Quel grande autore che avevamo quasi perso: la riscoperta di Ezio Sinigaglia

Su Ezio Sinigaglia e la riscoperta del romanzo Il Pantarei,
in libreria dopo 34 anni per TerraRossa Edizioni

La letteratura italiana ne ha visti di grandi autori venire allo scoperto quasi per miracolo, nonché tardivamente. Subito penso a due scrittori immensi.
Il primo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pur assiduo frequentatore di salotti letterari, non vide mai pubblicato Il Gattopardo, che Vittorini rifiutò sia per Einaudi sia per Mondadori, e che solo dopo la morte dell’autore ottenne pubblicazione, grazie all’intercessione di Giorgio Bassani.
Il secondo, Salvatore Satta, illustre giurista, pubblicò solamente opere di diritto, con la sola eccezione del De profundis – un libello di storia e di costume; non intese mai pubblicare Il Giorno del Giudizio: quello che sarebbe diventato il suo celebre romanzo fu ritrovato casualmente tra le sue carte dopo la morte, e sarebbe poi stato festeggiato come un capolavoro, tradotto in tutto il mondo.

Poi ci sono i casi di Guido Morselli, ripudiato e mai compreso in vita, e osannato solo dopo il suicidio, a seguito del quale Adelphi pubblicò tutta la sua opera. E Gesualdo Bufalino, che scrisse in segreto per tutta la sua vita, trascorsa quale umile insegnante, fino a quando Elvira Sellerio non giunse a sospettare che egli avesse dei romanzi nel cassetto e lo convinse finalmente a pubblicare: aveva già sessantun’anni quando la sua opera prima, Dicerie dell’untore, venne alle stampe, e s’aggiudicò finanche il Premio Campiello. Con Le menzogne della notte, ad anni sessantotto, vinse anche lo Strega.

Stiamo parlando di grandissimi autori, le cui opere possiamo oggi leggere per una serie di mere contingenze. Di contro, mi chiedo, quanti altri capolavori di autori passati nell’anonimato sono invece andati perduti, per la mancanza di fortuite e fortunate casualità? Alcuni rimasti per sempre in un cassetto, altri sì pubblicati, ma in anni non ancora maturi per apprezzare e comprenderne la potenza visionaria e innovatrice, e quindi ormai dimenticati e introvabili dopo il flop editoriale.

A quest’ultimissima categoria ha rischiato di appartenere anche Ezio Sinigaglia, milanese, classe 1948. Una vita trascorsa a compiere i più disparati lavori in ambito editoriale e pubblicitario, soprattutto in riferimento alle pubblicazioni di enciclopedie. Nel 1976, non ancora trentenne, Sinigaglia si cimenta in un’impresa che lui stesso ha definito* presuntuosa ed eroica insieme: dimostrare che il romanzo non è morto. Erano anni in cui si celebravano funerali, si recitavano epitaffi nei confronti del romanzo. Sinigaglia non era d’accordo, e così, fino al 1980, si dedica alla scrittura de Il pantarèi un romanzo sul romanzo stesso, ambizioso e sregolato. Cinque annate passate a redarlo, altrettante per trovare un editore. Solamente nel 1985 la piccola casa editrice SPS accetta di pubblicarlo. L’opera ottiene scarsissimo successo e Sinigaglia, amareggiato, prenderà la decisione di non pubblicare più.

Soltanto nel 2016, alla stessa età in cui Bufalino vinceva il Premio Strega, Sinigaglia torna in libreria – a distanza di trentun’anni dalla prima e unica volta. Lo fa con Eclissi, un romanzo breve pubblicato da Nutrimenti, che ha ottenuto – ora sì – apprezzamenti dalla critica. I tempi paiono maturi per recuperare anche Il pantarèi: Giuseppe Girimonti Greco e Cristina Tizian lo presentano a Giovanni Turi, editor nonché editore di TerraRossa, una casa editrice piccola ma di pregio, che, affianco alla collana Sperimentali nella quale hanno trovato posto autori esordienti, propone la collana Fondanti, che si pone l’obiettivo di riportare in libreria e riscoprire proprio quelle opere ormai fuori catalogo, dimenticate, che però hanno ancora qualcosa da dire. E così Il pantarei viene di nuovo pubblicato, nel gennaio 2019: trentaquattro anni dopo.

