Premio Calvino 2018: intervista al vincitore Filippo Tapparelli

Quando, nel 1985, Norberto Bobbio, Natalia Ginzburg, Lalla Romano e altri estimatori e amici di Italo Calvino fondarono in suo onore il Premio Calvino immaginavano che sarebbe rimasto per trent’anni un punto di riferimento irrinunciabile per gli aspiranti scrittori italiani?

Dopo trent’anni la tradizione del Premio è ormai consolidata. Ha scoperto scrittori del calibro di Marcello Fois, Francesco Piccolo e Paola Mastrocola e ancora oggi i vincitori e i finalisti trovano posto nel panorama editoriale italiano: pensiamo ad esempio a Cesare Sinatti, autore de La Splendente, recentemente pubblicato da Feltrinelli. 
La Trentunesima edizione del Premio si è conclusa il 22 maggio a Torino. La giuria era composta da Luca Doninelli, Teresa Ciabatti, autrice de La più amata, Maria Teresa Giaveri, Mariapia Veladiano e Vanni Santoni, che ci aveva già parlato dell’importanza del Calvino in questa intervista. Durante la cerimonia presieduta dal presidente Mario Marchetti la giuria ha assegnato il premio a Filippo Tapparelli, autore de L’inverno di Giona, e le menzioni speciali a Riccardo Luraschi con Il faraone e ad Adil Bellafqih e il suo Il grande vuoto.

Abbiamo chiacchierato con Filippo Tapparelli riguardo l’esperienza al Premio, il suo romanzo e i suoi consigli agli aspiranti scrittori.

L.M.: Parto col farti una domanda forse banale, ma secondo me interessante per chi che vede arrivare il frutto delle proprie fatiche ad un traguardo così prestigioso: cos’hai provato quando hai capito che L’inverno di Giona era il romanzo vincitore della XXXI edizione del Premio?

F.T.: Ho provato – neanche a dirlo- un cocktail di emozioni piuttosto intense, che andavano dallo stupore alla felicità, passando per varie gradazioni di panico e agitazione. Il mio obbiettivo era quello di ricevere una scheda di valutazione (anche se, come tutti, credo) nutrivo la speranza di arrivare nella decina (novina, in questo caso) finale. Nel momento in cui Luca Doninelli, uno dei giurati, si è rivolto a me chiamandomi collega ho cominciato a realizzare che quello che stava accadendo forse era tutto vero.

L.M.: Durante la cerimonia di premiazione del Calvino, hai parlato di una croce rossa posta giorno dopo giorno sul calendario e di quanto è stata importante nel processo di creazione del tuo romanzo, “L’inverno di Giona”. Com’è nata la tua opera e che ruolo ha avuto la croce rossa sul calendario per il suo compimento?

F.T. : L’inverno di Giona è nato molti anni fa, da un racconto che avevo scritto per un mio amico. Quel ragazzino senza memoria mi è entrato subito dentro e, insieme a Norina (uno degli altri personaggi del romanzo) ha cominciato a far emergere una storia che non voleva saperne di restarsene nel suo cantuccio.
Non so se, come spesso si dice, i personaggi vivano di vita propria, ma sono certo che emergano dal nostro inconscio e che si portino dietro – anzi, fuori- qualcosa. La crocetta, anzi, le crocette rosse, sono state il mio metodo di scrittura. La mia disciplina. Ogni giorno, feste comandate comprese, dovevo metterne una sul mio calendario. Due tratti di penna bic per ogni giorno di scrittura, fino a quando non sono rimasti spazi bianchi. Ho scritto il romanzo in trecentoottanta giorni, senza mai nessuna pausa.

L.M.: Cosa pensi del giudizio espresso dalla giuria sul tuo romanzo?

F.T.: Credo si siano avvicinati abbastanza all’idea che ho de L’inverno, anche se, in tutta sincerità, non avendo pianificato nulla a tavolino per comporlo, non saprei descrivere nemmeno io quello che mi ha spinto a metterlo su carta.

L.M.: Come hai conosciuto il Premio Calvino e perché hai deciso di parteciparvi?

F.T.: Conoscevo da anni l’esistenza di questo premio, ma non avevo mai pensato di parteciparvi, fino a quando un’amica carissima mi ha convinto a provarci: nella peggiore delle ipotesi avrei ricevuto una scheda che mi avrebbe fornito gli strumenti per lavorare con precisione sui punti deboli della mia scrittura.

L.M.: Qual è stato fino ad oggi il tuo rapporto con la scrittura e come credi che il Premio possa farlo evolvere?

F.T.: Il mio rapporto con la scrittura è sempre stato conflittuale: ho sempre scritto più per necessità di far uscire qualcosa da me che per essere pubblicato. Ho iniziato a scrivere tardi, rispetto alla maggior parte degli scrittori che conosco. L’aver vinto il Calvino mi ha dato e mi sta dando un ottimo appiglio per ricominciare a scrivere. È un premio motivante.

L.M.: Quali scrittori sono per te fonte di ispirazione?

F.T.: In ordine sparso: Chuck Palahniuk, David Grossman, Italo Calvino, Raymond Carver. Non tanto fonti di ispirazione, quanto veri e propri insegnanti di scrittura.

L.M.: Come sono state le prime settimane da vincitore del Premio Calvino e quali sono ora i tuoi progetti futuri?

F.T.: Le prime settimane sono state abbastanza caotiche: due giorni dopo essere tornato da Torino, mi sono ritrovato in provincia di Lecce come ospite di un festival letterario. Nel mentre ho dovuto rispondere a parecchie domande da parte dei giornali e prepararmi per un secondo evento letterario a Padova. Sto cominciando a prendere fiato solo ora.

L.M.: Cosa consiglieresti a un autore esordiente che vuole scrivere il suo primo romanzo?

F.T.: Di prendersi un calendario, una penna rossa e mandarsi a memoria questo brano di Dino Buzzati: «Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l’animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi. Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche nostre illusioni. Crediamo di fare cosa importante tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca. Comunque, questo è il tuo mestiere, che non ti sei scelto tu, ma ti è venuto dalla sorte, solo questa è la porta da cui, se mai, potrai trovare scampo.
Scrivi, scrivi. Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare. (Forse.)»
Non so se questa cosa funziona per tutti, ma una cosa per me è certa: ogni storia è lì, appena dietro la punta delle dita e non farla uscire, per me è un atto di ingiustificabile egoismo.

(a cura di Loreta Minutilli)

 

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