“Tutte chiacchiere”, le voci delle donne italiane di fine Ottocento

Tutte chiacchiere. Le voci e i silenzi delle donne italiane di fine Ottocento Silvia Falcione
(8tto Edizioni, 2025)

Parto dalla fine. In una delle ultime pagine del saggio Tutte chiacchiere. Le voci e i silenzi delle donne italiane di fine Ottocento di Silvia Falcione, in particolare nel contributo scritto da Maria Vittoria Vittori, c’è un passaggio fondamentale.

«Nessuna di loro (le scrittrici e giornaliste italiane di fine Ottocento, ndr) è isolata, come si potrebbe credere leggendo qualche sporadico riferimento presente nei libri di testo, in cui affiorano come isolotti sperduti. Sono tutte collegate tra loro, a gruppi generazionali e intergenerazionali, in una vivace molteplicità di rapporti che prevede reciproco riconoscimento, collaborazione, scambi di recensioni, ma anche interventi polemici».

Ho voluto riportarlo in apertura perché, anche se negli ultimi anni si è assistito a un massiccio recupero delle scrittrici italiane che hanno operato tra fine Ottocento e inizio Novecento, permane il rischio di percepirle come figure scollegate, donne che nemmeno si conoscevano o, se si conoscevano, non intrattenevano chissà quali rapporti. Questo è vero soprattutto per chi non ha mai davvero approfondito la letteratura femminile di quegli anni (un argomento, ahimè, ancora di nicchia) e si è limitato a leggere con interesse alcuni dei lavori riportati in libreria.

Ecco, il saggio di Silvia Falcione edito da 8tto edizioni, ha il grande pregio di aver unito i pezzetti e ricomposto il mosaico colorato e affascinante che era il sottobosco di scrittrici e giornaliste italiane di fine Ottocento, con le amicizie, i progetti condivisi, gli scontri e le opinioni discordanti.

«Da Milano a Londra, da Parigi a Boston, le donne animarono iniziative editoriali che dialogavano tra loro, spesso attraverso traduzioni, lettere e reti di collaborazioni internazionali. Non era raro che una rivista femminile italiana pubblicasse testi tratti da autrici francesi o inglesi, o che militanti per il suffragio si scambiassero articoli, bollettini, materiali didattici da distribuire nei circoli o nelle scuole popolari».

Da questo estratto del contributo di Roberta Cesana si evince che addirittura non si trattava solo di un fenomeno italiano, ma internazionale. E si può dire che da qui abbia preso le mosse Silvia Falcione, che ha reso la scrittura femminile tra Ottocento e Novecento oggetto dei suoi studi universitari, per imbastire il suo saggio: dalla rete di scrittrici, giornaliste e lettrici che è venuta formandosi a mano a mano che la donna ha cominciato a rompere il silenzio in cui era sempre stata relegata. Ha alzato la voce e non l’ha più abbassata.

«Da qui nasce l’idea di questo saggio, per provare a valorizzare la chiacchiera femminile, a dare spessore e significato alle conversazioni tenute con le lettrici di queste donne nei giornali, ad ascoltare e apprezzare la voce della donna quando ha iniziato a farsi strada nell’assordante e rumorosa narrazione maschile della storia, editoriale in questo caso».

Il lavoro di Silvia Falcione si concentra sul panorama italiano e nel percorso di emancipazione editoriale delle donne nel corso dell’Ottocento individua quattro tappe o passi, come vengono chiamati nel libro: i salotti, le conferenze, la scrittura giornalistica e la scrittura letteraria.

Il primo passo che compiono le donne per affermare la propria voce è aprire il salotto della propria casa per fare conversazione. Le chiacchiere all’origine di tutto, come suggerisce anche il titolo del saggio. E nei salotti si parla di qualsiasi tema, dai pettegolezzi alle questioni politiche, sullo sfondo di uno spazio in cui il confine tra privato e pubblico è labile e incerto. Oltre a conversare, si leggono libri ad alta voce e si eseguono melodie al pianoforte, spesso di autori e compositori presenti alla serata. A dirigere l’orchestra, in senso figurato, sono le padrone di casa, vere autorità dei salotti, meritevoli di riuscire a creare microcosmi in cui donne e uomini sono finalmente alla pari.