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Immediatamente critici, lettori e addetti ai lavori si accorgono della grandezza di quest’opera, che a pochi giorni dalla sua pubblicazione si posiziona al terzo posto della prestigiosa Classifica di Qualità, patrocinata da L’indiscreto e Vanni Santoni. Nel mio caso, mi è bastato leggere le prime pagine della prefazione per comprendere che avevo in mano qualcosa di grande. Diciamo allora: cos’è Il Pantarèi e per quale motivo merita questi elogi?

Come anticipato, Il pantarèi è un romanzo sul romanzo, che possiamo idealmente pensare scisso in due parti, una narrativa l’altra saggistica. Il protagonista della prima, Daniele Stern, è un «disoccupato di talento», «una stella** che, pur continuando ad esistere, avesse smesso di brillare» come un buco nero. Egli è nel mezzo di una crisi esistenziale: da poco è stato abbandonato da sua moglie, che accusa Stern «di insicurezza o, meglio, di viltà di fronte alle scelte, di condurre insomma una vita alla giornata disseminata di rinvii, tipica di una personalità immatura e tale da non costituire per lei, Anna, un valido e certo sostegno ma al contrario un ponderoso fardello» (p. 47).

A distogliere Stern dal dolore per la mancanza di Anna e dall’ossessione per l’uomo in cui lei cercherà ciò che non ha trovato presso di lui, è l’arrivo di un’offerta lavorativa. A Stern viene affidato il compito di redigere brevi voci di alcuni tra i più grandi romanzieri del ‘900 per un’enciclopedia della donna. Gli viene fornita una scaletta, ma Stern non la tiene in conto, la stravolge e decide di parlare soltanto di quegli autori che hanno rivoluzionato il romanzo, al punto da far gridare alla sua morte, poiché dopo di loro nulla di nuovo poteva più essere fatto.

Proust, Joyce, Musil, Kafka, Svevo, Céline, Faulkner e Robbe-Grillet. Sono loro i protagonisti della parte saggistica dell’opera, composta, per dirla breve, dalle stesse pagine d’enciclopedia che Stern scrive. Tuttavia, più giusto sarebbe dire che il vero protagonista della parte saggistica è il romanzo stesso: attraverso l’analisi degli autori che l’hanno stravolto, Sinigaglia intende dimostrare che il romanzo non è morto e non potrà morire. «Finché vi saranno uno scrittore, un lettore e uno strumento di comunicazione fra i due, la parola, il romanzo non potrà essere negato» (p. 274).

Per semplificare brutalmente, il lettore si muove fuori e dentro le pagine di Stern, tra la sua vita e la sua scrittura. Subito avviene che proprio il lavoro di scrittura e gli autori presi in esame incominceranno ad influenzare la vita di Stern, e con essa lo stile stesso dell’intero romanzo. La parola è una veste che aderisce alle forme e alle angolature dell’animo, della coscienza di Stern, e quindi sulla base di esse la narrazione forgia le sue sembianze. Proprio secondo la lezione di Joyce, si alternano vari registri e stili, oscillando dalla prosa elegante, raffinata ed elaborata alla Proust, ad una frammentata e quasi telegrafica, fino ad arrivare al flusso di coscienza. Questo rende l’opera una sinfonia di variazioni, un divertissement linguistico.

Alcuni esempi?

Il treno cupi sferragliamenti. Nelle curve, come lamenti, assordanti lacerazioni.
Resurrezione. O piuttosto rinvio. Eccoci nuovamente riuniti intorno al suo capezzale. Sarà la volta buona? Bah! Da oggi al lavoro. Sorrise a Stern uno Stern più sfocato sullo sfondo fuggente del tunnel. Dimmi, Stern incorporeo, où vas-tu? Fuggente sul muro fuggente la riga gialla che sale che scende. Onda giallastra scolorita. Tutto il giorno nel buio. Inseguendo i lucenti convogli della metropolitana al ritmo cupo ossessionante zoppicante titùm. (p. 28)

Ma al tempo stesso possiamo anche leggere:

L’idea, appena formulata, s’impossessò di lui quasi a sua insaputa e, dopo aver sonnecchiato come cullata dal ticchettio monotono dell’Olivetti, ritornò, srotolato che fu l’ultimo foglio dal rullo, prepotentemente a visitarlo: andare da Anna. Il progetto lo attraeva irresistibilmente, tanto che gli fu subito chiaro e certo che ci sarebbe andato. Ma chi pensasse che, raggiunta questa certezza, egli molto semplicemente uscisse sui due piedi diretto al luogo che in moto tanto inequivocabilmente lo chiamava, mostrerebbe di non conoscere affatto la psicologia di Daniele Stern. (p. 122)

