L’America in fiamme nei reportage di Ben Fountain

America brucia ancora. Reportage sulla campagna presidenziale 2016,
Ben Fountain
(minimum fax, 2020; trad. di A. Martinese)

Nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Joe Biden (sì, più o meno), America brucia ancora è stata un’utile lettura per confrontare, come una traduzione con il testo a fronte, ciò che sta succedendo in queste settimane Oltreoceano, in attesa dell’ election day di martedì prossimo, e ciò che già era accaduto quattro anni fa, quando il mondo si era svegliato con la notizia sconvolgente e inattesa dell’elezione di Donald Trump a 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. Un esito del tutto imprevisto che ha dato seguito a una letteratura sterminata di articoli, studi, analisi, retrospettive da parte di scrittori, giornalisti, sociologi, politologi. Eppure, per quanto si sia già scritto tanto, le ragioni che hanno portato circa 63 milioni di persone a votare un tale personaggio – violento, misogino, volgare, razzista, ma ha anche dei difetti – restano un quesito che suscita ancora interesse e curiosità.

America brucia ancora di Ben Fountain non è però un saggio di politologia, non è un’analisi del voto, non è uno studio scientifico delle Presidenziali 2016. D’altronde Fountain è di professione giornalista e romanziere, non un accademico. L’opera che ha scritto, e che da poco è stata pubblicata in traduzione italiana da minimum fax, a ben vedere non è neppure un mero reportage sulle presidenziali (solo alcuni capitoli sono tali). Si tratta piuttosto di un excursus nella società americana: storia dei suoi costumi politici e culturali, soprattutto prognosi della sua psiche. L’America è trattata da Fountain come un organismo del quale rintracciare l’eziologia dei mali. Fuor di metafora, Fountain intende esplicitamente descrivere «la struttura antropologica americana», della quale descrive le caratteristiche e indaga storicamente le origini. Un’operazione attraverso la quale si possono intuire di straforo le ragioni della vittoria di Trump, o della sconfitta di Hillary Clinton – ma non solo.

A rendere tutto questo possibile è la struttura originale dell’opera: un capitolo tematico per ogni mese del 2016, e, come intermezzo tra uno e l’altro, un elenco degli eventi capitati negli Stati Uniti e nel mondo durante quel mese. Questi intermezzi, che potrebbero risultare pleonastici e superflui, in realtà permettono di calare il lettore nell’America del 2016, come se si trovasse davvero lì, a leggere i quotidiani, a seguire telegiornali e talk show, ad ascoltare dibattiti, interviste, discorsi da bar. In tal modo si permette di osservare l’evolversi degli eventi della campagna elettorale, il mutare dell’opinione pubblica.

Quanto ai capitoli tematici, come anticipato, uno soltanto su dodici è propriamente dedicato al reportage sulla campagna presidenziale, vale a dire il primo, e più lungo (circa cento pagine) dedicato al caucus dell’Iowa, che si colloca in gennaio e rappresenta il primo vero momento della campagna elettorale in America. In quest’occasione Fountain segue gli incontri pubblici e i comizi tenuti dai candidati alle primarie, Trump come Cruz per i repubblicani, Clinton e Sanders per i democratici, e dimostra tutte le sue abilità di reporter nel descrivere quello a cui assiste, nel riportare le impressioni del pubblico, nell’analizzare la presenza e i discorsi dei candidati. Come un antropologo calato nel gruppo sociale che vuole studiare, Fountain ascolta, osserva, si confonde nella massa, interagisce con gli altri, e lo fa con uno stile brillante, un tono che sa essere ironico e caustico.

Così viene ritratta Hillary: «Con quei capelli biondi pettinati all’indietro, i pantaloni neri e il blazer color pesca che forse le fascia i fianchi più di quanto avesse previsto, Hillary potrebbe essere la matrona di un country club, una signora che invecchia con dignità, solida, ben piantata nella vita, una di quelle donne mature a proprio agio nel proprio corpo a cui guardano le più giovani e accorte.» (p. 40)

