inizi degli anni Sessanta; è la Milano del «Pirellone», delle bombe e degli scontri, la Milano in cui la nostra fragile democrazia, stretta tra le maglie di molteplici contrasti politici, venne infine messa pericolosamente in discussione.

La vita di Pino Pinelli è strettamente legata a quella della sua città: la attraversa in bicicletta, a piedi, in motorino. Non a caso, Pasi sceglie di strutturare la sua narrazione intitolando i capitoli con i nomi delle vie e delle aree milanesi per l’anarchico più significative, seguendolo come la camera da presa seguiva Nanni Moretti in Caro Diario. Con Pinelli però non ci si sposta solo nello spazio, ma anche nel tempo: gli avvenimenti milanesi trattati nei testo – dall’estate 1969, passando per l’autunno caldo fino a concludersi con Piazza Fontana – vengono descritti, nonostante la loro complessità, con un linguaggio chiaro e conciso, e vengono affiancati da alcuni flashback che danno completezza al ritratto che Pasi fa dell’anarchico. Tra queste digressioni si cita anche l’incontro tra Pinelli e Fernanda Pivano nel Natale del ’66, durante il quale la Pivano definì Pino Pinelli come una persona «troppo lungimirante» – un dono, e una maledizione.

Nel tentativo di «completare il ritratto imperfetto» di Pinelli, l’autore sottopone il materiale raccolto ad un processo di ricostruzione che mescola l’indagine storica a elementi di fiction, unica formula attuabile per «colmare i vuoti» di tutti quegli omissis sulla vicenda che, con tutta probabilità, rimarranno per sempre avvolti nel mistero. Ci viene così restituita l’immagine scevra da ogni santificazione di un uomo immerso nella sua dimensione intima e privata, proprio quella di cui spesso – nelle tante inchieste redatte sul suo conto – era stato ingiustamente espropriato.

Conosciamo quindi il Pinelli padre di famiglia, marito, sognatore attivo; il Pinelli avido di sapere, che studia l’esperanto perché lingua simbolo dei desideri libertari; che legge appassionato Jack London perché nei suoi romanzi «tinge di colori onirici la visione dello sciopero generale» – e qui me lo immagino incollato alle pagine di quel romanzo, magnifico e terrificante insieme, che è Il tallone di ferro. Ma il testo che tra tutti più rappresenta Pino Pinelli è l’Antologia di Spoon River, «il canto degli sconfitti che incitano a proseguire», la cui portata poetica e immaginifica è talmente significativa – in termini di volontà di riscatto sociale – da aver portato un cantautore, e anarchico, molto famoso a pubblicare un disco dal titolo Non al denaro, non all’amore né al cielo.

Ma la dimensione privata dell’uomo Giuseppe Pinelli non può che intersecarsi con quella pubblica dell’anarchico Pinelli vittima dello stragismo di Stato italiano che noi tutti conosciamo. Pasi incrocia i due fronti, inevitabilmente da connettere, guardando all’impatto che la sua morte ha avuto per chi si opponeva alle oppressioni degli apparati statali: «La sua morte ha oscurato il sogno di una rivoluzione umanista e libertaria. Ha affievolito il canto degli anarchici, dei capelloni, degli irregolari, dei refrattari ai dogmi dell’ideologia […]. Hanno afferrato i loro desideri e li hanno gettati via dalla finestra. Le promesse del ’68 si sono trasformate così nella grigia cornice di piombo degli anni Settanta». (pg. 169)

A cinquant’anni dalla sua morte – proprio oggi sono cinquant’anni –, ci si chiede cosa sia rimasto, in seno alla nostra memoria pubblica e storica, dei fatti di Piazza Fontana e della morte di Pinelli. Secondo Pasi, Pino Pinelli era un uomo «consapevole che non c’è libertà senza rischio, e che il rischio comporta anche la possibilità di una sconfitta»: questo potrebbe essere il messaggio più attuale che da quei giorni arriva fino a noi giovani generazioni e, nella speranza di poter accogliere con passione queste parole in qualche angolo della mia coscienza politica, non posso che essere d’accordo.

Angela Marino


In copertina: l’opera di Enrico Baj dal titolo I funerali dell’anarchico Pinelli, citato anche nel testo.

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