Parole per suturare la ferita del tempo

Splendi come vita, Maria Grazia Calandrone
(Ponte alle grazie, 2021)

«I poeti o sono fanciulli che cantano le loro madri, o madri che cantano i loro fanciulli, o una cosa e l’altra. Si direbbe che la lirica non possa uscire da questo cerchio incantato», scriveva Saba nel suo Scorciatoie e raccontini. Ennesima prova del perdurare di quest’incantesimo è Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone (Ponte alle grazie, 2021). Tramite un susseguirsi di prose liriche e frammenti, l’autrice ricostruisce – e tenta di comprendere – il rapporto tormentato con la madre adottiva: l’impresa potrà dirsi riuscita solo dopo la stesura delle due poesie finali, attraverso le quali avviene il definitivo ricongiungimento con la madre.

La storia – narrata e vissuta dall’autrice – scaturisce da un fatto di cronaca: l’abbandono a soli otto mesi in un prato di Villa Borghese, nel 1965; il suicidio della madre biologica, annegatasi nel Tevere insieme al compagno; l’adozione da parte di Giacomo Calandrone e della moglie, Consolazione. La testimonianza è stampata su pagina, il libro si apre con la riproduzione di un articolo di giornale dell’epoca, che riporta la notizia dell’adozione. E, nella pagina successiva, la dichiarazione dell’autrice di essere doppiamente figlia: di una madre biologica e di una elettiva.

Un altro importante indizio viene lasciato dall’autrice prima di iniziare la narrazione. «Ti accompagno a parole, perché a parole / sono nata da te», recita l’esergo, inserendo in tal modo il terzo elemento in gioco nel libro: la parola, il linguaggio, che è dono materno tramite il quale alla madre si torna. È con le parole di Consolazione, comparse su un giornale dell’epoca, che viene narrato il primo incontro con la bambina. Sempre lei, professoressa di lettere, procede ad avvicinare precocemente la bambina alla lettura e alla scrittura: emblematica è la prima poesia insegnata – Pianto antico di Carducci –, «la poesia del poeta che piange d’essere orfano del proprio figlio», che è una «dichiarazione d’amore intrisa nell’orrore della perdita» (p. 79). Ed è, infine, in seguito alla malattia di Consolazione, che la renderà cieca, che l’autrice decide di abbandonare le arti grafiche come strumento d’espressione e di tentare la poesia, che le consente di mantenere un – seppur debole – legame con la madre.

La storia che si ripercorre in Splendi come vita è proprio quella di un tentativo – o meglio, di una serie di tentativi – volto a ripristinare un rapporto incrinatosi per via di una constatazione, vissuta come colpa. Consolazione, rivelando alla figlia dell’adozione, intrappola sé stessa in un baratro, quello della sfiducia, che la porta a un allontanamento progressivo dalla bambina. Non crede che sia possibile, dopo la scoperta, che i sentimenti all’interno del rapporto rimangano immutati; non crede che sia possibile un sentimento d’amore incondizionato, neanche se i gesti della figlia sono continuamente volti a dimostrare il contrario. Contravvenendo a quell’«amor ch’a nullo amato amar perdona», che è condanna ultraterrena, la madre precipita comunque la figlia in un Inferno – titolo dato al capitolo centrale del libro –, quello del Disamore. Dalla primigenia felicità dell’adozione si genera una colpa che si distribuisce su entrambe le donne, assumendo sfumature diverse: per Consolazione, la colpa di non essere la madre «vera», che è al contempo ammissione della sua incapacità di esserlo; per Maria Grazia, la colpa di non riuscire a convincere la madre del proprio amore, la colpa dell’allontanamento. Come in ogni rapporto umano, il passaggio dall’amore al rifiuto non è netto, si manifesta come alternarsi casuale tra i due poli, seguendo «lo spostamento di placche geologiche di dolore» (p. 208).

L’autrice si muove dunque sui lembi di una ferita, ancora aperta all’inizio della stesura del libro, usando le parole come punti di sutura, come strumento che – generatosi dalla madre – possa ricondurre ad ella. La consapevolezza che sopraggiunge nel susseguirsi delle pagine è che la storia raccontata non sia quella unica del rapporto madre-figlia, ma la narrazione di due vite parallele, che in quel rapporto trovano un punto di incontro, ma che in esso non si esauriscono. L’accettazione della reciproca indipendenza, dell’autonomia di individui a sé stanti, concorre ad ampliare il respiro delle considerazioni svolte dall’autrice.

Come suggerisce il titolo, l’opera cerca di arrivare a una riflessione sulla vita, un quid che «luccica e splende contro il fondale buio dell’Universo, chiede al buio meraviglia» (p. 158), con un’attenzione particolare circa il tempo che ai nostri corpi viene concesso di trascorrere sulla Terra. Varie sono le voci che portano testimonianza del proprio splendere, del proprio ruolo nel teatro umano: la madre biologica, suicida per un amore non accettato; il padre adottivo, che tenta di affermare la propria libertà anche sul letto di morte; la nonna, madre archetipica che veglia sulla nipote; le suore del collegio presso cui l’autrice è mandata, il loro piegarsi lente al disincanto. E, ovviamente, Consolazione – il cui nome non ha per lei valore augurale – che sceglie di consacrarsi alla sofferenza.

«La vita», scrive l’autrice nella premessa, «ci ignora, ignora soprattutto i pregiudizi e l’ovvio. Tutto cicatrizza, a nostra insaputa. Le ferite si aprono e si chiudono come valve nel fondo del mare della dimenticanza, gli episodi sommersi lampeggiano, mentre la nostra superficie agisce, compra una giacca di velluto liscio color granata, fa benzina» (p. 12). Se la vita scorre incurante di noi, l’unico gesto che rimane possibile è accorgersi del suo splendore e, dunque, splendere come vita.

Enrico Bormida

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