“Gli affamati” di Insolia: un esordio che non convince

Gli affamati, Mattia Insolia
(Ponte alle Grazie, 2020)

Due giovani fratelli, Paolo e Antonio, vivono da soli in un paesino siciliano. Paolo, il maggiore, fa il muratore, è perennemente in contrasto con il capocantiere e conduce una battaglia interiore con la sua rabbia; Antonio è più ingenuo, a differenza del fratello non ha imparato a farsi rispettare, o più semplicemente non è riuscito ancora ad adattarsi alle asprezze della vita. Su di loro incombe la fuga di una madre che ha scelto un’altra vita e l’assenza di un padre alcolizzato, che anche da morto dà pensiero: per quello che è stato e che i suoi figli non vogliono diventare. Così si presenta l’esordio di Mattia Insolia, catanese classe 1995, che sta facendo parlare di sé grazie soprattutto all’endorsement e alle lodi di Teresa Ciabatti.

Paolo e Antonio conducono una vita instabile, lontana dalle certezze e dagli agi, nel disperato tentativo di ritagliarsi uno spazio per loro in cui essere non certo felici, ma perlomeno tranquilli. Si fanno bastare piaceri effimeri: la sbronza di una notte, il sesso occasionale, una pizza, qualche bravata come gettare sassi da un cavalcavia.
Poi arrivano i problemi sul cantiere per Paolo, poi ritorna la madre per cercare di ricucire il rapporto, poi le esperienze sentimentali che vanno incontro al fallimento. Al punto che la situazione precipita fino agli esiti tragici che già aveva svelato il prologo, collocato due mesi prima dei fatti narrati, nel quale uno dei due fratelli muore tra le braccia dell’altro, in strada, pare freddato da tre colpi di pistola.

Nella tragedia dei due fratelli, Insolia tenta di raccontare la tragedia di una generazione di giovani, in particolare nel Sud Italia, che non hanno speranze, abbandonati dalla famiglia, dallo Stato, dalle istituzioni, e si ritrovano genitori di se stessi, a crescere e mantenersi in vita scendendo a patti con le ingiustizie e i soprusi. La delinquenza appare esito inevitabile della frustrazione e del dolore, nonché strategia per rivendicare la propria presenza, per provare ad esistere davvero, come a dire: Guardatemi, ci sono anch’io.

D’altra parte, Gli affamati rischia d’essere la solita storia di disagio e devianza che non riesce più a sorprendere, nella quale due giovani fratelli, abbandonati dalla madre e orfani di un padre alcolizzato, sviluppano un risentimento generalizzato che esplode in episodi di violenza. Non può bastare a fornire l’originalità mancante il tema dell’omosessualità, che viene appena abbozzato – anche tardivamente, nel tentativo di creare un colpo di scena – senza che riesca a intervenire concretamente, a risultare coerente con quanto letto prima o a proiettare nuova luce sul senso di comportamenti e azioni individuali, come fosse soltanto un’appendice pleonastica nell’economia delle vicende.

A questo si aggiunge che i personaggi sembrano soffrire di un deficit di caratterizzazione, sino ad apparire monodimensionali, distinti soltanto per alcune connotazioni di base appena accennate. La finzione narrativa non viene scostata e rimane visibile e ingombrante: essi appaiono effettivamente come personaggi artificiali, piuttosto che come persone credibili e pulsanti.
Nella seconda parte del romanzo si tenta di mostrare un’umanità e una debolezza interiori, in contrasto con il carattere duro e spigoloso che esteriorizzano. Questi tentativi, tuttavia, non fanno che confermare delle aspettative piuttosto note: non può risultare innovativo e sorprendente che i ragazzi abbiano sviluppato la tendenza a celare i propri sentimenti dietro una corazza di forza apparente.

Si finisce così per trasporre in termini piuttosto semplicistici quella che dovrebbe essere una psicologia articolata e contraddittoria. Tutte le tensioni (rispetto alla famiglia, ai sentimenti, alla società, ecc.) che dovrebbero innervare i personaggi e dar loro complessità vanno invece a giustificare ogni cosa con facilità quasi eccessiva. Il conflitto, pertanto, si avverte solo in un comportamento generalmente ostile, tendenzialmente collerico e violento, che rischia di apparire però convenzionale; come lo sono anche i tentativi di riscatto attraverso l’amore o il rifugiarsi di Antonio nei libri.

Merita d’essere approfondita anche la questione stilistica. La lingua di Insolia cerca di riprodurre la secchezza e la ruvidezza di uno slang colloquiale e sporco. Una scelta originale negli anni ’80 di Tondelli (fermo restando che la lingua di Tondelli era l’esito di una ricerca complessa e minuziosa). Il punto non è tanto questo: la questione stilistica lascia qualche perplessità non per le caratteristiche in sé, quanto per il risultato finale e l’aspetto complessivo.