Trump viene descritto in questo modo: «È estasiato, il suo sorriso emana una serenità trascendente, come quello del Buddah, o di un sultano che viene da un pomeriggio di sesso grandioso […] Quel faccione, un viso largo e squadrato come un tostapane; la testa di un ariete in stile Terminator, anche se gran parte di essa potrebbero essere capelli. C’è qualcosa di primordiale in quella mole, una specie di rassicurazione infantilizzante, il patriarcato materializzarsi come presenza fisica: il padrino ha tutto sotto controllo e c’è la sua stazza a dimostrarlo. […] “Vi amo! Vi amo! Grazie!” grida, e sembra il più galante dei dongiovanni, quel tocco finale d’amore e riconoscenza mentre riallaccia i pantaloni e se ne va.» (pp. 94, 105, 104)

Dei comizi di Sanders: «La sensazione è di essere in un tritapietre, e ci si meraviglia che tutte queste ovazioni non siano per LeBron o Beyoncé ma per il Nonno sul palco, il candido vecchietto che puoi trovare in qualsiasi CVS, intento ad assalire il povero commesso al banco della farmacia.» (p. 118)

I successivi capitoli prendono le distanze dalla descrizione della campagna elettorale per affrontare dei temi cardinali per l’identità americana, come la mitologia della guerra e delle armi, la questione razziale, l’eccezionalismo (dottrina secondo la quale «L’America era la terra prescelta, benedetta tra le altre e chiamata alla missione di cambiare il mondo» (p. 192)). Sono tutti tasselli necessari per cogliere la complessità della struttura antropologica americana. Altri invece sono dedicati specificamente alla figura di Trump e di Hillary Clinton.

Qui, tuttavia, il talento da reporter di Fountain viene in parte meno: nell’atto di analizzare la storia politica, culturale e sociale del suo paese, dovendo motivare e spiegare piuttosto che raccontare, l’autore svela alcune difficoltà narrative: il ricorso a un’aneddotica spesso troppo corposa e che si sussegue volentieri in maniera pindarica; una tendenza a divagare con prolissità e senza andare immediatamente al punto. C’è da ammettere comunque che l’opera, pur nella necessità di un labor limae diffuso, mantiene costantemente il suo interesse, riuscendo anzi a stimolare sempre il lettore.

Di Trump viene ricostruita la parabola umana e professionale prima dell’ascesa in politica, i suoi tentativi di candidatura alla presidenza già prima del 2016, l’influenza che ha avuto il suo ruolo di personaggio televisivo nel forgiare poi la sua identità in politica. Notevoli sono soprattutto le pagine dedicate al suo stile di presenza e di comunicazione. Fountain arriva a chiedersi se quella di Trump non sia tutta una messa in scena, una «recita nella recita come quella degli agenti segreti doppiogiochisti», nient’altro che «la performance più elaborata nella storia della politica americana» (p. 85).
La perplessità e lo sgomento per la sua elezione sono tali perché non tengono conto di una precisazione fondamentale: Trump «è un fenomeno più artistico che politico» (p.83), un attore che interpreta se stesso.

Per capire il successo di Trump su Hillary Clinton bisogna affrontare la questione della credibilità: se nelle pagine a lei dedicate si mostrano le ragioni per cui Hillary godesse di scarsa fiducia presso l’elettorato, soprattutto per via di una totale discordia tra le sue parole e le sue azioni (solo per fare un esempio, le promesse di far guerra ai “poteri forti” di Wall Street malgrado la sua esperienza recente e passata desse dimostrazione lampante di amicizia e collaborazione professionale con i vertici della finanza statunitense), di contro si dice di Trump che la sua credibilità derivasse proprio dai suoi comportamenti offensivi, che conferivano autenticità alla sua persona («un cialtrone non oserebbe spingersi a tanto», p. 84) di contro all’artificio e all’assenza di trasparenza di cui dava impressione Hillary Clinton.

Al termine delle 538 pagine di America brucia ancora, lette con un piacere che somiglia di più a quello di un buon romanzo, si ha la sensazione di conoscere molto meglio la società, la cultura e la politica statunitense, e sembrerà che Trump, al netto di quanto mostra Fountain, risulta anzi l’unico Presidente possibile per un America oggi più che mai paranoica, non meno che in passato attratta dal mito delle armi, convinta che la difesa armata sia un diritto inviolabile, e profondamente sedotta dall’«eroica fantasia americana» di un potere forte e bianco, capace di fare la voce grossa soprattutto su chi forte e bianco non è.

Giuseppe Rizzi

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