Appunti di un millennial alla corte di Veronesi

Il colibrì, Sandro Veronesi
(La Nave di Teseo, 2019)

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Premessa. In questo articolo non troverete la dicitura romanzo borghese. Non si parlerà del posto che Sandro Veronesi occupa nella cosmologia della letteratura italiana, né di quello del suo nuovo libro Il colibrì. Non si parlerà di quanto il romanzo sia formidabile (lo è), non si parlerà di quanto l’autore sia formidabile (lo è). L’idea è che potete trovare in giro gente più qualificata per farlo (e infatti molti l’hanno già fatto). Ciò che posso fare io, da millennial aspirante scrittore, è stilare una lista delle cose che ho deciso di rubare. Il furto in letteratura è infatti un gesto nobile; quando ci si confronta con i padri diventa anche doveroso. E Veronesi lo si può considerare un padre letterario della mia generazione – anche in senso anagrafico: lui ha sessant’anni, io ne ho ventiquattro. Potrei essere suo figlio.

1. La questione del tempo. La prima cosa che mi è saltata all’occhio di questo romanzo, intanto, è stata la scansione in capitoli brevi. Sfogliandolo, ho notato che andava avanti e indietro nel tempo con una certa disinvoltura, come se ogni scena fosse una pennellata gettata lì (apparentemente) a casaccio – in modo che solo alla fine potevi discostarti e trovare un andamento complessivo. Questa particolare struttura mi ha fatto tornare alla mente l’istante in cui, anni fa, guardando i titoli di coda di 21 grammi mi chiesi appunto se avesse senso scrivere un romanzo in quel modo: cioè prendere una storia lineare, farla esplodere e seminarne i pezzi un po’ qui e un po’ lì: come delle pennellate a casaccio, appunto.

C’è da dire che ero ancora piuttosto a digiuno di letteratura e non sapevo che questa cosa era stata già fatta più e più volte. In ogni caso il romanzo di Veronesi si fionda subito tra gli esempi più efficaci di quella mia intuizione. Ci ricorda che la regola di raccontare seguendo l’ordine degli eventi è solo una delle opzioni possibili: anzi, nel novanta percento dei casi ci sono strategie migliori, che se padroneggiate con maestria consentono di muovere l’emozione del lettore come se fosse una marionetta. La prima cosa che annoto sul taccuino allora è questa: che la letteratura, se ha una sua specificità rispetto a qualsiasi altro strumento narrativo, è proprio quella di poter giocare con il tempo in ogni modo possibile.

2. Lo strumento letterario. Quella che ho appena scritto è una bugia. Mezza bugia. Le specificità della narrazione letteraria sono diverse, oltre alla gestione del tempo – che secondo me rimane comunque la più importante –, e infatti un’altra che Veronesi utilizza a tutto tondo è la mescolanza di forme dello scrivere. Mi riferisco al fatto, cioè, di usare in un romanzo tutto ciò che nella vita è scrittura: lettere, sms, diari, frammenti di appunti, persino l’inventario degli oggetti contenuti nella vecchia casa di famiglia: ogni singolo pezzo di carta che abita le nostre esistenze contribuisce a definirle e ne rappresenta una traccia fondamentale, un consistente documento di prova. Non sarebbe bellissimo prendere tutte le cose scritte che ci riguardano – dalle ricevute fiscali, ai certificati medici, alle canzoni composte a quindici anni – incollarle insieme e dire che quello è il romanzo della nostra vita? Non è il caso de Il colibrì, sia chiaro, però ci va vicino.

3. La questione del patetismo. Come è stato già fatto notare da Alessandro Piperno, il romanzo di Veronesi vorrebbe essere una specie di riscrittura della storia di Giobbe: un personaggio che, anche se non conoscete dettagliatamente le sue vicende, quasi sicuramente ricorderete per la proverbiale pazienza. Anche il povero Marco Carrera ne subisce di tutti i colori, prende mazzate da ogni parte, e alla fine (come ogni protagonista drammaturgicamente efficace che si rispetti) riesce sempre a tirare fuori una infinita forza di volontà, il coraggio di scavalcare le avversità e andare avanti. Leggendo, mi è capitato di avere un po’ di nausea. Certe volte il carico di sofferenza sulle spalle del dottor Carrera era davvero esagerato, ed è risaputo che il dolore nelle storie vada dosato come una spezia: quando è troppo poco annoia, è insufficiente a creare empatia; quando è troppo invece rischia di suscitare patetismo, di ribaltarsi in una forma di comicità non voluta. È come Tom di Tom e Jerry, che prende sprangate in continuazione e nonostante sia in teoria il personaggio più pericoloso, perché ha realisticamente la forza di mangiarsi il topo quando vuole, alla fine fa la parte dello sfigato e a guardarlo non può che venirti da ridere. Questo rischiava di succedere anche a Marco Carrera.

