“Con passi giapponesi” e la rigorosa immaginazione di Patrizia Cavalli

Con passi giapponesi, Patrizia Cavalli

(Einaudi Editore, 2019)

9471907_3867531Ci sono libri difficili da classificare, che sfuggono a qualsiasi definizione per via dell’unicità della loro natura: Con passi giapponesi di Patrizia Cavalli (pubblicato da Einaudi e in finale al Premio Campiello 2020) è uno di questi. In questo volume una delle principali poetesse italiane affronta la sfida della prosa attraverso sedici brevi testi, “prose poetiche” più che racconti veri e propri, che richiedono diverse letture per poter godere appieno dei loro affascinanti sensi nascosti. Per riprendere uno dei titoli della raccolta, potremmo definire questo libro come un’opera incerta, un mosaico fatto di tasselli diversi tra loro che insieme formano un manifesto poetico sui generis, privo dell’aggressività assertiva propria dei manifesti e intriso di ironia ed estrema sincerità: Cavalli qui mette a nudo tutta sé stessa, la sua vita reale quanto quella immaginaria, forse dimostrando che la distinzione non è poi così fondata.

Il libro è attraversato da una curiosità quasi filosofica che spinge l’autrice a cercare di capire le cose che la circondano con un’acutezza di sguardo che solo un poeta può avere. L’attenzione per gli oggetti è un filo conduttore: essi sono dotati di un potere rivelatore, racchiudono infinite possibilità. Nella prosa di Cavalli ogni oggetto è un «progetto immaginativo»: le cose rappresentano l’origine misteriosa dei pensieri. Ne La casa, ad esempio, una certa disposizione dei mobili dello studio diventa il “paesaggio” immutabile che permette di tenere ben saldo il filo dei sentimenti e delle fantasie che erano affiorate in quello spazio.

Anche gesti quotidiani come preparare una valigia diventano un ‹‹atto supremo di immaginazione›› nel divertente e ironico Fare bagagli: per valutare cosa portare con sé in un viaggio si deve infatti aprire la mente al senso di possibilità, occorre cioè pensare a cosa servirà nel caso di piccoli incidenti o variazioni improvvise del tempo meteorologico (che poi puntualmente non avvengono). Prevedere questi cataclismi permette di alleggerire la mente. Si può riscontrare quindi una sorta di attaccamento per gli oggetti che si spinge sino al feticismo nel racconto Il ladro di lenzuola, in cui un uomo ruba le lenzuola dagli alberghi dove ha dormito perché impregnate degli odori dei sogni notturni: egli non riesce a liberarsene perché ciò significherebbe cancellare i suoi stessi sogni, perdendo così una parte di sé.

A questo legame estremo con le cose corrisponde un profondo disinteresse per il denaro, a cui sono dedicati due testi: i soldi sono infatti non-oggetti, astrazioni pure che in quanto prive di concretezza non possono coinvolgere in alcun modo il poeta. Essi non sono mai veramente nostri e mostrano quanto sia oscuro il concetto di proprietà in relazione a noi stessi:

‹‹Ma il mio cos’è? Dov’è?

Non sono certo io, non lo ritrovo in me.

Di me mi sento infatti mandataria, 

ma in nessun modo, mai, la proprietaria.›› (p. 81[1])

Questi versi sembrano ricalcare le tesi del filosofo Merleau-Ponty riguardo al corpo, secondo cui noi non possediamo quest’ultimo come se fosse un oggetto, ma lo siamo. Difatti proprio il corpo è un altro centro attorno cui ruota Con passi giapponesi: il primo racconto, che dà anche il titolo alla raccolta, è un’indagine sul corpo femminile attraverso gli occhi di una donna che osserva con rigorosa invidia i corpi di altre donne. Cavalli realizza un vero e proprio scavo nel corpo per mezzo di una prosa contorta, che spiazza e confonde con una miriade di incisive, risultando inafferrabile esattamente come lo sguardo femminile che racconta. Questa scrittura dà corpo al linguaggio, il quale si appropria della sua fisicità in un incipit indimenticabile:

‹‹Era sarda. Molti altri lo sono, ma lei se ne vergognava. Perché quel suo dialetto crudo non c’era modo di farlo mansueto. Le sibilanti feroci e le dentali a baionetta, le gutturali a tenaglia e le labiali a scoppio non sentivano ragioni, ma tutte impettite spesso si raddoppiavano pure; e poi le voragini improvvise di certe vocali. No, non c’era modo d’ingentilire quei fonemi armati, quella lingua guerrafondaia che mitragliava sillabe come mortaretti, tanto che veniva naturale chiedersi: ‹‹Se non è guerra, è Santa Rosalia o capodanno?›› (p. 5)

Il corpo non è però un’entità statica, ma è soggetto a continue instabilità, le quali rivelano la sua natura più profonda: le situazioni di pericolo ne rappresentano i momenti di conoscenza. Vengono raccontati i mal di testa cronici di cui la poetessa soffre e che “svuotano” la sua volontà rivelando verità sopite, così come il cortisone fa sentire le ‹‹cavità della mente››: tutte esperienze che permettono di comprendere il corpo, di studiarne le relazioni con l’ambiente e il tempo atmosferico. Poiché noi siamo il nostro corpo, la variabilità di quest’ultimo corrisponde inevitabilmente a quella del sé, il quale è costituito di molte parti incontrollabili, di varie ‹‹periferie›› e ‹‹distaccamenti laterali›› che pretendono tutti di essere ascoltati e che insieme formano una ‹‹incerta sostanza›› che non si risolve mai, ma che viene saggiata attraverso uno sforzo di immaginazione e comprensione. La poesia non può che essere l’espressione più estrema di tale sforzo, poiché essa nasce da una sola necessità: capire.

Giacomo De Rinaldis


[1] Numerazione di pagina della versione epub.

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