“Castigo di Dio”, un romanzo spietato di realtà che vanno raccontate

Castigo di Dio – Marcello Introna
(Mondadori, 2018)

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Bari, estate 1943, dopoguerra: la Socia era un palazzo barese in totale stato di rovina, teatro di prostituzione e inimmaginabili crudeltà.L’8 settembre viene rapita una bambina per un riscatto. La storia comincia in questo contesto e si ispira a fatti di cronaca realmente accaduti.

Il “re” della Socia – come gli piace definirsi – è Amaro, un uomo piccolo nella sua crudeltà e totale sociopatia. Non prova reale affetto per nessuno, neanche i più atroci crimini lo sconvolgono. Non prova pietà umana per nessuno, neanche per la sorella che – ritrovatasi in stato di miseria – si rivolge a lui per un aiuto. O ti prostituisci come tutte le altre e mi paghi la percentuale, o per me sei nessuno: questo è il patto che le propone. E la sorella se ne va, non prima di avergli detto una semplice cosa: ti arriverà il conto.

“Castigo di Dio” è precisamente il racconto del declino di Amaro, l’arrivo finale e puntuale del conto da saldare: non davanti a Dio, ma su questa terra e in questo mondo. Purtroppo, questo declino si porta con sé numerose vite ed innocenze: quasi un’agonia, verrebbe da dire. Non tanto e non solo chi viene ucciso è vittima, ma anche coloro che sopravvivono: divengono solo degli involucri delle loro funzioni corporali. Per alcuni, alla fine di questa storia, vivere non ha più senso. Anche i bambini sono vittime, ed è doloroso scoprire che alcuni di questi bambini sono realmente esistiti.

I personaggi di questo romanzo dipingono un affresco tanto veritiero quanto angosciante: Anna, la puttana letterata, è la donna attorno alla quale ruotano i sentimenti malati di Amaro, l’amore sincero dei bambini della Socia e qualche sguardo segreto degli uomini affranti dalla vita che gravitano attorno a quel piccolo universo.

Su di lei si concentra – credo – la metafora del dramma sentimentale di chi si ritrova a vivere in contesti del genere: una vita impiegata per dimenticarsi cos’è l’amore, la consapevolezza di non poter scappare, di non potersi godere quello che agli altri è stato invece concesso: una vita normale, una famiglia, l’amore genuino e addirittura noioso. E Anna rappresenta bene questa metafora perché, prima di entrare nella Socia, era stata parte degli “altri” che vivevano fuori da quell’inferno. Il suo personaggio ci racconta, in modo crudele e inesorabile, che se si è soli non si sfugge all’inferno neanche sapendo il latino e il greco.

Lorenzo “Varechina” è quello che a Napoli avrebbero chiamato femmeniello: un’anima innocente e buona, che sembra non rendersi neanche conto dello schifo in cui vive. Si trascina in quel mondo e si abitua a tutto, senza – per fortuna – rinunciare al suo buon cuore. Questo bambino è realmente esistito, morto nel 2003. È il simbolo della diversità e della libertà di essere sé stessi, anche nella Socia.

Ma Amaro non è l’unico vero antagonista del romanzo. Per fare quello che ha fatto, Amaro ha avuto la complicità delle istituzioni, altrimenti sarebbe stato impossibile creare un impero di prostituzione e droga sotto gli occhi di un’intera città. Il Prefetto è sicuramente il personaggio che io personalmente ho detestato maggiormente. Non tanto Amaro, la cui cattiveria e inumanità risultano quasi pietose, ma quest’uomo. Un uomo che vende sé stesso e la sua divisa, ciò che rappresenta, in nome di non si sa quale convenienza. Non solo irrita, ma suscita schifo.

La trama è lunga e complessa, ma il romanzo ha una struttura solida, che scioglie tutti i nodi narrativi che si sono andati formando lungo il corso della storia. I racconti che si intrecciano sono molteplici e tutte importanti. Introna utilizza un linguaggio diretto, quasi giornalistico, con qualche virtuosismo qua e là, ma quello che ho sicuramente più apprezzato è stata l’intrusione del dialetto nelle descrizioni e nei dialoghi, che hanno reso l’ambiente ancor più reale.

Questo libro andrebbe letto anche solo per avere un’idea di cosa sia vivere in contesti dove lo Stato non esiste e ci si abitua a qualsiasi crimine, qualsiasi prepotenza del “più forte”. Amaro non era il più forte, era solo il più furbo e il più arrabbiato. Ancora adesso, mentre scrivo, ci sono tantissime altre “Socie”, altri mille quartieri come questo di Bari, dove storie del genere si ripetono, con copioni differenti e personaggi diversi.

Luca, il giornalista che fa da occhi a quasi tutto il romanzo, è il simbolo del coraggio e della consapevolezza civile. Chiudere gli occhi è reato.

 

Clelia Attanasio

 

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