“L’imitazion del vero”, Sinigaglia e i varchi spazio-temporali

L’imitazion del vero, Ezio Sinigaglia
(TerraRossa, 2020)

 

fronte-copertina-limitazion-del-vero-sinigaglia-1Già un anno fa, quando scrissi del Pantarèi, che tornava in libreria dopo 34 anni di oblio, mi trovai a benedire la riscoperta di Ezio Sinigaglia. Quel romanzo era stato il suo esordio (era il 1985), un’opera complessa a cui aveva dedicato anni di lavoro. Tuttavia gli esiti della pubblicazione furono insoddisfacenti, e questo portò Sinigaglia alla decisione di non voler pubblicare più.
Nel tempo ha però continuato a scrivere, e l’ha fatto dunque senza la frenesia per le scadenze di consegna, senza il vincolo di contrattare le fattezze di un’opera con un editore. Tutto ciò ha permesso che Sinigaglia componesse un florilegio di opere audaci e particolarissime, che avremmo rischiato di perdere per sempre.
Fortunatamente queste opere vengono ora allo scoperto. Dopo Il Pantarèi, è la volta di un romanzo che definire sorprendente è dir poco: L’imitazion del verouna lunga novella boccaccesca narrata in una lingua arcaica ma fruibilissima, che racconta la passione e l’amore come mai probabilmente abbiate letto, e che è stata appena candidata al Premio Strega.

A Lopezia, tipico paesello medievale, ha bottega Mastro Landone: più che un artigiano, un vero genio, un Leonardo da Vinci della falegnameria, i cui prodigi e le cui invenzioni sono conosciute e apprezzate ben oltre i confini del principato di Lopezia. Al punto che sin da Napoli giunge il giovane Nerino per apprendere il mestiere e la sua arte. Mastro Landone non resterà indifferente al fascino di quel ragazzino dalla pelle scura, ed escogiterà la più prodigiosa delle sue invenzioni per appagare il suo desiderio.

Tra i due s’innescherà così un gioco passionale e silenzioso di sotterfugi, ingegnosi stratagemmi e tentazioni, che s’ingarbuglierà in un intrico di conseguenze via via più inestricabile. I ruoli sono continuamente ribaltati: l’ingannatore diventa a sua insaputa l’ingannato, e viceversa. Un corteggiamento che si fa sempre più machiavellico, senza per questo essere spietato: piuttosto si basa su una sfida d’astuzia, su una serie di espedienti sagaci, che hanno l’unico fine di sottrarre ciascuno alle pene d’amore. E dunque l’arte, l’ingegno e la menzogna, unitamente, non faranno altro che imitare il vero, e imitare il vero è in un certo senso collegato all’atto stesso di amare. L’intero romanzo, come suggerisce il titolo, è innervato da questa tensione.

Essere più espliciti sulla trama sarebbe ingiusto: le vicende si dispiegano in appena cento pagine. Eppure, la narrazione di Sinigaglia è densissima in due eccezioni.
Da una parte si tratta di un’opera che contiene nella sua brevità una tradizione vastissima di riferimenti: è una novella boccaccesca ancora inedita; è una commedia plautina degli equivoci e degli inganni; è un’elegia tibulliana e una fabula milesia; è un sonetto dell’Aretino Pietro in cui la licenziosità è però candida, soave, mai volgare; è un colto divertissement.
Dall’altra parte,
ogni frase, ogni parola ha il suo senso d’esistere, la sua imprescindibilità, la sua funzione all’interno della storia. L’opera si può dire congegnata chirurgicamente, come se la sua struttura stessa fosse stata ordita da Mastro Landone, come si trattasse di un coccio di legno scolpito, livellato, cesellato con un rigore estremo.

Si tratta di un lavoro di fino che si evince anche dallo stile. La lingua di Sinigaglia è elegante e sontuosa, gioca con l’italiano arcaico del Cinquecento, ma risulta al tempo stesso leggibile e comprensibile. (Certo, magari il primo approccio risulterà straniante, ma dopo qualche pagina di rodaggio la lettura può proseguire agevolmente.) Un manierismo che non è mai narcisismo, che non è mai un esercizio fine a se stesso, ma rimane coerente al cento percento con la materia narrata. Nessun’altra lingua sarebbe stata possibile per raccontare questa storia.

In tal senso Sinigaglia si conferma ulteriormente un grande scrittore in quanto dimostra, attraverso un lavoro così complesso e preciso sulla lingua, di mettere se stesso al totale servizio dell’opera. Questo è il sacrificio a cui dev’essere disposto chi vuol fare seriamente Letteratura.
Un lavoro sulla lingua che assume maggiore rilevanza se contestualizzato nel momento in cui il romanzo è stato scritto, vale a dire negli ultimi anni ’80.

In contemporanea, se non più tardi, uno degli scrittori più osannati tra gli italiani viventi stava realizzando un progetto simile. Sto parlando di Michele Mari, che nel 1990 esce in libreria con Io venía pien d’angoscia a rimirarti.
Anche questo, come L’imitazion del vero, è un romanzo breve (169mila caratteri per Mari, 183mila per Sinigaglia), e parimenti trae valore dall’intuizione di una lingua arcaica che riflette l’ambientazione dell’opera. Proprio il manierismo stilistico fece meritare a Mari i complimenti della critica, e fece dire a un gigante e maestro di stile come Giorgio Manganelli: “Michele Mari è un ‘caso’ letterario unico: me lo conferma questo singolarissimo capriccio” (Il Messaggero, 26-03-90).
Non sarebbe ingiusto non estendere retroattivamente anche a Sinigaglia e al suo altrettanto “singolarissimo capriccio”, per merito dell’identica intuizione, almeno una parte dello stesso plauso?

L’opera di Sinigaglia pare essere giunta sino a noi attraverso un varco spazio-temporale. Paradossalmente i suoi libri arrivano in libreria adesso per la prima volta, come nuovi a decenni dalla loro realizzazione, e al tempo stesso sono già dei classici, proprio per l’originalità, l’attualità, l’innovazione che dimostrano pur a venticinque o trentacinque anni dalla loro stesura.
Non è un mio generoso o sproporzionato complimento: lo deduco dalle parole di Calvino, se concordiamo con lui che “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.”

Giuseppe Rizzi

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