L’orrore generazionale nel romanzo di Matteo Grilli

Crocevia di punti morti, Matteo Grilli
(Effequ, 2020)

CroceviaDPM_copertinaLa parte che preferisco di It sono quei capitoli iniziali in cui i ragazzi, ormai diventati grandi, ricevono le chiamate del loro unico amico rimasto a Derry e scoprono che quella cosa con cui hanno combattuto da piccoli è tornata. Adoro quelle pagine perché sono l’inizio della storia, ovviamente, e quindi caricano una tensione che ci farà tirare dritto fino alla fine del romanzo; ma non solo: mi piacciono perché sono dei magnifici ritratti. Raffigurano con poche pennellate la vita di alcuni adulti, lasciando intendere con altrettanta efficacia, senza spiegare troppo, i bambini che sono stati.

Mi ricordo che quando ho letto per la prima volta quella parte – ero un lettore forte: avevo già letto Faulkner – sono rimasto impressionato dallo spessore umano dei personaggi, così sottilmente delineati dal punto di vista psicologico che non sembrava di avere tra le mani quello che allora consideravo – erroneamente – un romanzo di genere. Per quanto mi riguarda la potenza di It sta tutta lì: nella capacità di mescolare questa letterarietà pura, questa attenzione per l’uomo e le sue complessità, le trasformazioni che può compiere nell’arco di una sola vita, con fontane di sangue e ragni giganti, senza che l’abbinamento suoni in alcun modo forzato.

E devo dire che quando ho iniziato a leggere Crocevia di punti morti, il romanzo d’esordio di Matteo Grilli, ho avuto un’impressione piacevolmente simile. Anche qui abbiamo dei ragazzi che tornano al loro paese d’origine, il Pozzo, per affrontare certi mostri – stavolta più interiori che esteriori – e le personalità di alcuni di loro (mi riferisco in particolare a Celeste e Massimo) emergono in modo inaspettatamente ricco, nonostante la prosa aggressiva, a tratti quasi pulp. Nel centinaio di pagine iniziali si può trovare – tra un porcodio e l’altro – una vitalità, un respiro che ricordano quei ritratti che citavo prima; messi al servizio, stavolta, di uno sguardo decisamente – inconsapevolmente? – generazionale. Retrogaming, esami da fuoricorso, delusioni lavorative e nevrosi esistenziali: in altre parole l’immagine inclemente del mio tempo.

E quando dico inclemente intendo proprio impietosa, incazzata: i poveri personaggi di questo libro non sembrano trovare una luce in niente, neanche nell’unione delle loro solitudini – l’incontro tra i protagonisti di un romanzo polifonico di solito funge da interruttore per un cambiamento (solo insieme i ragazzi di It riescono a sconfiggere il male), e invece qui anche quando la comitiva si riunisce nessuno sembra avere intenzione di cambiare. Sono sconosciuti e tali rimangono, infelici di una tristezza che a tratti disgusta: proprio per l’immobilità, la totale assenza di energia e di intenzioni, l’incapacità di reagire al mondo e a se stessi, a immaginare – anche solo immaginare – un futuro migliore.

A differenza di It – che viene citato più volte in Crocevia di punti morti: non solo nelle atmosfere e nelle trovate narrative, ma proprio come riferimento culturale che ossessiona certi personaggi –  qui l’unione tra il fantastico (anche se verrebbe piuttosto da parlare di weird) e il tratto generazionale non mi è sembrato per niente riuscito: nonostante tutto il sangue e i cuccioli di drago, in chiusura i ragazzi non sono molto diversi da com’erano all’inizio, e non si capisce bene come andranno avanti le loro esistenze sciagurate. Che fine farà la mia generazione? È la domanda forte che Grilli mi ha suscitato, ma che è rimasta appunto solo una domanda, priva di qualsiasi tentativo di risposta.

Allora sono rimasto combattuto tra il fastidio per dei personaggi con cui non empatizzo, che non cambiano, che mi fanno incazzare per la loro apatia, e dall’altro lato lo stupore per la verità nascosta, oscura, che il libro stava tirando fuori: un futuro noi non ce l’abbiamo proprio, non l’abbiamo mai avuto, inutile fingere e fare gli ottimisti. Questo nostro presente è un buco nero, un orrore in cui affogare. Vedi la solitudine di Celeste, che passa tutto il suo tempo davanti a vecchi videogiochi? Vedi la frustrazione di Massimo, che ha cercato di diventare uno scrittore e si trova a sceneggiare su commissione storie di scarsa qualità che non saranno mai prodotte? Ecco. È lì che stiamo andando.

Ho dovuto ragionare molto per capire quale tra questi due sentimenti fosse alla fine quello prevalente. Intanto sono stato depresso per una settimana: mi ripetevo che quella non era la mia vita: non voglio essere come quei personaggi, non voglio perdere ogni barlume di speranza, tutto questo non è vero. Una risposta poi l’ho trovata, naturalmente, ma non la scrivo qui perché è mia e basta. Posso solo dire che l’indecisione, la sospensione del giudizio, devono essere considerati già di base dei risultati positivi: un racconto punge solo se è vivo. Ci sono le storie morte, che lasciano indifferenti nel bene o nel male, e le storie pulsanti, che ti costringono a fare i conti con qualcosa che non vuoi accettare. Che mi sia piaciuto o no, trovo che questo romanzo sia indubbiamente qualcosa che pulsa, un incubo a occhi aperti: leggetevelo per scoprire il resto.

Pierpaolo Moscatello

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