La rabbia dei “Giovanissimi” di periferia

Giovanissimi, Alessio Forgione
(NN Editore, 2020)

1577317123-scaledEntriamo nella periferia di Napoli, i ragazzi bazzicano per le strade, gli adulti lavorano per portare qualche soldo a casa e mantenere in piedi famiglie traballanti, a volte riuscendoci e altre no. I giovanissimi s’incontrano nelle sale giochi, fumano erba e provano l’alcol, palleggiano nei campi e improvvisano tornei di calcetto. Poi c’è chi gioca a calcio davvero, come Marocco, che a quattordici anni va a scuola solo perché deve, mentre la sua mente è proiettata sul pallone, le sue promesse, la squadra, ma anche gli amici, il motorino che non ha, la bellezza della figlia del tabaccaio, i fumetti di Dylan Dog e le notizie sugli extraterrestri.
Tutto quell’insieme di piccolezze che fanno parte della vita come tessere più o meno importanti di un puzzle molto più grande, ma che nella narrazione di Forgione diventano semplicemente il tutto, perché nell’attimo in cui si vive un’esperienza, per quanto secondaria possa essere, questa ci appare sempre come qualcosa di totale.

Dopo il successo di Napoli mon amour, Alessio Forgione torna a raccontare la sua amata Napoli in un atipico racconto di formazione, in cui la crescita non è radicale, non si conclude tra le pagine del romanzo, ma prosegue lentamente tra alti e bassi. Non è più quindi il mondo incerto e avvilente dei trentenni disoccupati a essere messo alla gogna, com’era stato a suo tempo in Napoli mon amour, ma quello rabbioso e insofferente degli adolescenti di periferia.

L’autore mette a nudo con incredibile realismo e verosimiglianza l’animo di un quattordicenne, soprannominato dagli amici Marocco, nelle cinque fasi che segnano il suo primo anno di liceo: rifiuto, rabbia, patteggiamento, depressione e accettazione. Una parabola che in realtà non segue un andamento lineare, ma vacilla tra momenti di odio e altri di serenità, tra la rabbia dell’adolescente avvilito dalla vita e la felicità di chi prova nuove esperienze, tra l’entusiasmo dell’amore e la paura della morte.

Marocco non è in grado di stabilire una gerarchia d’importanza tra gli elementi che compongono la sua vita, ciascuno dei quali assume rilievo solo fino a quando ci si rapporta fisicamente e concretamente, oppure quando gli ritorna alla mente come un’epifania imprevedibile. Ecco allora che il trauma dell’abbandono della madre, uno dei più grandi drammi di Marocco, ricompare come un fantasma in momenti casuali della storia, richiamato da una parola o da un dettaglio solo vagamente connesso al suo ricordo. Allo stesso modo diversi eventi rilevanti e dal forte impatto emotivo esplodono in un caos di sensazioni, parole e gesti, per poi lasciare presto spazio a considerazioni e momenti molto meno incisivi, quasi insignificanti. Verranno richiamati solo di sfuggita negli atteggiamenti delle persone che ne sono rimasti più colpiti, ma per Marocco si tratta spesso solo di istantanee dolorose dell’esistenza, che capitano dal nulla e nel nulla ritornano.

La vita funziona così, con un susseguirsi di emozioni ed eventi che assumono e perdono importanza a seconda del momento. E poi c’è il peso della casualità, un fantasma che può far girare la ruota della fortuna nelle direzioni più imprevedibili. La storia di Marocco è fatta di scelte e di casualità, di decisioni ponderate o prese di getto, di eventi incontrollabili e scelte razionali. La narrazione non segue mai un percorso lineare, non ha un punto d’arrivo né un vero inizio: comincia in un momento qualsiasi della vita di Marocco e prosegue raccontando la sua adolescenza altalenante in modo sempre estremamente realistico, con eventi marginali che diventano rilevanti ed eventi rilevanti che si riducono a elementi marginali, tra casualità incontrollabili e scelte che non portano a nulla, sbagli che non vengono puniti e speranze che non vengono premiate.

L’unico perno attorno a cui ruota questa pluralità di elementi è la prospettiva sempre centrale di Marocco, in cui si alimentano costantemente sensazioni rabbiose, a tratti depresse, qualche volta entusiaste, che plasmano gli eventi secondo percezioni tutt’altro che imparziali. In Marocco brucia l’animo lunatico di un adolescente, che cova emozioni incontrollabili e non prova mai a guardare oltre il proprio presente, come se il futuro fosse semplicemente troppo lontano per preoccuparsene.

La scrittura sporca permette di entrare ulteriormente nella mente del protagonista e guardare il mondo dal suo punto di vista, seguendo un flusso di pensieri che raramente si focalizza abbastanza a lungo su un singolo elemento, spesso sorvolando su quelli importanti e focalizzandosi su aspetti marginali.

In Giovanissimi, Forgione riesce a fare proprio un tema tutto sommato molto diffuso come il racconto di formazione nella periferia urbana del secolo scorso, conferendogli  però un’autenticità e una freschezza spontanea, così naturale che il lettore non mette mai in dubbio di star guardando il mondo dal punto di vista di Marocco – un ragazzo rabbioso, insicuro, volubile e sincero. In altri termini: vero.

Anja Boato

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