“La vita davanti a sé”: il romanzo caleidoscopico d’un autore inesistente

La vita davanti a sé, Emile Ajar (Romain Gary)
(Neri Pozza, 2016 – trad. di G. Bogliolo)


La pubblicazione nel 1975 diLa vita davanti a sé” fu accolta in Francia come un caso editoriale, destinata a ispirare film e a diventare un classico della letteratura francese. Il suo autore era un perfetto sconosciuto, Emile Ajar. Ma in verità, Emile Ajar non esisteva. Si scoprì soltanto nel 1981, quando il vero autore, Romain Gary, Prix Goncourt nel ’56, era già morto, suicida, lasciando un biglietto: “Mi sono divertito abbastanza.”

Nel 1975 la critica riteneva Gary uno scrittore finito, fallito, ormai vecchio, ma egli trovò un modo per dimostrare che così non era: inventò una nuova identità, scrisse un’opera diversissima dal suo solito, e fu osannato e poi consacrato – proprio da quei critici con lui impietosi – come vincitore del Prix Goncourt (per la seconda volta, cosa che da regolamento del prestigioso premio non è possibile).
Gary è stato un genio e un mistificatore, e tutto questo basterebbe a rendere interessante La vita davanti a sé, se non fosse ch’è anche un romanzo meraviglioso.

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Siamo nella Parigi multietnica del 1970. La storia è raccontata in prima persona da Momò, un ragazzino arabo, forse algerino, figlio di ignota prostituta. Come tanti altri “figli di puttana” (così lui stesso si definisce) vive nella ‘rifugio’ di Madame Rosa, una ex prostituta ormai anziana, grassa e malata, che alleva clandestinamente i figli accidentali di cui le sue colleghe sono costrette a liberarsi.

Momò ha dieci anni, ma se ne sente molti di più. Non sono mai stato bambino, risponde alla gente stupita dal suo modo di parlare della vita. Cresce tra ebrei, emigrati africani, orfani, prostitute, mezzani, transessuali, tossici, circensi – questi i tipi umani che affollano il romanzo. Il suo miglior amico è Arthur, un vecchio ombrello vestito come una persona. Quando i grandi gli dicono con invidia che ha tutta la vita davanti a sé, lui si risente che glielo rinfaccino, non è mica una bella cosa. Vorrebbe soltanto poter tornare indietro, quando Madame Rosa era ancora giovane e bella, non grassa e malata come adesso. Non ha nessuno al mondo tranne lei, e lei non ha nessuno al mondo tranne lui.

Madame Rosa è ebrea, sopravvissuta ad Auschwitz. Sotto il letto conserva una foto di Hitler, la guarda quando si sente male, così da ricordarsi che le cose possono andar peggio. Sa che i suoi giorni sono contati, ma il suo sogno è di morire da sola, in campagna, e non in uno ospedale, dove ti fanno campare per anni come un vegetale. “Di ospedale non voleva nemmeno sentirne parlare, perché ti ci fanno morire fino alla fine invece di farti una puntura. Diceva che in Francia erano contrari alla morte dolce e ti costringevano a vivere fino a quando non riuscivi a schiattare” (p.80)

Pur nella miseria, Madame Rosa e Momò restano uno insieme all’altro, lottando con la vita e contro la vita. Ma quella che potrebbe sembrare una storia terribilmente infelice è scritta da Gary con genuinità e brio. Anche la povertà, l’infanzia preclusa, la mancanza di una famiglia, le discriminazioni di religione e d’ogni tipo sono trattate con ironia (che non è mai irriverenza) e una certa tenerezza. Il tutto è raccontato con la voce ingenua e puerile di Momò, in una lingua che mescola un gergo infantile e volgare insieme.

“Ascolta, Momò, tu sei il più grande, devi dare l’esempio: non devi più fare casino con tua madre. Avete la fortuna di non conoscere le vostre madri, perché alla vostra età c’è ancora la sensibilità, e loro sono delle puttane spudorate, roba da non crederci. Tu lo sai che cos’è una puttana?”
“È una che si guadagna da vivere col culo.”
“Mi domando dove hai imparato delle mostruosità di questo genere, ma c’è molto di vero in quello che dici.”
“Anche voi, Madame Rosa, vi siete guadagnata da vivere col culo quando eravate giovane e bella?”
Ha sorriso, le faceva piacere sentir dire che era stata giovane e bella.

Gary, attraverso la storia di una amicizia impossibile tra un bambino orfano e una vecchia prostituta malata, mostra altresì la (dura) vita degli emigrati stranieri a Parigi, il che assume un significato politico molto importante: erano anni in cui la Francia usciva da una grave crisi politica e sociale in concomitanza con la non pacifica decolonizzazione dei suoi possedimenti in Africa e Asia (su tutte si pensi alla lunga Guerra d’Algeria) e alla consequenziale ondata migratoria. Non è un caso se Momò si dice algerino.

Al pari degli altri bambini stranieri, egli è emarginato, privo di presente e soprattutto di futuro. Più volte si definisce “una merda”. È dedito a piccoli furti perché ha bisogno che qualcuno si accorga di lui; si getta davanti alle auto in corsa perché gode della cura con cui la gente evita di investirlo, e gode anche nel far loro paura.

Avevo anche voglia di farle più paura ma non era nei miei mezzi. Non ero ancora sicuro se sarei stato nella polizia o nei terroristi, vedrò più tardi quando ci sarò… Se volete sapere la mia opinione, se i ragazzi a mano armata sono così è perché non li avevano scoperti quando erano bambini e sono rimasti né visti né conosciuti. Ci sono troppi bambini per accorgersene, ce n’è persino di quelli costretti a morire di fame per farsi notare, oppure fanno delle bande per mettersi in mostra. (p.98)

“La vita davanti a sé”: un romanzo che è un caleidoscopio di personaggi pittoreschi, che incanta, stupisce, emoziona e diverte con l’acume e la delicatezza di un autore eccezionale. Romain Gary possiede la rara grazia narrativa per scrivere una storia sull’infanzia preclusa, sulla miseria, sulla morte e l’emarginazione col candore di una favola – moderna, fortemente ancorata alla realtà e ancora oggi molto attuale.

– Giuseppe Rizzi –

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