A leggere Il pantarèi si rimane sorpresi di due cose soprattutto: che sia stato scritto in giovane età, quando l’autore aveva tra i 28 e i 32 anni (penso non a caso che sono gli stessi in cui Günter Grass scriveva il suo primo e più grande romanzo, Il tamburo di latta) e poi da come, malgrado la sua longevità quarantennale, l’opera si dimostri incredibilmente attuale; o meglio, anzi: mantenga ancora intatta tutta la sua potenza innovatrice, sia per quello che dice sia per come lo dice. La capacità di rimanere incolumi al trascorrere del tempo, si sa, è una caratteristica propria di una sola categoria di opere: i classici. E se Il Pantarèi rivela di possedere la principale peculiarità che fa di un romanzo un classico, non sarebbe corretto dire, pur con molto ritardo, che dunque Ezio Sinigaglia è uno degli autori classici del ‘900 italiano? E stavamo quasi per smarrirlo per strada, com’è capitato per quegli abili anonimi che non sono stati né Satta né Tomasi di Lampedusa, né Morselli né Kafka.

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Ezio Sinigaglia (fonte dell’immagine: Vita da editor)

Se solo Il Pantarèi fosse stato capito già allora, Sinigaglia non avrebbe smesso di pubblicare, e chissà noi oggi di quali opere beneficeremo (ma chissà se in futuro non le potremo conoscere). La verità, tuttavia, è semplice: era impossibile che fosse capito negli anni ’80, perché si tratta di un’opera troppo futuristica per l’epoca, e il fatto che allora non sia stata compresa ed oggi sì ne è la dimostrazione. Per mostrarlo, si può fare un esempio tra i tanti possibili: Daniele Stern, pur innamorato di Anna, aveva il piacere di andare a letto con giovani ragazzi. Troviamo quindi il tema della pederastia che di lì a poco sarebbe stato ufficialmente sdoganato in letteratura da Pier Vittorio Tondelli. E noi ignoriamo come prima di lui, o semmai al pari di lui (che esordiva con Camere Separate proprio nel 1980, quando Il Pantarèi veniva completato) la stessa cosa aveva fatto Sinigaglia – merito che gli sarebbe stato riconosciuto se solo il suo esordio avesse avuto la risonanza che meritava.

Altro esempio può essere l’aver parlato di buchi neri (concetto cardine dell’opera insieme a quello del pantarèi, sia perché rappresenta metaforicamente l’identità di Stern sia perché si pone a contraltare stesso del tutto scorre) in anni in cui persino gli astrofisici ne sapevano poco, e la cui esistenza neppure era stata accertata ancora. In letteratura italiana ne avevano scritto due persone: un certo Italo Calvino e un tale Primo Levi, non a caso due umanisti dalla poderosa cultura scientifica.
O ancora aver adottato un ricercato stile manieristico prima ancora di un maestro in questo quale Michele Mari.

Per concludere questa già lunga esposizione (che potrebbe continuare altrimenti ancora per molto), non posso che trarre le somme. Ne Il pantarèi troviamo tanta umanità, perché Stern (personaggio topico del romanzo novecentesco) così approfonditamente sviscerato nella sua coscienza e nei suoi sentimenti, potrebbe essere chiunque di noi si trovi in un periodo di crisi esistenziale, di fine di un rapporto, a prescindere dall’età e dal genere sessuale. Inoltre è un’opera che contiene tanto sarcasmo e ironia, che quindi fa spesso sorridere.

E in ultimo, ma non per ultimo, troviamo tanta cultura (filosofia, letteratura, astronomia). Il pantarèi è certamente un libro colto, ma di una cultura che non è barriera, bensì rampa di accesso. Non è fine a se stessa, egoriferita o un modo per elevare l’autore sul lettore, bensì è accessibile e intrigante universalmente, è un continuo stimolo, una conversazione quasi bidirezionale tra l’autore e il lettore, il quale riceve dal primo un ammiccante solletico al pensiero, un invito piacevole alle più disparate riflessioni. Esattamente è, per dirlo in altri termini, la medesima reazione che suscita la grande letteratura.

Giuseppe Rizzi


* Dalla Prefazione al romanzo a cura dell’autore
** Stern, in tedesco, significa stella

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