“La parola magica” per liberarsi dall’alcol (e dalla solitudine)

La parola magica, Anna Siccardi
(NNE, 2020)

9973645_4469834Tutto comincia da un elenco di dodici punti che ricorda vagamente una serie di imperativi religiosi scritti da penitenti: sono i dodici passi degli alcolisti anonimi, qualcosa a metà tra l’ammissione di colpe passate e una serie di buoni propositi per il futuro, da rispettare in nome di un Potere Superiore non meglio definito. La parola magica non parla di alcol – non solo, almeno – ma i dodici capitoli che lo compongono sono ispirati ai passi degli alcolisti anonimi, a tratti in modo quasi citazionistico, altre volte in termini più liberi. Un percorso di rinascita, quindi, che comincia da «Abbiamo ammesso di essere impotenti di fronte all’alcol e che le nostre vite erano divenute ingovernabili», fino a concludersi con «Avendo ottenuto un risveglio spirituale come risultato di questi passi, abbiamo cercato di portare questo messaggio ad altri alcolisti e di mettere in pratica questi principi in tutte le nostre attività.» Una storia a lieto fine, insomma.

Ovviamente non è così, almeno per quanto riguarda il percorso di mancata rinascita dei personaggi che affollano le pagine de La parola magica. Leo si sveglia in un albergo a Tokyo con i boss della Yakuza che lo attendono cortesemente alla reception, Anna non sa come farsi amare da suo padre, Irene finisce un costoso ciclo di psicoterapia solo per abbandonarsi all’alcol, Carlo frequenta già gli alcolisti anonimi, Edoardo ci mette qualche pagina in più, Diana vuole un seno nuovo, Chiara un nuovo naso, e tutti desiderano – sognano, pretendono, agognano – una nuova vita.

Lo sfondo è una Milano senza tempo, dove le esistenze di tutti i vari personaggi si incrociano e si allontanano senza altro collante che il caso. Le loro storie sono affascinanti parabole incomplete, delle istantanee di vite sospese a metà. A volte i personaggi tornano in capitoli successivi, in altri casi i loro archi narrativi si aprono e si chiudono nello spazio di poche pagine.

Nonostante le premesse, il collante tra le varie storie non è quindi l’alcol, anche se occupa uno spazio tutt’altro che marginale. Le dipendenze in generale rappresentano forse la soluzione più comune al principale leitmotiv del libro: la solitudine. La parola magica parla di persone che cercano di far funzionare i contatti con altre persone, senza successo. Leo abusa di alcol e droghe per compensare il fatto di aver perso tutto, dalla donna della sua vita ai genitori, fino alla tata che lo ha cresciuto; Anna conta il peso dei pacchi da spedire a suo padre in prigione perché è convinta che quella sia anche la misura del loro amore; il nuovo seno di Diana le ridarà indietro una vita che ora non ha più; la psicoterapia di Irene le donava stabilità dopo il divorzio, ora ci pensa l’alcol. Carlo dipende dallo sponsor che cinque anni prima l’aveva aiutato a smettere di bere, Riccardo dai suoi attacchi d’ansia, Ornella dalla chiaroveggenza e tutti, chi più e chi meno, non sanno come liberarsi dei loro pesi. Effettivamente, La parola magica è un collage di storie senza via d’uscita. E funziona benissimo.

Quello di Anna Siccardi è un bellissimo esordio letterario: prende le vite di diversi personaggi e le intreccia attraverso rimandi più o meno espliciti, riuscendo sempre a trovare spunti narrativi interessanti, imprevedibili e mai banali, nonostante il tema di fondo non sia particolarmente originale. Il taglio quasi cinematografico dello stile permette di concentrarsi più sulle azioni concrete dei personaggi che sulle loro introspezioni, rendendo dinamiche e vivaci le storie. È difficile annoiarsi, impossibile staccare gli occhi dalla pagina, assurdo sperare di prevedere il modo in cui certi personaggi torneranno in scena.

Eppure un difetto, nonostante tutto, c’è: la confusione. In particolar modo la confusione temporale. All’inizio la struttura regge, non serve ricordarsi perfettamente ogni dettaglio, i nomi dei personaggi non si sommano fino a confondersi, le loro storie rimangono in piedi senza difficoltà. Poi però alcuni passaggi diventano più complessi, e non è facile comprendere se la struttura sia cronologicamente lineare come sembra all’inizio o se invece alcuni eventi accadono prima di altri descritti precedentemente. Certezze maturate su alcuni personaggi vengono disattese in capitoli successivi, creando nei fatti un senso di sospensione che rischia di mettere seriamente in difficoltà. Un ordine comunque esiste, anche se non è sempre immediato da cogliere, diventando quasi una sfida alla pazienza e all’attenzione del lettore. Io comunque l’ho accolta con piacere.

La parola magica rimane un libro godibilissimo, intenso e affascinante, anche perché non è sempre indispensabile ricostruire il puzzle alla perfezione, per apprezzarne i singoli tasselli. Quelli che compongono questo romanzo sanno sempre come entrare nella mente del lettore e rimanervi impressi a lungo, ben oltre la fine della lettura.

Anja Boato

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