La riscoperta del corpo: Anatomia sensibile di Andrés Neuman

Anatomia sensibile, Andrés Neuman
(SUR, 2020 – Trad. Silvia Sichel)

La cosa più incredibile che accade al lettore di Anatomia sensibile – il libro di Andrés Neuman appena pubblicato da SUR, nell’ottima traduzione di Silvia Sichel, scritto fra il 2012 e il 2019 – è di riscoprire il proprio corpo. Il corpo, infatti, è per noi un soggetto estraneo. Il corpo siamo noi, ma non lo conosciamo; soprattutto ne ignoriamo la maggior parte dei sistemi di funzionamento. Molte delle cose che fa, sia in automatico che sotto la nostra volontà, sono talmente silenziose che le crediamo accadere fuori di noi.

«Insieme alla gravità e alla ruota, probabilmente il coito è una delle ovvietà più strane di cui abbiamo notizia» (p. 21)

Non a caso Baruch Spinoza – che nel Seicento considerò la corporeità alla stregua dell’elemento razionale, la res cogitans – sosteneva nell’Etica che nessuno sa realmente “cosa può un corpo”, fino a dove può spingersi. Cioè, diceva Spinoza, non siamo ancora arrivati a una piena consapevolezza di ciò che siamo e possiamo essere. Questa ignoranza, però, ci permette di vedere la maestosità del nostro corpo, il suo incastrarsi perfettamente negli spazi della materia. Neuman, con il suo libro, compie un piccolo miracolo: far emergere, sotto forma di segni, alcuni tratti di questa enorme grandezza.

«Legume genitale, proteina del faccio da me, il clitoride concentra il quid della questione, l’oh della ragione e un potente eccetera. La sua affinità formale con la punta del dito è una delle vette dell’intelligenza anatomica» (p. 26)

Il libro di Neuman è un catalogo poetico delle parti che compongono il nostro corpo e, di nuovo, sembra quasi strano a dirsi, compongono noi stessi. Dalla pelle all’anima, lo scrittore argentino si concentra su trenta settori anatomici – compresa l’anima, poiché «L’anima esiste proprio come il gomito» (p. 104) –, definendone i tratti principali e raffigurandoli come attori di un grande romanzo in divenire. Neuman, quindi, inventa e ricostruisce trenta pseudo-personaggi letterari; di questi racconta il rapporto che hanno con sé e gli altri, le loro evidenze funzionali e i reconditi messaggi sessuali che inviano all’esterno.

Perché il corpo in definitiva è sessualità, nel senso più ampio del termine. Privarlo di questo aspetto significa abbrutirlo a una macchina di processi biologici che si susseguono organicamente. Anatomia sensibile, invece (e già il titolo ce lo fa immaginare), vuole sollevare la polvere che si è posata sopra i corpi abituati solo ad agire. Il suo scopo è mostrarne l’inesauribile tendenza a sentire, ascoltare, percepire, desiderare. E mai come ora – in questo tempo assurdo in cui i nostri corpi sono minacciati, costretti al riparo e sofferenti per un ripararsi colmo di timore – abbiamo bisogno di ristabilire l’equilibrio che c’è fra anatomia e sensibilità.

«Se abbracciare una schiena ha un che di tregua coniugale, di pietà dopo la burrasca, l’abbraccio tradizionale incarna un rito d’appropriazione» (p. 52)

Ciononostante, tutti i brevi capitoli si concentrano su zone del nostro corpo codificate e visibili. I personaggi di Anatomia sensibile, insomma, sono tutti esterni, guardano fuori dal corpo e si proiettano nella relazione con gli altri corpi. Anzi, di più, si definiscono in maniera ultima solamente grazie al rapporto con gli altri corpi, con le influenze che subiscono da fuori. In questo proficuo rapporto (esterno-interno, mondo-corpo) avviene uno scambio ineludibile per qualsiasi essere umano e che Neuman ci restituisce con un linguaggio ricco, lirico e fortemente letterario.

Anatomia sensibile rimane infatti un’opera letteraria, non un saggio o una ricognizione biologica intorno al corpo. Attraverso il racconto Neuman ci fa vedere, ricordare, scoprire: che è poi il compito stesso della letteratura, ben prima di ripercorrere una storia. L’unica storia che si scorre leggendo questo piccolo libro è quella che ogni lettore può immaginare, fantasticando, utilizzando quanto messo a disposizione dallo sguardo lucido dello scrittore. È significativo, in questo quadro, il valore letterario (e non solo) che lo scrittore argentino, naturalizzato spagnolo, assegna alle cose apparentemente superflue e dimenticate. Non c’è solo profondità ma proprio un’attenzione maniacale a tutto quello che viene dato per scontato, ed è invece così decisivo.

«Paladini del sostegno, i piedi difendono la verticalità dell’individuo e ne compensano la tendenza a crollare» (p. 40)

È probabile, però, che al termine della lettura emerga una considerazione dolorosa: ovvero che il destino del corpo è quello di sentirsi sempre frazionato. Esso è un organismo, quindi un tutto costituito di elementi che non sopravvive se non insieme, ma il paradosso delle nostre parti, così come degli organi, delle vene, del sangue, delle viscere, è quello di essere singolarità non autonome. Nel libro Neuman non ha intenzione di rintracciare la continuità fra le parti, non è interessato a mostrarci, quindi, l’inevitabile organicità di un corpo, quanto più a raccontarci le virtù e i vizi di ogni parte. Parti che si identificano applicando una cesura arbitraria e per questo non definitiva: chi determina dove inizia e finisce il naso? Chi è certo del fatto che – ad un certo punto – la schiena ha lasciato spazio alle natiche?

Ciascun elemento, ogni personaggio dunque, ha un atteggiamento ben definito, parla un linguaggio riconoscibile e inequivocabile. Tutte le sezioni rivendicano la loro importanza (il collo per l’amore, la mano per la scoperta, l’occhio per l’immaginazione), ma tutte sanno di far parte di un corpo. E per essere davvero un corpo, un corpo che non sa fin dove può spingersi, occorre che ogni parte si metta in ascolto. Su questo punto si rintraccia un labile messaggio “politico” che attraversa tutto il libro di Neuman: l’autarchia delle parti sul tutto è solo una chimera.

Saverio Mariani

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