Luna del mattino

Luna del mattino, Francesco Cattani
(Coconino Press, 2017)

Alle prime luci dell’alba di una mattina d’inverno, il padrone di un appartamento decide finalmente di riscuotere i soldi dell’affitto da due inquilini ritardatari.

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Din don…

Nessuno risponde.

Din don!

Tutto tace.

DIIIN DON!

Sembra che non ci sia davvero nessuno.

Ma il proprietario non è convinto che la casa sia vuota, e infatti trova i due affittuari intenti a svignarsela di soppiatto, calandosi da una finestra sul retro. Dopo una rocambolesca fuga, i due “maledetti parassiti” riescono a salire in macchina e si lasciano alle spalle il creditore imbestialito e fradicio di sudore. I due fuggiaschi sono Tommi, un ragazzo delle medie, e suo fratello maggiore Eddi, e in macchina sudano anche loro,  perché, nonostante la stagione, fa davvero caldo: gli esperti dicono che si tratta dell’inverno più caldo degli ultimi cent’anni.

Tommi è il protagonista della vicenda e le prime vignette raccontano la sua vita scolastica fatta di ribellione, risse con i compagni di classe, odio verso i professori e una sessualità che si fa sempre più sentire (l’adolescenza, per farla breve, anche se “arricchita” da una disagiata situazione familiare). Ma il ragazzino è anche il nucleo dell’intera vicenda, attorno a cui orbitano le vite di altri quattro personaggi: c’è Eddi che cerca di racimolare qualche soldo vendendo DVD pornografici che nessuno vuole più comprare, c’è Dada Terri che fa la maestra d’asilo e che aiuta suo fratello Ciccio a far colpo su Nico, anche lei maestra d’asilo.

Si delinea così un racconto corale, in cui ciascun individuo fa sentire la propria voce ed esprime la sua condizione di vita, rivelando un tassello diverso di questo microcosmo di periferia, che rappresenta quasi un’allegoria della realtà attuale (degni di nota, in questo senso, sono i momenti che riguardano Ciccio, mulettista in un grande magazzino e simbolo di una sempre maggiore alienazione lavorativa). Dopo una prima parte più tranquilla e frammentata, le storie dei singoli personaggi convergono e la narrazione volge al termine in un crescendo di azione e tensione, che culminano con un parossismo finale di grande impatto.

Cattani ritorna in fumetteria sette anni dopo Barcazza (Canicola, 2010) e conferma la sua bravura realizzando un’avventura urbana che a tratti assume toni come di una storia di sopravvivenza, anche se immersa in un contesto quotidiano: siamo in un momento di criticità climatica (tema caro a molte trame che trattano catastrofi globali, per continuare l’analogia), e i personaggi devono fare i conti con loro stessi e con gli abitanti di un mondo di periferia cittadina che a tratti appare come un moderno far west (vista anche la temperatura e la luce che filtrano dalle pagine).

Proprio come un buon western di Sergio Leone, il racconto fa largo uso di significativi silenzi, così come pure di desolati campi lunghi, che vanno a occupare una buona parte delle numerose (e veramente notevoli) splash pageIl taglio è cinematografico e l’autore sfrutta a pieno il potenziale del mezzo, mediante sequenze realizzate con spiccata creatività e piccole soluzioni narrative – come la scelta di esprimere alcuni pensieri dei personaggi mediante semplici immagini all’interno dei balloon – capaci di dare una forte vitalità all’opera.

L’atmosfera del fumetto è, infatti, vitale, così come è anche impregnata di crudo realismo. La Realtà viene raffigurata per mezzo di due elementi principali: da una parte c’è la periferia, con il suo mare di cemento grigio che fagocita tutto, dall’altra, la natura, simbolo di una purezza sferzata continuamente dai colpi della modernità, ma comunque in grado di resistere. Ciononostante, nell’opera non è presente solamente la dimensione del “mondo concreto”, ma anche quella del “sogno”, alla base di momenti di grande poesia; reale e surreale non sono isolati, ma combattono, interagiscono, si uniscono e si separano in un flusso vorticoso che rende unica questa storia.

Il tratto di Cattani è pulito e limpido, e vi si può notare una significativa influenza orientale, affiancata da autori come Gipi, o Pazienza, o anche Ratigher (speculando ed entrando nel regno delle impressioni personali, questi ultimi due fumettisti sembrano mostrare la loro impronta specialmente per quanto riguarda la narrazione o alcune scelte di sceneggiatura). L’impressione che si ricava dal disegno è quella di una raffinata essenzialità, che tuttavia non è banale e non trascura né dettagli, né sentimenti – in particolare, le mani sono veramente ricche di particolari e caratterizzate da dinamismo e forte espressività. La matita traccia così linee morbide e sottili, in cui vengono quasi a mancare del tutto i neri (come pure si poteva osservare in Barcazza), fornendo alle tavole un effetto contemporaneamente di bianco invernale e di luce intensa da canicola estiva.

Luna del mattino racconta dunque una storia tipica e atipica al tempo stesso, che gioca sugli equilibri ben bilanciati degli opposti: realtà e sogno, cemento e natura, quotidiano e fuori dal comune, presente e futuro, stasi e dinamismo si scontrano e si fondono in continuazione, dando vita a personaggi complessi, protagonisti di una vicenda cruda ma spensierata, e condita splendidamente con una sottile ironia. Le tematiche trattate sono veramente tante – l’alienazione, il degrado urbano, il collasso delle famiglie, lo scempio ambientale, per dirne alcune – e tanti sono gli spunti di riflessione che fornisce il fumetto, capace sia di far riflettere, che di intrattenere nella maniera più pura, mostrando tutta la potenza di quest’arte.

Francesco Biagioli

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