“La gente per bene” ha il coraggio di parlare di lavoro

La gente per bene, Francesco Dezio
(TerraRossa Edizioni, 2018)

la gente per bene_copertinaLa gente per bene, l’ultimo romanzo di Francesco Dezio edito da TerraRossa Edizioni, non somiglia a nessun altro libro che io abbia mai letto.

Come nel suo primo romanzo Nicola Rubino è entrato in fabbrica, l’autore si concentra sul tema del lavoro e di quanto sia difficile trovarne uno stabile, specie nel Sud Italia.

La centralità del lavoro e l’ambientazione profondamente radicata al Sud, tra Puglia e Basilicata, sono appunto le due caratteristiche che rendono quest’opera assolutamente originale nel panorama letterario italiano contemporaneo.
Nei romanzi generalmente non si parla di gente che lavora. L’ambiente lavorativo è uno sfondo necessario, spesso sottinteso, una cornice per raccontare altro: una storia d’amore, un dramma famigliare, una crisi esistenziale. Dezio, invece, riconosce che soprattutto al Sud, e soprattutto oggi, se la letteratura vuol parlare della vita non può evitare di parlare della costante e disperata ricerca di un lavoro.

Il protagonista Francesco nasce nella Murgia, in una famiglia numerosa e indigente, il cui ramo borghese fa capo al nonno materno, fascista convinto, poi pentito e convertitosi al comunismo. Fin dalla scelta della scuola superiore il suo futuro appare già tracciato:

[…] alle medie ero tra i primi della classe, zoppicavo giusto in matematica. Ma i professori, seppur accertata la mia propensione al mondo delle arti, avendomi incasellato in una categoria sociale di livello infimo, mi indirizzarono verso studi tecnici. (p. 30)

Incastrato, quindi, tra il giudizio inappellabile degli insegnanti e la consapevolezza che i suoi genitori non hanno i mezzi per portarlo alla laurea, ma comunque deciso a rimanere lontano dall’orrore puro, il Professionale (p. 31), Francesco sceglie l’Industriale, un percorso scolastico travagliato lo porta a specializzarsi in meccanica e dopo il diploma inizia l’estenuante ricerca di un posto di lavoro dignitoso.

Il lettore fa quindi la conoscenza di una serie di personaggi peculiari e tristemente realistici: colleghi infingardi che spiano i movimenti su Internet degli impiegati, datori di lavoro che esigono disponibilità ad ogni ora, ingegneri rassegnati a subire turni disumani, imprenditori con la villetta abusiva e il trullo – di cemento, però, perché le chiancarelle vanno troppo care  – che sfruttano i propri dipendenti nei modi più fantasiosi. Il quadro di denuncia che ne risulta, tra dimissioni forzate, contratti a nero e straordinari non regolari, renderebbe la lettura davvero angosciante se l’autore non lo dipingesse con un sapiente uso dell’ironia.

Così il drammatico destino di Francesco prende la forma di un’avventura quotidiana, discontinua e senza lieto fine, ma pur sempre in grado di intrattenere chi la legge e dare forma narrativa a quello che altrimenti avrebbe rischiato di suonare come un urlo di frustrazione.

L’opera è tenuta insieme da una lingua multiforme che passa, nel giro di poche frasi, dai tecnicismi del lavoro del protagonista al dialetto pugliese, che rende realistici i dialoghi e mostra i lati più violenti dei personaggi: è emblematica la scena in cui il signor Volpe, composto imprenditore, perde ogni dignità nell’inveire contro una denocciolatrice.

Sembra che, a parte la fuga all’estero, per la generazione di Francesco non ci sia una soluzione. Le donne sono figure fumose, ritratte nel momento della separazione, non sono mai una possibilità di redenzione ma spesso solo una spesa, un’ossessione in più. La famiglia non è un porto sicuro ma un luogo di conflitto: i genitori di Francesco paiono intimamente convinti che se i loro figli siano responsabili dei propri fallimenti, che non possa esser solo colpa del sistema.

Anche la letteratura, unico rifugio del protagonista, fallisce nel rappresentare un’alternativa possibile:

La letteratura […] è in mano ai borghesi, è scritta da borghesi, è letta da borghesi, non è roba per la massa che si lascia abbindolare da robaccia, l’equivalente cartaceo dei cinepanettoni. (p. 199)

Con La gente per bene, tuttavia, Dezio ribalta questo assunto e costruisce un’opera che sublima finalmente in arte le angosce e le frustrazioni di chi non ha ancora rinunciato alla propria dignità per un posto di lavoro decente.

(Loreta Minutilli)

Una risposta a "“La gente per bene” ha il coraggio di parlare di lavoro"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...