Un piccolo passo per un uomo: l’ordine e il caos in “Febbre da fieno” di Stanisław Lem

Febbre da fieno, Stanisław Lem
(Voland, 2020 – Trad. L. Pompeo)

Capita che la letteratura di genere riesca a dare i suoi migliori risultati quando si trova a confrontarsi con i limiti che le sue stesse regole le impongono. In ragione della sua struttura “meccanica”, il genere giallo lascia allo scrittore una libertà soltanto relativa nella variazione di intreccio e fabula. Da qui il bisogno avvertito da alcuni autori di servirsi degli stilemi del giallo con lo scopo di scardinarli per intraprendere una riflessione al di là del genere. Febbre da fieno rientra in questa categoria di romanzi.

Febbre da fieno di Stanisław Lem, pubblicato per la prima volta in Polonia nel 1975, si inserisce in quel filone della narrativa poliziesca che, giocando con la necessità d’ordine che ogni mistero da risolvere implica, investiga l’azione del caso negli eventi più e meno ordinari. Nel romanzo di Lem presenziano tutti gli ingredienti canonici del genere, anche se declinati in maniera singolare.

Le ricerche si svolgono tra Napoli, Roma e Parigi, ma a condurle, al posto del classico detective, è un ex astronauta congedatosi dal proprio lavoro perché meno idoneo di altri alle missioni spaziali: destinato alla gloria del suolo di Marte, si è sorpreso relegato al ruolo di riserva, a causa di un unico difetto, ovvero il suo raffreddore da fieno. Così come abbiamo un detective, nel romanzo di Lem abbiamo anche un caso intricato da risolvere.

Non si tratta però di un caso intricato qualunque. Non un solo delitto, ma una serie di suicidi o tentativi di suicidio preceduti da follia o forse avvelenamento – le vittime sono uomini accomunati da un insieme di caratteristiche tutt’altro che riconducibili a una logica criminale precisa: nordeuropei o americani, senza famiglia, sulla soglia dell’andropausa e al termine della parte migliore della loro vita, affetti da calvizie e allergie varie, indirizzati a Napoli per curare con bagni sulfurei i loro reumatismi. Il nostro detective, d’altronde, condivide con loro le medesime condizioni, esclusa la calvizie: il protagonista e narratore del racconto è stato chiamato in causa da un’agenzia investigativa proprio per la sua rispondenza con le caratteristiche modello del delitto – l’obiettivo del suo incarico è realizzarne una simulazione a Napoli.

Per quanto riguarda il terzo elemento canonico del genere dopo il detective e il delitto, ovvero il colpevole, bisogna premettere una precisazione: se il detective e i delitti di Lem possono apparire insoliti, è il colpevole a costituire l’asso nella manica di Febbre da fieno. Il problema del protagonista, infatti, ancor prima che nell’individuare quale principio abbia indirizzato la serie dei suicidi, sta nell’individuare se un principio ci sia stato e quindi se ci sia stato un colpevole, perché al contrario ogni dettaglio del dossier sembra essere stato guidato dal puro caso: «[…] si è trovato tra persone che pensano in stile poliziesco. È uno stile adatto a dare la caccia ai criminali, ma non a verificare se il criminale esista o meno» spiega il dottor Barth, scienziato al quale il protagonista si è rivolto.

Ecco il bivio che instrada il romanzo di Lem su una via diversa rispetto ai tipici polizieschi: è la scienza a entrare a gamba tesa con i propri dubbi e le proprie inquietanti certezze nello scioglimento dell’enigma. Febbre da fieno è un’opera di incrocio tra i generi, che trasgredisce e irride il giallo mentre sfuma nella fantascienza. Il mondo di Lemy segue le leggi invisibili della chimica e della statistica, che non temono l’entropia, e che di conseguenza calzano alla perfezione l’interrogativo del romanzo: fino alla fine della storia il lettore non abbandona mai il dubbio che i deliri e i suicidi delle vittime possano essere tanto frutto di crimini quanto di coincidenze, o forse di entrambe le cose.

«Due opposte polarità guidano la mia mano. Da un lato è il caso, dall’altro il principio ordinatore che dà forma alla nostra vita» scriveva Lem in Sulla mia vita. E questa doppia tendenza, questa tensione tra le due entità di misterioso caso e di altrettanto misterioso ordine, si registra anche in Febbre da fieno. La vicenda si apre con il caso e con il caso si risolve, e tuttavia l’ordine che risulta dall’azione del caso sul caso rimane un ordine caotico.

Da un punto di vista statistico, con il passare del tempo e il ripetersi dei tentativi, volontari o meno, di risolvere un mistero, per quanto improbabile ne sia la risoluzione, l’esistenza stessa di una probabilità di risoluzione fa sì che prima o poi quella probabilità si verifichi – così spiega Lem a chi non crede che un caso d’indagine possa essere risolto, appunto, con il caso. Ed è questa la “febbre da fieno” cui allude il titolo, l’insieme delle improbabili probabilità che si presentano a ciascun individuo in quanto unico e soggetto all’agire continuo di catene di cause e di conseguenze: la malattia impedisce al protagonista di salpare alla volta di Marte, ma lo salva dalla delusione del ritorno sulla Terra e gli permette di sciogliere il mistero.

La consapevolezza di essere immersi in un fluire di spinte l’una dipendente dall’altra ridimensiona l’eccezionalità con cui l’uomo è solito guardare a se stesso, nel bene e nel male. Se il crimine, volontario o meno, è solo uno degli innumerevoli tasselli all’interno di un quadro più grande, quando si può parlare di crimine? Allo stesso modo, come non possiamo prenderci l’onore della colpa, nemmeno possiamo rivendicare responsabilità dirette sul merito. Vorremmo poter “volare su Marte”, essere padroni del nostro destino nonché comprenderne il disordine, ma per sopravvivere ai difetti della vita e non “ucciderci” come le vittime dell’enigma del romanzo, è necessario rimanere con i piedi per terra.

Agli occhi degli scienziati di Lem il disordine reca in se stesso il principio dell’equilibrio. Ma l’ottimismo che a un primo sguardo appare risultare per paradosso da una visione totalitaria del caso presto si dimostra più sgradevole del previsto: è il caso a piazzare il primo e l’ultimo anello della sequenza – e il primo e l’ultimo sono al contempo ultimo e primo e mediani –, e noi ne siamo solo strumenti.

Una delle domande che sorgono dalla lettura di Febbre da fieno è in che tempo la trama del libro sia ambientata. In effetti, se si confronta l’età del protagonista, cinquant’anni, con la sua partecipazione, da giovane, allo sbarco in Normandia, non si riesce a risalire verso il nostro presente, cioè il futuro di Lem, oltre gli anni Settanta, cioè il presente di Lem al momento della stesura. Eppure nel testo figurano accenni a tecnologie tutt’oggi inesistenti e a situazioni politiche velatamente in odore di distopia. Si potrebbe dire allora che Lem abbia voluto immaginare un altro dei tanti mondi possibili, un’altra delle tante improbabili probabilità non meno vere della nostra.

Elisa Ciofini

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