«Oscar era gay. Niente di complicato: avrebbe dovuto avere la passione per la fica e invece gli piaceva il cazzo. E pure tanto, Santa Madonna. Ma che poteva farci? Era nato così, non c’era diventato per moda o vattelappesca. Era gay. Punto. Da piccolo, quando ancora non era né carne né pesce…» (p. 83)

Inoltre si passa da espressioni ovvie, piatte e/o poco eleganti come “strabuzzare gli occhi”, “affondare gli occhi l’uno nell’altra”, “la frittata era fatta”, “capelli sale e pepe”, i già citati né carne né pesce o vattelappesca, e altri, a tentativi (poco coerenti col resto) di innalzare lo stile, come “l’autostrada, una cicatrice grigiastra tra i lembi di terra assediati dall’avena selvatica”, “l’uno di fronte all’altra esprimevano il naturale contrasto governante il mondo”, fino a giungere a formulazioni più fantasiose come zigomi che tremolavano”, “leggere gli dava una bella sensazione alla bocca dello stomaco”. Per tacere poi della sfilza di “eppoi“, “epperò“, “eddai”, epperché“.
Il tutto pone il serio dubbio di quanto certe scelte rientrino davvero in una strategia consapevole e ponderata. E se pure così fosse, resta il dubbio se si tratti o meno di una strategia vincente.

Stona anche quel che accade nel finale, appena prima dell’epilogo. I fratelli, che pure erano stati in tensione, comprendono all’improvviso che possono trovare l’uno nell’altro tutto quello che serve per stare bene, capiscono che in fondo la loro vita non è poi così male, e tutto finisce felicemente con una grigliata in giardino e un bagno insieme. Prestano il fianco anche a un sentimentalismo e a momenti di riflessione non da loro. Viene insomma a crearsi una situazione di vero e proprio idillio, che non appare come l’esito di un processo logico di eventi e consapevolezze, bensì del tutto improvvisa e ingiustificata, soltanto finalizzata a suscitare commozione nella lettera di epilogo.

Probabilmente è proprio la lettera finale a introdurre gli aspetti più interessanti (come la verità sulla fine del padre), che avrebbero meritato sicuramente sviluppo migliore. Di fatti, la loro presenza limitata alla brevità dell’epilogo (nel tentativo, sembrerebbe ancora, di creare un colpo di scena finale) ne sminuisce tutto il potenziale. Inoltre la lettera lascia pensare che un racconto delle vicende in prima persona avrebbe potuto giovare e di molto al romanzo, rispetto a una voce narrante esterna e fredda, che spesso diverge per fare focus sinceramente poco necessari su personaggi secondari o marginali.

Pertanto l’assenza di una profonda e adeguata costruzione psicologica, trascurata a vantaggio di una mera descrizione di eventi spesso vuoti e ridondanti, unitamente a un soggetto a cui si è assuefatti e a uno stile poco significativo e poco convincente, trasmette una generale e diffusa sensazione di prevedibilità al romanzo, e rischia di ridurre il discorso sull’essere giovani oggi a uno slang e a un dato anagrafico, senza aggiungere nulla di nuovo al tema generazionale.

Tutto questo pone anche degli interrogativi di più ampia portata: si può scrivere un’opera che aspira ad essere il ritratto di una generazione senza ricorrere al topos del genitore assente (tipicamente padre alcolizzato/violento e madre che abbandona o muore), senza parlare necessariamente e per lo più di sesso e di violenza, senza ricorrere per la narrazione a una lingua eccessivamente scarna e innervata da slang e bestemmie, quasi che esprimersi come i giovani fosse l’unico modo per poter scrivere dei giovani? Non sarebbe il momento di rinnovare le caratteristiche formali e stilistiche e l’immaginario di questo sottogenere? Che in questo caso sembra risentire troppo della lettura di alcune opere ormai datate, come Jack Frusciante è uscito dal gruppo o Come Dio comanda, e in generale dei Cannibali, sui quali Insolia ha scritto una tesi di laurea.

Certo dispiace parlare così di un’opera prima. Quando si legge un esordio, soprattutto di un autore così giovane, si vorrebbe poter dire solo cose buone, e lasciare le critiche a scrittori con le spalle più forti. Il risultato è che poi di un’opera escano solo commenti positivi, il che produce evidenti distorsioni rispetto alla sua ricezione. Ma, se necessarie, sono proprio le critiche, più delle lodi, a rafforzare uno scrittore esordiente, e a Mattia Insolia va infatti il mio sincero augurio.

Giuseppe Rizzi

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