Vita da editor: intervista a Giovanni Turi

Da alcuni anni il blog letterario Vita da editor, gestito da Giovanni Turi, è per me un punto di riferimento importante per tenermi aggiornata sul panorama letterario italiano: il blog è infatti attento all’editoria indipendente e alle voci letterarie fuori dal coro.
Dal 2017 Giovanni Turi è anche editore di TerraRossa Edizioni, delle cui opere abbiamo già avuto un assaggio. Ci ha parlato del lavoro di un editor, di TerraRossa Edizioni e delle caratteristiche che dovrebbe avere il romanzo di un autore emergente per attirare il suo interesse. Il risultato è questa intervista. 

L.M. L’editor è una figura fondamentale nel processo di pubblicazione di un’opera, ma quali sono i passaggi necessari per intraprendere questa carriera?


G.T. Si comincia con l’essere innanzitutto dei lettori infaticabili ed esigenti, curiosi di cogliere la struttura e le falle di una narrazione, ma anche l’impronta di ogni autore. Poi una laurea umanistica aiuta ad ampliare il proprio orizzonte teorico e, infine, un corso di formazione specifico consente di confrontarsi con dei professionisti e di apprendere gli strumenti del mestiere. Ma al di là di tutto questo, all’editor occorre una grande sensibilità: ogni sua parola dev’essere ben calibrata, perché ci si confronta sempre e comunque con una persona che sul testo su cui di volta in volta si ragiona ha speso un’infinità di ore e spesso riversato, più o meno direttamente, il proprio vissuto.

L. M. Cosa, agli occhi di un editor, distingue un testo che dopo un lavoro di editing potrebbe diventare un romanzo da un manoscritto impubblicabile?

G.T. La presenza di una voce riconoscibile, di uno stile personale, e di una storia che modifichi il nostro orizzonte cognitivo, sappia spiazzarci o almeno sia costruita con maestria.

L. M. Nella rubrica Vita da editor del tuo blog letterario si incontrano spesso aspiranti autori stravaganti ed eccessivamente sicuri di sé, si ha quasi la sensazione che al giorno d’oggi proprio chiunque si senta in grado di scrivere un best seller mondiale. Da cosa deriva secondo te questo atteggiamento nei confronti della letteratura?

G.T. Chiaramente molti degli scrittori o aspiranti tali con i quali mi confronto sono perspicaci e umili, tuttavia in effetti capita anche di confrontarsi con persone prive di capacità autocritica e talvolta un po’ supponenti. Non so da cosa questo derivi, posso ipotizzare dallo svilimento costante che la letteratura ha subito nell’ultimo ventennio e dalla difficoltà in molti casi di ammettere di aver sprecato il proprio tempo.

L.M. Sul tuo blog letterario parli spesso di opere pubblicate da editori indipendenti. Quale ruolo possono avere i blog letterari e i social network nella diffusione di una letteratura che esuli dai tracciati delle grandi case editrici?

G.T. Un ruolo cruciale, perché possono raggiungere l’attenzione di quei lettori consapevoli che rappresentano i referenti principali degli editori che perseguono un progetto culturale. I blog letterari, oltretutto, sono gestiti da persone talvolta molto competenti e sempre e comunque realmente appassionate, dal momento che nessuno (in genere) le paga per scrivere di libri; i loro post esulano così dalle logiche commerciali spesso sottese agli (esigui) spazi che i mass media concedono alla letteratura. La pluralità in ambito creativo va assolutamente preservata, ben vengano dunque tutti gli strumenti che la rendono possibile.

L. M. Dal 2017 sei, oltre che editor, anche editore di TerraRossa Edizioni. Com’è nata la decisione di dedicarti a questo progetto?

G.T. Quando nel 2015 mi è stato proposto di creare un nuovo progetto editoriale per il quale avrei avuto carta bianca, mi è parso stessi finalmente realizzando un’ambizione che mi accompagna dagli studi universitari; poi però, dopo l’esordio a maggio 2017 dei primi titoli di TerraRossa, mi sono accorto che occorreva un impegno maggiore in ambito commerciale e gestionale: quando l’ho fatto presente, mi è stato proposto di acquistare il marchio e occuparmene direttamente in toto e ho sentito di dover accettare. Se ho fatto bene, francamente, non so, ma non intendo arrendermi.

L.M. TerraRossa Edizioni si presenta come una realtà che “nasce con l’idea di provare a seminare parole fuori dai tracciati consueti”. In quali tracciati sono ingabbiate, secondo te, le opere di narrativa contemporanea?

G.T. Innanzitutto assistiamo costantemente a una banalizzazione della lingua e della sintassi, mentre lo scopo della letteratura dovrebbe essere proprio quello di restituire ricchezza ed espressività alla nostra voce. Oggi purtroppo sono sempre meno gli autori che hanno uno stile riconoscibile e che sfruttano interamente il potere di creazione e sconfinamento offerto dalla scrittura. Anche sul piano tematico assistiamo da tempo all’appiattimento su una quotidianità spesso senza interesse, privando il lettore della sfida di esplorare dimensioni a lui ignote in cambio della rassicurante possibilità di riconoscersi. Io invece prediligo opere in grado di arricchire il mio immaginario e i miei strumenti linguistici.

L.M. La collana Fondanti punta a tenere traccia delle opere fondamentali che rischiano di venire dimenticate per via dei ritmi frenetici con cui nuovi romanzi compaiono sul mercato. Come si capisce a prima lettura se un romanzo è destinato a diventare un classico e merita, quindi, di essere salvato dall’oblio o se sarà dimenticato dopo qualche mese in libreria?

G.T. È quasi impossibile riconoscere a una prima lettura i “classici”: le opere ripubblicate nella collana Fondanti sono appunto quelle che a distanza di qualche anno conservano immutate la singolarità del loro stile e le suggestioni delle loro storie, quando non l’urgenza della denuncia. Generalmente si può ipotizzare che i libri destinati a durare siano quelli che tracciano un nuovo sentiero per la scrittura e che ci rivelano qualcosa del nostro nucleo di umanità (o disumanità).

L.M. TerraRossa si propone come un progetto radicato nella realtà pugliese: in che modo la letteratura può secondo te aiutare a promuovere il territorio?

G.T. In realtà, se tra i primi cinque autori abbiamo quattro pugliesi e un’emiliana, tra i prossimi quattro ci saranno una pugliese e tre scrittori del Nord Italia: credo che la letteratura non abbia patria né confini e non debba preoccuparsi di promuovere un territorio; ma è vero anche che generalmente le voci meno conformate sono quelle che giungono dalle periferie, dai margini, e che in loro spesso si può rintracciare anche un’urgenza di natura sociale che non va affatto trascurata.

L.M. Cosa consiglieresti ad un giovane scrittore che ha un romanzo o una raccolta di racconti nel cassetto?

G.T. Di valutare il suo testo dopo un anno o almeno diversi mesi dal termine e poi, se lo riterrà ancora originale e/o significativo, di sottoporlo al giudizio non di un conoscente ma di un professionista; di essere pronto a rimetterci mano e di mostrarsi umile nell’accettare indicazioni e consigli quando circostanziati; ma soprattutto di continuare sempre ad anteporre il piacere di leggere a quello di scrivere: sono infinitamente di più le probabilità di imbattersi in un capolavoro che non di scriverlo, no?

(a cura di Loreta Minutilli)

 

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