(Amarsi in una casa infestata, Matteo Cardillo
Mercurio books)
Parlare di Amarsi in una casa infestata, esordio di Matteo Cardillo edito da Mercurio books, è tanto più intrigante se si rapporta il romanzo alla tradizione letteraria gotica di cui il narratore eredita posture e prospettive, facendole propria in maniera sorprendentemente matura.
Il romanzo si pone fin da subito nell’alveo di tale filone letterario che, in Italia, ha sempre faticato ad essere riconosciuto nella sua autonomia e dignità. In merito a un certo snobbismo della critica nei confronti di alcune ramificazioni della letteratura di genere, che pure però hanno dato frutti interessanti nella produzione narrativa italiana, si fa riferimento allo studio di Marco Malvestio e Stefano Serafini: Italian Gothic. An Edinburgh Companion (Edinburgh University Press).
Qui si cita un passaggio dall’introduzione al volume, in quanto utilissima premessa al ragionamento che ci si appronta a fare:
Nel gotico, il represso storico, sociale e psicologico opera un ritorno disturbante. L’ossessione gotica col passato, nella forma di rovine, fantasmi, non-morti, o manoscritti perduti, è piuttosto letteralmente un ritorno di qualcosa che si credeva fosse sorpassato, storicamente assimilato, e che tuttavia ancora pervade e infesta il presente. Il gotico permette l’emergenza incontrollabile, in forme che sono simultaneamente invitanti e terrificanti, di quello che i ruoli sociali cercano di controllare: la sessualità femminile, l’instabilità di genere, l’occulto, i conflitti di classe, l’agentività del non-umano. 1
Molte delle apparizioni che infestano il romanzo potrebbero essere interpretate nell’ottica di una riemersione del represso; tale lettura è spesso autorizzata, se non suggerita, dalla voce che dice ‘io’ nella storia.
Attraverso il narratore (che è anche una vischiosa maschera dell’autore, il quale presta al personaggio le origini pugliesi, il mestiere di dottorando, persino la materia di studio in cui pure lui da anni tiene immersi i gomiti), il lettore viene accompagnato tra le stanze di una casa presa d’assalto da rumori sinistri e incidenti inspiegati.
Il protagonista inizia a convivere lì con due coetanei a cui quasi subito esprime perplessità e timori (che ben presto, in un climax impetuoso, si faranno terrori) su quello che di strano e inquietante sta notando in casa: dietro la testiera del suo letto, al di là del muro, c’è qualcuno che gratta con le unghie e ride con una voce d’inferno; i bicchieri rotolano giù dal tavolo senza che niente e nessuno li muova; nella notte una coinquilina sente qualcuno afferrarle i capelli e tirarli tanto violentemente da stracciarle una ciocca…
Com’è tipico nelle storie di paura in cui sia messo in scena un gruppo di persone che deve fronteggiare un evento paranormale, nel romanzo si assiste alle reazioni più varie di ciascuno: c’è la suggestione di chi crede fin da principio che si tratti di qualcosa che non è di questo mondo, ma c’è anche chi nega con fare rigidamente razionale che possa trattarsi di qualcosa che sguscia via da spiegazioni logiche.
Andarsene per lasciarsi alle spalle l’inquietudine disarmante di quella coabitazione non è un’opzione che i coinquilini prendono in considerazione, convinti come sono di aver risvegliato una sorta di maledizione. Arrivano infatti alla conclusione che la casa esiga qualcosa proprio da loro, e da loro soltanto, al punto tale che da questo senso di persecuzione e assedio il protagonista si sente rincorso persino fuori dalle stanze stregate dell’appartamento.
Sullo sfondo, il paesaggio deserto e spettrale di una Bologna dai colori rancidi, malati: la città pare subire un abbrutimento che va di pari passo a quello che vivono i personaggi umani della storia.
Il racconto della città somiglia a quello portato avanti in Dissipatio H.G. di Guido Morselli, dove pure il contesto urbano si era inspiegabilmente svuotato di ogni presenza umana nell’arco di una notte, come constata con sbalordimento inquieto il protagonista.
E non è affatto per caso che qui si cita un tale esempio sui generis di weird fiction, in cui il analogamente il narratore lotta tra il giudizio logico e la fascinazione per ciò che di arcano e alieno sta accadendogli attorno.
Nel romanzo di Cardillo l’io narrante è certamente più attratto – sebbene con laceranti conflitti interiori – dalle interpretazioni occulte degli eventi che si stanno scatenando intorno a lui. Questo spadroneggiare dell’esoterico nella storia si amplifica progressivamente, e conquista uno spazio sempre maggiore nella seconda parte, dove si assiste a sedute spiritiche e si passa per un excursus storico (ma non troppo scolastico) su leggende di fantasmi e spauracchi.
Leggendo Amarsi in una casa infestata, i punti cardinali tra cui ci si orienta sono quelli tipici di un qualunque intreccio costruito secondo leggi e convenzioni del genere gotico e dell’orrore, ma c’è di più: lo smarrimento esistenziale del protagonista, gli scompensi e gli attriti delle relazioni in casa, l’erotismo famelico di alcune storie d’amore che tra le stanze nascono, il modo in cui queste esistenze (di corpi vivi, nel presente) si intersecano con quelle fantasmatiche e leggendarie di chi in quella casa ci ha abitato, ma che dovrebbe essere oramai morto e muto.
E invece, forse è proprio vero quello che il narratore dice di aver scoperto all’inizio del romanzo, con un’intuizione abbacinante: «[…] i morti vogliono le stesse cose che vogliamo noi. I morti vogliono essere visti». (p. 15)
Per le caratteristiche fin qui notate, si può affiancare il romanzo al recente Gotico Salentino di Marina Pierri (Einaudi), stupefacente esordio narrativo di un’altra giovane autrice pugliese che ha condotto capillari studi sul topos della casa infestata. Oltre che una comune eredità di materiale attinto dalla tradizione anglosassone in materia di storie di fantasmi, in Cardillo spicca in modo particolare l’ombra di Hill House (Shirley Jackson, 1959) per il modo in cui la casa, nella sua stessa ossatura e patrimonio genetico, racchiude il mistero.
La luce rosa offuscava l’intensità del sole già dal primo mattino, protraendosi durante la canicola, per acuirsi nel pomeriggio. E in quella luce magenta che inacidiva i contorni delle cose noi non sapevamo più distinguere i colori. Se solo non avessimo saputo prima che il blu era blu, o che il giallo era giallo. Mi sembrava che anche noi stessimo cominciando a adattarci a una nuova dimensione, e che accettare quanto stava accadendo significasse adattarsi alle leggi dei morti (p. 98).
La parte più bella dell’intreccio è forse quella in cui il mistero è ancora infiltrato nelle tubature e lungo le vene di calce dei muri; enigma che – al momento della sua risoluzione – rischia di disperdere un po’ del suo fascino.
Ma seppure si ritenesse che con l’epilogo l’autore abbia messo un piede in fallo, nel complesso il romanzo rimane appassionante e magnetico, anche perché (si badi bene) non è importante covare una predilezione pregressa per le case infestate per godere della sua lettura: la prosa di Cardillo esercita con spontaneità la magia nera di incantare chi legge, mentre ci si fa strada in mezzo alle ombre.
Viviana Veneruso
(immagine in evidenza: https://www.pexels.com/it-it/foto/cielo-edifici-finestre-windows-11324602/)

