Dio nella macchina: La fabbrica dell’Assoluto di Karel Čapek

La fabbrica dell’Assoluto, Karel Čapek
(Voland, 2020 – a cura di Giuseppe Dierna)


assolutoA buona ragione, lo scrittore, giornalista e drammaturgo Karel Čapek viene tutt’oggi considerato uno degli autori cechi più importanti della prima metà del Novecento. Dopo l’opera teatrale R.U.R. (1920-21), in cui compare per la prima volta il fortunato termine robot (dal ceco robota, che significa ‘lavoro forzato’), Čapek torna a trattare la fantascienza con La fabbrica dell’Assoluto (Voland, 2020), uscito prima a puntate su rivista e poi in volume nel 1922 col sottotitolo di Romanzo-feuilleton.

Siamo nel 1943. L’imprenditore ceco G.H. Bondy, presidente di una fabbrica di caldaie leader nel settore, sta scorrendo le colonne di Economia Interna del giornale, sempre più angustiato dalla dilagante crisi carbonifera che gli impedisce di fare più soldi di quanti già non ne abbia. Nel torpore del suo malessere piccolo borghese, subito schernito dal tono canzonatorio del narratore («Il presidente Bondy si distese quindi sulla sedia a dondolo per gustare con maggior comodità tutta l’amarezza di quelle misere condizioni»), al presidente casca l’occhio sulla vendita di un’invenzione che potrebbe portare la sua azienda a fare l’ennesimo salto di qualità.

G.H. Bondy incontra così l’ingegner Marek, che conosceva già ai tempi dell’università, inventore di una macchina straordinaria: il Carburatore. Il Carburatore di Marek risolverebbe tutti i problemi legati alla crisi industriale, poiché sfrutta totalmente l’energia termica contenuta nella materia, riuscendo a bruciare qualsiasi combustibile senza tracce di residui, o quasi. Perchè se è vero che con un pugno di carbone il Carburatore rimane in funzione per settimane, è altresì vero che della materia disintegrata qualcosa di invisibile viene liberato: particelle di Assoluto, particelle di Dio.

Partendo dal presupposto che Dio sia contenuto nella materia come energia inerte legata, le implicazioni causate dal suo rilascio nell’aria sembrano, all’inizio, straordinariamente comiche: chi entra in contatto con l’Assoluto si converte, fa miracoli, si libra nell’aria, ha il potere della chiaroveggienza, e via dicendo; insomma, si impregna di Dio assorbendo le sue stesse capacità. Nonostante Marek spieghi tutto ciò al presidente nei minimi dettagli, G.H. Bondy non perde tempo a preoccuparsi della portata di tali effetti, e decide di costruire e vendere la macchina in tutto il mondo, al solo scopo di gonfiare ancor di più il suo portafoglio. Da quel momento in avanti, nel romanzo, non si sorride più.

Nella Fabbrica dell’Assoluto Čapek lavora per iperbole: quella fede cieca nel progresso tecnologico, da molti condivisa nei primi decenni del secolo scorso – almeno fino alla prima Guerra Mondiale –, viene qui portata fino alle sue estreme conseguenze. Più l’autore estremizza la realtà, e più fa risultare evidente il malsano rapporto che intercorre tra la macchina creata dall’uomo e l’incapacità dell’uomo di comprenderne appieno le implicazioni a livello collettivo.

L’utopia di un mondo migliore, caldeggiato dall’uso delle tecnologie più innovative, si tramuta in anti-utopia quando si prende coscienza del potenziale catastrofico insito in quelle stesse tecnologie; ma questa presa di coscienza, di solito, avviene solo dopo che la catastrofe ha luogo, dopo il punto di non ritorno, e mai prima – da qui, l’inettitudine umana di fronte alle sue creazioni, e la conseguente fine del mondo.

Che poi nel romanzo il potenziale catastrofico del Carburatore risieda nella liberazione di molecole di Dio la dice lunga sulla genialità di Čapek. Il materialismo dell’uomo contemporaneo entra in crisi nel momento in cui non si riesce a spiegare perchè l’Assoluto si trovi nella materia e produca certi effetti una volta liberato. È sempre attraverso il filtro del grottesco, di cui il romanzo è impregnato, che Čapek cerca di dare una spiegazione a questa presenza così ingombrante, e riesce nell’intento proprio perché le sue formulazioni sono sì assurde vista la vicenda ma, nonostante tutto, credibili, razionali.

«La cosa ce la possiamo immaginare più o meno in questa maniera, che cioè prima della Creazione esisteva l’Assoluto in quanto Infinita Energia Libera. Per qualche seria ragione fisica o morale, tale Energia Libera si era messa a creare: si era trasformata in Energia Lavorativa e – giusto in base alla legge dell’inversione – era passata allo stato di Infinita Energia Legata; e si era in qualche modo persa nel proprio effetto lavorativo, cioè nella materia creata, all’interno della quale era rimasta chiusa come per incantamento in forma latente. E se questa cosa qui è di difficile comprensione, io non so proprio che farci».

L’aspetto più grottesco del romanzo è proprio la commistione tra l’assurdità di tutta la storia e l’inquietudine, l’effetto straniante, la paura che suscita nel lettore. Dopo qualche risata all’inizio, quest’Assoluto liberato, questo Dio allo stato puro che infetta senza esser visto, comincia a fare paura per la volontà di potenza che sprigiona: oltre a far scoppiare numerose guerre sante in suo nome, si impadronisce della banche provocando un’inflazione senza precedenti; si specializza nelle fabbriche e comincia a sovrapprodurre beni impossibili da smaltire, mettendo così in crisi l’economia globale: lavora come la mano invisibile di Smith ma all’incontrario, segnando il passaggio dalla religione dell’industria – impersonificata all’inizio da G.H. Bondy –, alla sua assurda controparte: l’industria della religione.

Richiamando alla mente opere dello stesso genere come i capolavori di H.G. Welles, La peste scarlatta di London, La nube purpurea di Shiel, La nuvola nera di Hoyle, che condividono lo stesso spirito apocalittico del romanzo di Čapek, La fabbrica dell’Assoluto mette in scena il paradosso dell’uomo che, giocando a fare l’entità divina, finisce per creare Dio davvero, inserendolo però in un mondo ormai talmente disabituato alla sua presenza da percepirlo come un corpo estraneo, un’appendice necessariamente da estirpare per salvaguardare la propria sopravvivenza.

La prosa del romanzo è scorrevole, il ritmo sa essere più lento nei punti in cui l’autore gioca con lo stile filosofico-saggistico, mentre in altri è più alto, ricalcando la velocità del procedere teatrale con frequenti ed efficaci botta e risposta dei personaggi sulla scena. Di contro, i numerosi cambiamenti di scenari e di punti di vista possono facilmente far perdere l’orientamento e la concentrazione del lettore sugli elementi centrali della storia: non si fa in tempo a familiarizzare con un nuovo contesto che questo già si è esaurito in poche pagine.

Questa eccessiva disorganicità è l’unica critica che muovo al testo, probabilmente causata, nonostante la revisione successiva, dell’uscita su rivista a mo’ di feuilleton senza una struttura narrativa compatta e ben pensata in anticipo, come ci conferma lo stesso autore in prefazione. Detto ciò, il valore del testo non è messo in discussione: per originalità e profondità di analisi, La fabbrica dell’Assoluto, insieme a R.U.R., rimane un ottimo titolo di letteratura fantascientifica del primo Novecento da avere nella propria libreria.

Angela Marino

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