“Novantanove notti nel Lowgar” a raccontare storie

Novantanove notti nel Lowgar, Jamil Jan Kochai
(Einaudi, 2020)

9788858433218_0_0_626_75Novantanove notti nel Lowgar è l’esordio letterario di un gioavane autore di origini pakistane. Io questo dettaglio l’ho scoperto solo a lettura conclusa, e mi sembra doveroso specificarlo qui come premessa. Per la precisione, Jamil Jan Kochai è nato in un campo profughi afgano in Pakistan, ma è cresciuto negli Stati Uniti e ha iniziato a dedicarsi alla letteratura direttamente in inglese, reinterpretando la sua cultura d’origine in un romanzo profondo e maturo, difficilmente assimilabile all’idea di un’opera prima.

Novantanove notti nel Lowgar ci porta infatti nella provincia afgana del 2005, nel pieno delle rappresaglie statunitensi post 11 settembre. Il giovanissimo Marwand e i suoi fratelli ritornano per novantanove giorni nella loro terra d’origine, dopo anni passati in America. La narrazione, almeno quella principale, comincia la trentaduesima mattina, quando Marwand e i suoi zii e cugini (tutti più o meno coetanei) organizzano una spedizione fuori dal loro compound familiare per andare a cercare Budabash, un gigantesco e feroce cane in fuga. Da quel momento si alternano capitoli ambientati prima e dopo la spedizione, in modo da raccontare anche l’arrivo di Marwand nel Lowgar, per poi proseguire in una forma più lineare a partire dalla seconda parte del romanzo.

All’interno dei singoli capitoli, la narrazione spesso si interrompe drasticamente per inserire delle storie, che possono o meno essere connesse alle vicende principali. Sono gli stessi personaggi che sentono il bisogno di intrattenersi raccontando storie vere o false, realistiche o improbabili, un’usanza culturale a cui l’americano Marwand fatica ad adattarsi. Anche per questo, spesso ci si riferisce all’opera di Kochai come a “Le mille e una notte afgane”: d’altro canto, il rimando è evidente fin dal titolo, e non si può negare un certo piacere nel richiamarne volutamente la struttura.

Il tratto più delicato e affascinante di questa particolare scelta narrativa è il modo in cui Kochai ha unito la favola al reale. Spesso le storie raccontate sono più realistiche e probabili degli sviluppi della trama principale: parlano di soldati e di guerra, di talebani e politica, mentre le vicende di Marwand si perdono in sviluppi favolistici, con labirinti senza capo né coda, ladri gentili che compaiono e scompaiono a piacimento, un’epidemia di mal di mare terrestre, cani-lupi che non possono essere fotografati e così via con una lunga serie di situazioni improbabili e affascinanti, ciascuna delle quali ricade però quasi sempre in una chiusura verosimile.

Man mano che la narrazione prosegue, ci si domanda sempre di più se bisogna prendere alla lettera la storia oppure no. Alcuni aspetti sono fin troppo realistici, a partire dai sottili e curati rimandi culturali, ma anche i rapporti familiari e le vicende che coinvolgono prevalentemente gli adulti. Marwand e i suoi giovanissimi parenti si ritrovano invece spesso invischiati in situazioni assurde, ed è difficile comprendere fino a che punto, nella finzione del racconto, vadano considerate reali.

L’altro aspetto che contribuisce in modo indiretto a estraniare il lettore dalla concretezza della narrazione è l’uso della lingua araba. Molti termini vengono adoperati con ovvia naturalezza, essendo specifici di quella realtà socio-culturale, ma non sempre sono facili da decifrare per il lettore europeo. Alcune parole sono ormai penetrate anche nel nostro sentito quotidiano: non bisogna conoscere l’arabo per sapere cosa vogliono dire termini come imam, jihad o mujaheddin, sappiamo cosa sono le sure e gli hadith, e una volta capito dove si trova il Lowgar non è difficile muoversi anche sul piano geografico. Però poi ci sono tutti gli altri termini, come le diverse invocazioni ad Allah o i nomi dei vari legami parentali, che servono a entrare nella storia ma che non appartengono al sapere comune occidentale.

A lungo andare diventa però evidente che questo senso di estraneità è voluto:  non si può mai entrare completamente nel racconto, come Marwand non riuscirà mai ad adattarsi completamente alle usanze locali. La cura con cui viene gestito il richiamo alla cultura afgana contribuisce ulteriormente a ostacolare qualsivoglia immersione empatica nella storia, quantomeno per il lettore occidentale. Molti elementi vengono dati per scontati, come il fatto che i ragazzini si abbraccino e si tengano per mano mentre camminano per la strada, l’abbondanza di matrimoni combinati, le donne che si coprono il volto con una pluralità di copricapi e abiti tipici, le regole dell’ospitalità, e tutta quella lunga serie di dettagli facilmente ricollegabili a una certa realtà culturale molto lontana dalla nostra. Il lettore occidentale può quindi solo guardarla da lontano, con il fascino dell’esotico e la consapevolezza che qualcun altro avrebbe appreso dalla stessa lettura molto più di quanto non è concesso a noi.

E questo, a lettura terminata, è il mio unico cruccio: vorrei poter cogliere tutto quel che Novantanove notti nel Lowgar ha da offrire, e invece posso solo stare al gioco di Kochai e accettare di non poter comprendere tutto.

Anja Boato

 

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