“Cristo fra i muratori”, o la bellissima ingenuità

Cristo fra i muratori, Pietro Di Donato

(Edizioni Readerforblind, 2021 – Trad. N. Manuppelli)

RFB-CRISTO-FRA-I-MURATORI-PIETRO-DI-DONATO-Tra le tante cose che la letteratura riesce a fare, c’è quella di far riemergere i rimossi della Storia, la quale è fatta di oblio almeno quanto di memoria. È ciò che avviene in Cristo fra i muratori dello scrittore italoamericano Pietro Di Donato, romanzo pubblicato negli Stati Uniti nel 1939, che racconta – con forti riferimenti autobiografici – la vita e il lavoro degli italiani in America negli anni ’20. Un pezzo di storia oggi dimenticato che possiamo riguadagnare grazie all’editore Readerforblind, che ha riportato in vita quest’opera con la nuova traduzione di Nicola Manuppelli.

Il romanzo racconta la storia di Paul, figlio dodicenne del capomastro abruzzese emigrato a New York Geremio, che muore tragicamente durante la costruzione di un palazzo, gettando nella disperazione la moglie Annunziata e i numerosi figli. Paul assumerà il ruolo di capofamiglia e si farà carico del mantenimento della famiglia, diventando muratore grazie ad una determinazione sconfinata che condurrà il suo corpo ancora bambino ben al di là delle sue naturali possibilità fisiche.

La vicenda personale di Paul è inserita in un contesto che Di Donato racconta con autentico spirito documentaristico, cioè quello degli emigrati italiani a New York, comunità chiusa di “paesani” che vivono come se stessero ancora nel Bel paese: non parlano l’inglese e si chiamano tra loro con soprannomi simili alle “ingiurie” dell’Italia meridionale di verghiana memoria (Cola la tettona, la Cafona, Nasone, Capodiporco). Gli emigrati professano una fede incrollabile in Cristo, mischiata ad elementi di superstizione relative al contatto di presunte medium col mondo dei morti. Si ritrovano persino le prefiche, donne che nell’Italia di mezzo secolo fa piangevano ai funerali per mestiere.

Cristo fra i muratori parla della non-appartenenza, del vivere sulla soglia tra il vecchio mondo abbandonato ed un Nuovo Mondo che non si comprende, che parla una lingua sconosciuta. Come afferma uno dei personaggi, senza l’inglese gli italiani sono «muti e ciechi»: essi vagano in un mondo che non vedono e con il quale non possono comunicare. Ma che lingua parla questa popolazione senza nazione? Una lingua mitica che Di Donato riporta con uno stile vicino all’immediatezza dell’oralità nelle preghiere dei personaggi, simili a lamenti[1] fatti di quelle ripetizioni che ci restituiscono il corpo e la concretezza delle parole. Si tratta di quel linguaggio universale della sofferenza che ad esempio si sente – perché più che di leggere si tratta di sentire – nel discorso sussurrato davanti alla luna da Annunziata:

«Nella casa di Geremio l’aria è diventata fame. Nella casa di Geremio gli stomaci sono diventati ferite. Nella casa di Geremio i sensi sono diventati bocche affamate. Nella casa di Geremio i cuori sono diventati vasi gonfi e gli occhi cascate perenni. Nella casa di Geremio il frutto dell’amore di Geremio è diventato una montagna da scalare». [2]

Ma le pagine veramente indimenticabili di Cristo fra i muratori sono quelle dedicate al lavoro, anzi, al Lavoro, come spesso appare citato. Esso è un’entità altra, quasi biblica: un Moloch che si espande e che assorbe le energie vitali dei muratori. Il Lavoro è raccontato in tutta la sua fisicità, tanto da assumere una dimensione erotica: «facevamo l’amore con il lavoro», dice Paul ad un certo punto. In esso si esprime la gioia di corpi che credono di creare qualcosa, di dare un loro contributo personale nel mondo; ma questa non è che un’illusione: ciò che si crea in realtà è una Babele, un mondo che allontana gli uomini dagli uomini.

Il Lavoro ha una natura duplice: esso esprime la libertà dell’uomo ed al tempo stesso decreta la sua intrinseca schiavitù. Si contrappone alla Natura obbligando il corpo a sostenere ciò che è insostenibile: gesti meccanici e innaturali che spezzano la schiena di un ragazzino di dodici anni, in mezzo ad un concerto cacofonico di suoni assordanti che Di Donato riesce a farci ascoltare in modo vivido; così come sentiamo il vento gelido e tagliente che congela le dita sulle impalcature, percepiamo il caldo e l’odore della pelle bruciata al sole l’estate con 35 gradi nelle prime ore mattutine, oppure i moscerini che si appiccicano alla pelle sudata.

La vividezza di ciò che Di Donato ci racconta viene potenziata dal fatto che lo scrittore italoamericano non giudica: Cristo fra i muratori è un romanzo verista, in cui lo sdegno è compito del lettore, non di chi racconta. Di Donato ha il dono della rappresentazione pura perché, come sottolinea Sandro Bonvissuto nella prefazione al libro, è rimasto un bambino che vede la realtà per quella che è. L’autore è un ingenuo nel senso più puro del termine, che ha uno sguardo non contaminato dalle scorie della Cultura e dell’Istruzione. Non ha bisogno di nessuna raffinata tecnica di scrittura, perché le sue parole nascono già vere e autentiche: Di Donato fa parte di quelli che il Vangelo chiama “i poveri di spirito”, quella schiera a cui appartiene chi guarda le cose non a partire dalla loro rumorosa periferia, ma dal loro centro.

Giacomo De Rinaldis

Immagine di copertina di Mike da Pexels

[1] Lo stile di questi lamenti ricorda molto da vicino quelli presenti nel bellissimo Canti d’amore e di pianto nell’antico Salento, a cura di Brizio Montinaro, Bompiani, 1996. In questo libro sono riprodotti tra gli altri i lamenti delle prefiche per i defunti.

[2] p. 110.

2 Comments

  1. una recensione interessante che mi invoglia a cercare il libro per la tematica trattata. Certi testi aprono visuali su mondi immaginati mai sconosciuti realmente e fanno comprendere meglio le difficoltà di generazioni che si sono trovate a dover affrontare una sorta di viaggio nel buio per necessitò o disperazione.. Grazie.

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