Occorre però una spiegazione. Bisogna tenere a mente che l’allergia al patetismo è una fissazione che abbiamo maturato abbastanza recentemente. Basta pensare alle narrazioni che sono nate e hanno preso maggiormente piede nell’ultimo ventennio. I Simpson, per fare un esempio. Ma anche Il trono di spade. Riuscite a pensare a una sola scena di queste serie che sia totalmente, puramente patetica, nel senso etimologico del termine (deriva dal greco, significava “sofferenza”)? Patetica come i personaggi di Dickens, da David Copperfield a Pip di Grandi speranze, che vivono una vita piena di colpi di scena al ribasso, e nonostante tutto alla fine ce la fanno? No, non vi viene in mente: perché in quelle narrazioni il patetismo è stato filtrato: ogni scena strappalacrime, quando ce ne sono, si conclude necessariamente con qualcuno che rutta o con una battuta. Potete estendere il ragionamento anche alla letteratura, il risultato non cambia: patetismo in Walter Siti? Poco, direi intorno allo zero. In Foster Wallace? A volte un po’ di più, ma in genere meno uno, meno due. Ian McEwan? Non ne parliamo.

Veronesi invece ha scritto un romanzo decisamente patetico, e in questo senso quasi ottocentesco. L’ha scritto bene, naturalmente, e il risultato è che anche se ci viene da prendere in giro Marco Carrera nei momenti in cui fa la parte del cartone animato poi qualcosa dentro la sentiamo spezzarsi. Questo è il motivo, secondo me, per cui questo romanzo – che di per sé non considerereste letteratura commerciale – non ha fatto fatica a posizionarsi abbastanza in alto nella classifica delle vendite. Perché, al di là di tutte le considerazioni sofisticate che si possono fare, il libro arriva direttamente lì, alla pancia, e questo, anche se non vogliamo ammetterlo, fa sempre piacere. Quindi, per il decennio che viene: togliamoci la paura del patetico.

4. La questione dell’ordine. C’è un altro motivo però se un romanzo così complesso riesce a girare bene. E cioè la perfezione formale. La simmetria. Ci sono scrittori postmoderni disordinati – mai provato davvero a leggere Beloved di Toni Morrison?, ecco, mi azzardo a confessare che a me ha irritato un casino – e poi ci sono scrittori postmoderni estremamente ordinati. Julian Barnes, Jonathan Safran Foer. Ogni capitolo è più o meno della stessa lunghezza, ci sono elementi che tornano ciclicamente e le variazioni di tono nella scrittura sono gestite con enorme rigore sistemico, quasi con attenzione chirurgica. È così anche per Il colibrì. I dialoghi tra Marco Carrera e il dott. Corradori, ne sono un ottimo esempio: sebbene possano sembrare a volte un po’ irreali, hanno la precisa funzione di anticipare quello che sta per arrivare: ogni singola pagina successiva serve semplicemente a specificare; questo ingenera in chi legge una curiosità naturale, e devi divorare il romanzo per soddisfarla.

La questione dell’ordine nella struttura di un romanzo è fondamentale: significa fare attenzione al lettore, anche quando si vuole essere sperimentali e complessi. Soprattutto, significa rinunciare a una porzione di autenticità. È del tutto naturale che in una storia rigorosamente architettata e piena di simmetrie ci sia qualcosa che la fa sembrare irreale: perché la vita non è così, è discontinua e piena di irregolarità. Ma non fa niente. Davvero, non fa niente. Siamo ossessionati dal fatto che le narrazioni debbano somigliare alla vita, ma dobbiamo renderci conto che il modo migliore per essere autentici non è necessariamente imitare la vita stessa, e che anzi con la finzione possiamo arrivarci molto più vicino. Il narratore è un ladro di luci, ha il talento di trovare schegge luminose dove nessuno si sognerebbe di cercarle e la capacità di portarle sane e salve in cima, più in alto possibile: in un punto dove tutti, con facilità, siano in grado di vederle e rimanere folgorati.

Pierpaolo Moscatello

 

In copertina: Sandro Veronesi presenta XY a Roma, 4 dicembre 2010 (foto di Marco Tambara – CC BY-SA 3.0 – non sono state apportate modifiche).

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