I pericoli della vita borghese: “Amare tutto” di Letizia Pezzali

Amare tutto, di Letizia Pezzali
(Einaudi Stile Libero, 2020)

Dopo due anni dall’uscita di Lealtà, Letizia Pezzali torna in libreria per Einaudi Stile Libero con Amare tutto, un nuovo romanzo che riprende temi cari all’autrice come l’analisi dei sentimenti umani e la difficoltà di preservare la propria identità nel rapporto con l’altro.

Chi ha amato Lealtà ritroverà qui la stessa minuziosa costruzione dei personaggi, ma se nell’opera precedente la trama faceva da sfondo alla complessità delle emozioni ed era quasi secondaria a confronto delle interessanti digressioni, in Amare tutto il lettore si trova subito di fronte a un intreccio più complesso e raffinato.

Lucia, protagonista e voce narrante dal sapore manzoniano, ha una vita famigliare apparentemente perfetta: suo marito Pietro ha un ruolo dirigenziale in un’importante azienda di prodotti chimici e lei ama il ruolo di moglie devota dedita alla cura dei due figli. Un giorno, nell’azienda dove lavora Pietro si verifica un’esplosione e Lucia coglie l’invito di Francesca, madre di un’amica dei suoi figli, per trasferirsi con lei temporaneamente in collina in attesa che la situazione si stabilizzi.

Questa situazione mette in moto l’azione: Lucia, Francesca e i tre bambini si ritrovano isolate dal mondo, nell’enorme e antica villa della famiglia di Francesca, mentre le regole che valgono normalmente per i rapporti umani sembrano pronte a essere sovvertite. La tensione aumenta quando entra in scena Massimo, commesso dell’unico negozio di alimentari della zona che sembra legato a Francesca da un rapporto poco chiaro e per il quale Lucia prova un’attrazione istantanea.

Mentre la presenza dei bambini, inizialmente ingombrante, si fa sempre più silenziosa e marginale, fra Lucia, Francesca e Massimo si innesta una dinamica contorta, priva della facciata di cortesia e pudore che è alla base delle interazioni sociali in città. La collina è dunque un luogo benefico, in cui è possibile essere davvero sé stessi, senza ipocrisie, o un posto pericoloso e oscuro in cui si perde il senso di quel che è giusto o sbagliato?

All’inizio del romanzo il personaggio di Lucia appare anacronistico e proprio per questo suscita subito curiosità. Nelle discussioni tra le due donne, Francesca incarna il punto di vista “progressista” a cui istintivamente il lettore medio del 2020 si sente più affine: mentre lei afferma di vivere la sua maternità con qualche difficoltà e di aver dato il latte artificiale a sua figlia, Lucia la ascolta con un atteggiamento velatamente giudicante. La protagonista ha sinceramente accolto la nascita dei suoi figli come l’evento più importante della sua vita, l’unico in grado di darle pienezza e senso di sé, e non riesce capire come per le altre donne possa essere diverso.

Mentre gli eventi della villa in collina si alternano a flashback sul passato di Lucia e di suo marito, tuttavia, il personaggio acquisisce spessore e complessità: scopriamo che la sua dimensione di madre, vissuta con convinzione, ha lasciato comunque spazio a un vago senso di insoddisfazione. Lucia è cresciuta all’ombra di Pietro dal liceo fino all’età adulta e in ogni episodio del suo passato si percepisce una inquieta necessità di ricerca e di altrove che nella collina trova infine compimento.

Pagina dopo pagina, quindi, conosciamo meglio Lucia e ci sentiamo sempre più vicini al suo punto di vista: contemporaneamente la trama si fa più intricata e il personaggio di Francesca si rivela molto meno lineare del previsto, piena di ossessione e drammaticità fino all’estremo. La tranquilla vita borghese di Lucia prima della collina era priva di slanci emotivi e la conoscenza di Massimo e Francesca le ha permesso di entrare in un mondo segretamente desiderato, fatto di passione, oscurità e sentimenti estremi. Un mondo, però, che appare non meno disfunzionale del suo. Cosa bisogna fare, allora, per essere felici? E com’è possibile ritornare al mondo prima? Le risposte alla domanda rimangono solo abbozzate nel silenzio della collina.

In Amare tutto Pezzali solleva il velo dell’ipocrisia della vita borghese e ne indaga i compromessi e la repressione. Ne emerge un quadro fatto di poli che si scontrano nell’impossibilità di trovare un punto d’incontro tra l’apatia di chi ha tutto quello che vorrebbe dalla vita e la passione ingestibile di chi, proprio perché ha tutto, sente di non avere niente.

L’interiorità dei personaggi e gli equilibri tra di loro sono descritti con la stessa cura che troviamo in Lealtà, sebbene la trama arzigogolata rischi di farli passare in secondo piano. La scrittura è limpida e scorrevole e Amare tutto è un ottimo intrattenimento in tempi in cui l’introspezione è una necessità oltre che un piacere.

Loreta Minutilli

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