“Messia” ci porta nei meandri della magia religiosa del Sudamerica

Messia, AA. VV.
(Edizioni Wordbridge, 2018; trad. di V. Barca)

 

traviesa

La raccolta di racconti della quale sto per parlare ha come suo punto focale la religione, abbracciandone – quasi – ogni sfaccettatura. Da studentessa di filosofia e teologia, non poteva capitarmi una lettura migliore.

“Messia” è il secondo volume della collana Traviesa, un progetto nato in Sudamerica nel 2012 per creare uno scambio e un confronto tra un collettivo di giovani autori provenienti dai maggiori paesi dell’America Latina. Otto in tutto i numeri della collana, ognuno che affronta un tema specifico. La traduzione e la pubblicazione del progetto in Italia è dovuto a Edizioni Wordbridge.

I racconti della raccolta Messia sono tra loro estremamente diversi per stile e utilizzo del vocabolario, ma hanno qualcosa che li accomuna intimamente, oltre ovviamente al topos religioso. Credo che questa comunanza intrinseca vada ricercata nella provenienza geografica degli autori: tutti latino-americani, un posto che ha in sé una forte coloritura magico-sacrale, colore che vive ancora oggi. Il racconto fantastico trova terreno fertile tra queste righe e queste storie, e la scelta della tematica religiosa – a mio modesto avviso – è centrale per porre l’accento sul fantastico che pervade la vita dei personaggi.

Questo è ancora più vero se si tiene in considerazione che ci sono sempre due tipi di religione: quella dogmatica e quella sociale. In questo caso, la religione dogmatica entra poco nel campo narrativo, lasciando più spazio alla religione sociale: una religione fatta di superstizioni, convinzioni e associazioni causa-effetto illogiche tra gli eventi. Una religione, quella sociale, che motiva sé stessa più nella paura dell’ignoto che nel desiderio di conoscenza del Mistero – cosa che invece è campo della teologia.

Altro tratto distintivo che caratterizza questa raccolta è la scelta, forse inconscia, di mettere al centro della narrazione gli emarginati, gli strani, i reietti. Sabbia nera, ad esempio, ci mostra la vita di un ragazzino che diventa un ladro di macchine ed entra nel giro della malavita, che si innamora però di una ragazza appartenente ad un clan rivale. Il loro amore clandestino fa da sfondo ad una serie di convinzioni – tipiche di chi fa parte della malavita – mistico-sacrali che lasciano il lettore quasi intorpidito: non si è mai abbastanza abituati alla devozione, quasi tragicomica, di chi affida la sua spiritualità alla statuetta di un santo o una madonna, proprio poco prima di freddare un rivale o un soggetto scomodo.

I racconti di questa raccolta però evidenziano anche questo aspetto macabro della religione sociale: e cioè che tutti, indistintamente dal ceto di appartenenza, hanno una loro visione della spiritualità. Anzi, a volte è proprio il contesto sociale di appartenenza a plasmare la superstizione e la fede di certe persone, che compiono gesti rituali per esorcizzare la paura di una morte sempre presente, sempre alle spalle di chi uccide e mai di chi viene ucciso. Scegliere di parlare del disagio attraverso lo sfondo antropologico del credo religioso consente di guardare ad una fascia emotiva inedita per chi, invece, guarda a certi soggetti solo da un punto di vista narrativo o letterario.

Da questo punto di vista, ho trovato ancor più interessante il secondo racconto della raccolta, Come ho conosciuto i Sefraditi, che ci narra l’ascesa mistica da un punto di vista privilegiato, quella della persona prescelta che riceve la chiamata. Subisco un forte fascino per la mistica e tutto ciò che riguarda il soprannaturale religioso: c’è qualcosa di impronunciabile nell’esperienza di chi si eleva al grado del divino, in una sorta di divinizzazione dell’umano, un innalzamento delle facoltà mentali talmente alto che il contenuto di quest’ascesi non risulta mai completamente pronunciabile.

Paradossalmente, la spiegazione a certi dilemmi linguistici l’ho scovata nel racconto successivo: La pietra e il flauto. Il racconto parla di un uomo, un vecchio figlio dei fiori in decadenza, che racconta le sue visioni a ratti delle fogne. Anche qui, il pensiero magico e le visioni soprannaturali tornano a fare da supporto sacrale-religioso. In questo racconto, ho trovato delle parole che – se le avessi lette prima di scrivere la mia tesi di laurea – avrebbero forse contribuito non poco alla comprensione della mia ricerca: «Il linguaggio rimandava al fatto che un’idea-piovra aveva allungato i suoi tentacoli in ogni mente, sostituendo i suoni familiari e lasciando al loro posto, come una spina, il lato sinistro dell’amore. Sì, ho detto amore. Anche se probabilmente volevo dire “una fede cieca”».

Concludendo, l’ultima considerazione che credo sia importante fare, è che questa raccolta – attraverso il volto della religione – presta voce anche ad una serie di problematiche psichiatriche dal punto di vista di chi le vive. In Come ho conosciuto i Sefraditi, il protagonista ha delle visioni e deve prendere delle medicine. In qualsiasi altro contesto si sarebbe potuto parlare di schizofrenia, ma non qui: non in un luogo – che non è solo l’America Latina, ma è ovunque, è un non-luogo – in cui la fede e la religione sorreggono anche le superstizioni sulle malattie, le convinzioni sulla mente e sui suoi processi più intimi.

Questa raccolta ci fornisce un documento importante della direzione che sta prendendo il racconto sudamericano, ci mostra una grande varietà, sia di stili che di argomenti. La religione è “solo” un espediente narrativo per far emergere ancora di più il fantastico che alberga in queste storie del “sottosuolo”, dei reietti e dei dimenticati.

 

Clelia Attanasio

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