Il grande romanzo dimenticato di Ken Kesey

A volte una bella pensata, Ken Kesey
(Edizioni Black Coffee, 2021 – Trad. S. Reggiani)

È il 1975 quando al cinema esce il film di Miloš Forman, vincitore di cinque premi Oscar, Qualcuno volò sul nido del cuculo, tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey uscito nel 1962. Complice anche il grande successo della pellicola, nel 1976 Rizzoli pubblica il libro nella traduzione di Bruno Oddera. Forse, però, non tutti sanno che dopo aver raccontato la vita all’interno di un ospedale psichiatrico Ken Kesey scrisse un romanzo mastodontico, per dimensioni e ambizioni, che racconta la vita di una cittadina immaginaria dell’Oregon, Wakonda, dove una famiglia di falegnami si rifiuta di aderire allo sciopero indetto dai loro concittadini che chiedono il mantenimento dello stesso salario a fronte di un orario lavorativo ridotto. Il romanzo in questione, pubblicato nel 1964, è Sometimes a Great Notion dal quale nel 1971 è stato tratto un film diretto e interpretato da Paul Newman, arrivato in Italia col titolo di Sfida senza paura; a maggio di quest’anno, cinquantasei anni dopo la sua uscita in America, è stato invece pubblicato per la prima volta nel nostro Paese da Edizioni Black Coffee col titolo: A volte una bella pensata.

«Boschi, natura, famiglia: messa così, sembra una saga da Midwest con quello stile secco ormai insopportabile. Dialoghi essenziali, fatalismo funebre, il vecchio zio col fucile carico sputa una presa di tabacco per terra mentre la nipotina incinta riordina e lo sputo fa splotch. Invece no». Come spiegato in maniera brillante da Marco Rossari nella prefazione, questo è molto più di un romanzo che racconta l’immaginario del Midwest con strumenti tematici e stilistici già collaudati. Ken Kesey era una figura iconica, quasi leggendaria nell’America degli anni ’60 e ’70, che univa la filosofia della Beat Generation a quella hippy: fu tra i più grandi promotori del consumo di droghe psichedeliche e intraprese insieme, tra gli altri, a Neal Cassidy (il Dean Moriarty di Sulla strada) un viaggio attraverso gli Stati Uniti a bordo del suo van, il ‘Furthur’, un viaggio che è poi stato descritto nel libro di Tom Wolfe, Electric Kool-Aid Acid Test (1968).

Una delle caratteristiche più evidenti di A volte una bella pensata è il coro di voci che emerge dalla pagina. L’autore applica un flusso di coscienza che intreccia i discorsi e le parole di più personaggi allo stesso tempo al racconto di una famiglia di boscaioli: «Prendete i personaggi forti e veri di Steinbeck […] e fateli amalgamare in una prosa polifonica alla William Faulkner […], aggiungete un pizzico di psichedelia beat. Eccoci. O viceversa. Prendete William S. Burroughs e il Pasto nudo, applicateli alla dura vita dell’Ovest: un esperimento che nessuno aveva fatto».

Il risultato di questa moltitudine di voci è un romanzo che fa del conflitto uno delle sue caratteristiche principali: c’è lo scontro fra uomo e natura, con la pioggia che permea ogni pagina, il fiume e gli alberi che governano la vita degli uomini; c’è la lotta fra i cittadini di Wakonda e la famiglia Stamper che, come ribadisce il loro motto, non cedono mai di un millimetro; e infine c’è la contrapposizione fra Lee e Hank, fratelli nemici, attorno ai quali ruota buona parte del romanzo. Se da una parte troviamo Hank, uomo forte e irriducibile, «capace di tenere sollevata a braccio teso una bipenne per otto minuti e trenta secondi», dall’altra Lee è un intellettuale che torna a casa dopo aver studiato sulla costa Est e che fatica a stare dietro ai ritmi di lavoro di Hank. Il loro complicato rapporto diventa allora espressione di due anime americane, una più rude, legata alla terra e al mito della frontiera, l’altra più cerebrale.

Kesey mette in scena una serie di conflitti per gettare luce sugli sforzi necessari ad accettare gli altri senza per questo rinunciare alla propria individualità. Dando voce a più personaggi, con una tecnica capace di far emergere quasi contemporaneamente i diversi punti di vista e le diverse azioni compiute, l’autore ci obbliga a compiere lo stesso sforzo descritto nel libro se vogliamo accogliere la pluralità di idee presentate. Non ci viene mostrato un mondo diviso fra buoni e cattivi dove è facile capire da che parte stare, tutt’altro: ogni personaggio del libro ha una sua dignità e una sua drammaticità e anche chi compare solo fugacemente nella narrazione lascia un segno indelebile nel lettore, facendo vacillare le sue convinzioni su cosa sia giusto e sbagliato. In questo senso A volte una bella pensata è un romanzo difficile, non solo perché nella sua versione italiana conta più di ottocento pagine, ma anche e soprattutto per la sua capacità di farci vivere in prima persona le complicate dinamiche che governano un universo sfaccettato.

Nonostante l’opera sia tutt’altro che semplice, sia nella forma sia nel contenuto, ci troviamo di fronte a una lettura appassionante nella quale le tante voci che sentiamo non si sovrappongono in maniera confusa, ma restituiscono una realtà a trecentosessanta gradi, che scompone e ricompone la narrazione per presentare un mondo tridimensionale e vivo.

È impossibile dire perché un libro così importante, di un autore iconico come Ken Kesey, non sia mai stato tradotto prima in italiano. È sicuro però che si tratta di un’impresa notevole per una piccola casa editrice come Black Coffee che con coraggio ha investito tempo e risorse su un’opera che merita di essere scoperta nella temeraria traduzione di Sara Reggiani.

Francesco Cristaudo

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