L’estate non è tutto; e nemmeno il terremoto

Però l’estate non è tutto, Valerio Valentini
(La Nave di Teseo, 2021)

Suprema arroganza del destino, che rivendica la sua esistenza e s’accanisce con più perfidia sui più scettici.

E quando il destino rivendica, lo fa con violenza: così in Però l’estate non è tutto, affresco personale ed insieme condiviso della gioventù aquilana all’epoca del terremoto del 2009. Più simile a un racconto lungo di calviniana memoria – per la sua dimensione circoscritta e soggettiva – che a un vero e proprio romanzo, l’opera di Valerio Valentini si focalizza sulle vite di Vittorio e Silvia, e sul periodo tragico e fugace in cui le loro esistenze, come due rette incidenti, collidono.

Il punto di vista è quello di Vittorio, studente liceale e poi universitario dalle velleità intellettuali, che si nasconde dietro a perifrasi altisonanti per mascherare la sua difficoltà a raggiungere qualsiasi piena autenticità; Silvia al contrario appare incapace di mentire, nonostante sembri anche nascondere molto più di quanto riesca a verbalizzare. Vittorio è affascinato e a tratti intimorito dalla vitalità dolorosa di Silvia, e perciò fin da subito il suo sguardo si fissa su di lei. Un velo nostalgico offusca, non senza piacevolezza, il racconto dei loro anni da liceali presi dall’entusiasmo del primo impegno politico: le manifestazioni contro la riforma Gelmini, le lotte per le settimane di autogestione scolastica, il cozzare fra il temperamento da diplomatico di Vittorio e quello più estremista di Silvia.

Sin dall’inizio si presagisce che qualcosa di terribile accadrà; ma non se ne riesce a comprendere del tutto la portata. Pare che sia il terremoto, questo disastro fisico e metafisico che si attende; eppure, anche dopo il crescendo di tensione che culmina nel sisma del 6 aprile 2009, la sensazione di catastrofe imminente permane. Questo senso di catastrofe è in qualche modo insito nella personalità di Silvia, e allo stesso tempo è un elemento costitutivo del rapporto fra lei e Vittorio. La relazione soffre delle loro incongruenze, ma senza di esse non potrebbe esistere; è una delle poche esperienze veramente autentiche nell’esistenza di Vittorio, per sua stessa ammissione bugiardo incallito.

La paura costante che Silvia nutre verso la vita, e che via via si fa più visibile e invalidante, finisce allora per non sembrare così irrazionale: è basata su una consapevolezza profondissima che il futuro nasconda qualcosa di mostruoso. Questo dona a Silvia un potere intenso che le permette di risaltare tanto in una folla quanto fra le macerie; ma la dota anche di un potenziale intensamente distruttivo, una forza che la fa «vivere contro la vita».

Sono questi, in ultima analisi, due modi opposti di sperimentare la survivor’s guilt: Silvia si flagella perché in fondo adatta alla vita non s’è mai sentita, mentre Vittorio avverte tutto peso di aver usufruito del «privilegio vile della fuga», lasciando la sua città ormai spezzata per frequentare l’università il più lontano possibile. Queste reazioni opposte alla catastrofe sono due possibili risposte alla domanda che sorge quando ci si trova a dover fronteggiare forze irrazionali e sconosciute, che non sono per forza malvagie, ma che spaventano perché sono incomprensibili.

La storia che Valentini ha costruito è pervasa di una malinconia che trova la sua giustificazione non tanto nell’evento traumatico del terremoto, ma nella convinzione che queste forze siano, oltre che incomprensibili, totalmente incontrollabili. Vittorio (nel quale non è difficile scorgere una controfigura dello stesso Valentini, aquilano anch’egli) e molti suoi coetanei si affidano ad una superficialità estrema per sopravvivere a questa coltre minacciosa: più le scosse sismiche si fanno forti e frequenti, più diventa facile scherzarci sopra, usandole come scuse per saltare verifiche e interrogazioni. Silvia no: forse è pazza, forse è solo vittima di quell’ansia sconosciuta che sembra possederla sempre un po’, forse è l’unica ad aver capito veramente qualcosa che gli altri non comprendono; è impossibile saperlo. Per Vittorio, che si trova alla fin fine a raccontarne la storia, ogni parola pronunciata da Silvia nel corso degli anni che hanno condiviso acquista un sapore profetico una volta che il tempo l’ha fatta decantare, e lei stessa diventa il simbolo di ogni presagio oscuro di cui Vittorio sia mai stato testimone, un catalizzatore di irrazionalità che tuttavia ha effetto solo con il famigerato “senno di poi”.

Su un piano formale, la scrittura di Valentini non è esente da manierismi che potrebbero beneficiare di una limatura: la lingua cade più di una volta in espressioni dal sapore artificioso che, per quanto non pregiudichino la lettura, sono difficili da immaginare pronunciate con naturalezza da dei diciottenni. Nel complesso, tuttavia, si tratta di un contrappeso trascurabile rispetto alla tensione efficacissima che viene mantenuta per l’intera narrazione; ed è lodevole come non ci sia mai uno sbilanciamento dell’equilibrio fra storia personale e storia condivisa, fra il collasso del rapporto e la catastrofe naturale che l’ha innescato (o forse solo accelerato).

Pure in presenza di alcuni tratti ancora da raffinare, quindi, Valentini ci offre uno scorcio estremamente realistico del modo più umano che gli umani hanno di reagire alla tensione, senza mai scadere nel patetico o nella banalità della semplice “storia d’amore tormentata”; e nondimeno ci regala, con Silvia, un personaggio femminile fugace e tagliente, che col futuro sconosciuto che teme tanto ha in comune sì l’oscurità, ma anche l’irresistibile fascino.

Emma Cori

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