«E, non potendo muoversi liberamente, decisero di portare le occasioni di apprendimento nelle proprie case: aprendo il proprio salotto, le mura domestiche non sarebbero più state un limite, ma anzi il luogo privilegiato di apprendimento costante […]».

I salotti sono dunque cruciali per l’ingresso delle donne nella vita culturale dell’Italia e spianano la strada al passo successivo: le conferenze. Qui Silvia Falcioni racconta l’amicizia e il sodalizio professionale tra Maria Antonietta Torriani, futura Marchesa Colombi, e Anna Maria Mozzoni. Insieme tengono una serie di lezioni e conferenze tra il 1870 e il 1871 con l’obiettivo di sollevare temi come l’istruzione femminile e la condizione della donna. In quegli anni le donne parlano pubblicamente anche di diritto di voto, ma spesso vengono osteggiate o sminuite. Eppure non si fermano.

«Se non ci fossero state donne come Marchesa Colombi o come Anna Maria Mozzoni, probabilmente oggi forse non avremmo presidenti donne o rettrici di università o imprenditrici responsabili; donne che prendono parola pubblicamente e con autorevolezza, senza apparire fuori luogo».

Il terzo passo compiuto dalle donne nell’Ottocento è la scrittura di articoli per giornali e riviste. Questo capitolo è molto corposo, perché indaga nei dettagli lo step che forse è stato il più importante per le donne nel processo di affermazione della propria voce. Un’arma, tuttavia, a doppio taglio. Le donne, infatti, iniziano sì a scrivere sui giornali, ma vengono confinate ad argomenti frivoli: la moda, la casa, la famiglia e i figli. E questo crea uno spartiacque tra le donne più all’avanguardia, che promuovono nuovi modelli femminili e sfruttano le pagine a loro disposizione per ampliare il discorso ad altri ambiti, e quelle più all’antica, che tendono a essere più conservatrici, almeno in pubblico. La questione è molto complessa, ma Silvia Falcione la scandaglia in lungo e in largo, evidenziandone anche le contraddizioni.

«Quello del femminismo italiano fra Ottocento e Novecento è dunque un orizzonte difficile da tracciare, anche per il numero esiguo di femministe dichiarate, non oltre qualche migliaio. È impossibile, evidentemente, accertare il numero delle femministe di cuore».

Nella parte dedicata alla scrittura giornalistica ci sono anche alcuni approfondimenti molto interessanti: la storia di Evelina Cattermole, cioè Contessa Lara, e quella di Maria Antonietta Torriani, ossia Marchesa Colombi, protagonista di una diatriba con Neera (più tradizionalista) sul tema della donna lavoratrice e di una con Matilde Serao (anche lei più conformista) sulle collaboratrici domestiche.

L’ultimo passo esaminato da Silvia Falcione è quello della scrittura letteraria. L’approdo finale, che costituisce però più un punto di partenza che un punto di arrivo per la carriera editoriale delle donne. L’autrice rintraccia al suo interno delle microtappe: l’utilizzo degli pseudonimi maschili, poi abbandonato a favore degli pseudonimi femminili; epistolari e diari come primi generi affibbiati alle donne, considerate non in grado di fruire di narrazioni troppo elaborate; il romanzo rosa come terreno di rappresentazione della condizione femminile dell’epoca, con mogli e madri alla ricerca di una fuga dalla soffocante struttura familiare; il rapporto stretto con le lettrici, che si rispecchiavano nelle protagoniste dei racconti e dei romanzi; i personaggi femminili posti al centro degli scritti, divisi in donne angeliche e femme fatale.

Con uno stile elaborato e un registro adatto al tempo e al soggetto che racconta, Silvia Falcione ha esaminato questi aspetti e molti altri, dipingendo un quadro ricco di luci e ombre, contrasti, pennellate accese e colori cupi. Una rappresentazione lucida e articolata della voce e dei silenzi delle donne italiane a fine Ottocento, appunto.

«[…] Una noia tutta femminile, è la noia di una persona condannata ad annoiarsi per tutta la vita, perché non può avere ambizioni, non può dedicarsi a un’attività seriamente, al pari degli uomini».

Marta Grima

(immagine in evidenza di JamesDeMers da Pixabay)

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