Sublimi costruzioni e umani miserabili

La Sublime Costruzione, Gianluca Di Dio
(Voland, 2021)

Odisseo non si è fermato a Itaca: da millenni l’eroe omerico continua il suo viaggio, entrando in porti sconosciuti prima (per dirla con Francesco Guccini), parlando alle sensibilità più diverse, prestandosi a riscritture amorevoli o violente. L’Odissea è un enorme serbatoio di archetipi dell’immaginario occidentale, a cui autori e persone comuni hanno sempre attinto per raccontarsi.

È il caso di Gianluca Di Dio, che nel suo ultimo romanzo riprende lo schema omerico per scrivere una storia molto diversa. Il protagonista, Andrej, non si mette in viaggio per tornare a casa: ne cerca una nuova, dopo che la sua città è stata distrutta da un’inondazione. In questo mondo devastato, dai forti tratti distopici e onirici, una misteriosa corriera bianca raccoglie volontari disposti a partire verso la Sublime Costruzione: un cantiere perenne che offrirà lavoro a chiunque, come annuncia un volantino dai toni enfatici. La sua funzione pratica resta oscura, ammesso che esista: sembra che il cantiere trovi la sua ragion d’essere nel dare una dignità e un posto nel mondo a una massa di diseredati, come se facesse parte del New Deal rooseveltiano.

Andrej e l’amico Årvo salgono quindi sulla corriera, che all’interno si presenta come un dormitorio stipato corpi: qui i due incontrano un’umanità miserabile e delirante, fatta di strani personaggi che a volte ispirano repulsione, ma con i quali pian piano si sviluppa un’inevitabile solidarietà tra naufraghi. Il viaggio, infatti, riserverà sorprese terribili: a ogni tappa l’autore rivisita un episodio del viaggio di Odisseo, dando però un tono più cupo all’intera vicenda. In alcuni casi, le disavventure di Andrej si discostano così tanto dalla fonte omerica che il lettore farebbe fatica a riconoscerla senza le citazioni dell’Odissea inserite all’inizio di ogni capitolo. Sarebbe quindi più corretto parlare di suggestioni che di riscrittura: è come se l’immaginario omerico appartenesse a un sostrato profondo e quasi inconscio, che si popola di istanze diverse nel suo percorso verso la superficie.

Quello dell’Odissea è un mondo certamente pericoloso, ma anche illuminato dall’eccitazione delle continue scoperte e dalla bellezza della natura. Il viaggio di Andrej, invece, avviene in una perenne notte polare, in mezzo a un paesaggio deserto e ghiacciato. In questo scenario disperato e maleodorante, Andrej e i suoi compagni devono farei i conti col fascino dell’oblio, con la tentazione di rifugiarsi nei paradisi insidiosi del sesso o del sonno: per tutta la narrazione, lo squallore si mescola a un incantamento dolciastro ed equivoco. 

Sul piano stilistico, Di Dio compie una serie di scelte che accentuano questa atmosfera delirante e disarmonica – soprattutto nei dialoghi, in cui è molto efficace la mimesi con il pensiero sconnesso dei personaggi. Inoltre, grazie ai frequenti e improvvisi cambi del tempo verbale, il lettore vede la scena allontanarsi e avvicinarsi bruscamente: l’effetto è quello dello zoom in-zoom out di una telecamera, e produce un senso di spaesamento. Infine, l’autore dimostra una grande capacità di combinare costruzioni oniriche e fantastiche con dettagli prosaici come l’industria pornografica o l’ossessione per il body-building. Se le prime danno una connotazione intimista ed esistenziale al viaggio di Andrej, i secondi aggiungono degli elementi di critica sociale – anche se questa resta sempre implicita, filtrata com’è dalle lenti deformanti della storia. 

A volte, va detto, le immagini sono così insolite e articolate che diventa complicato farle visualizzare al lettore, le descrizioni perdono fluidità e diventano un po’ macchinose. Ma la potenza immaginativa dell’autore è indubbia, così come la sua capacità di creare un’atmosfera disturbante e colma di disperazione. 

Per quanto sia pervasiva, però, questa disperazione non domina incontrastata nella narrazione: dove c’è un viaggio c’è necessariamente una tensione verso qualcosa, una ricerca di una meta felice che cancellerà ogni dolore. In effetti, il benessere promesso dalla Sublime Costruzione appare a tratti di tipo più spirituale che materiale. Andrej, uomo senza nessun talento particolare, cerca nel cantiere non solo un mezzo di sostentamento, ma soprattutto qualcosa che dia significato alla sua vita, che la definisca attraverso il lavoro. Lo stesso vale per altri passeggeri della corriera, come l’uomo senza nome che parla a pag. 51:

«Mia moglie è rimasta a casa, ha voluto che andassi, ha detto che si può essere ancora felici, quando si può fare il lavoro che ci piace si può essere felici comunque, anche senza nessuno vicino… Vero?… È… è il lavoro che ci salva, vero? Lo sa anche lei che è così? È il lavoro che ci fa dimenticare ogni cosa, è il lavoro, vero o no? Me lo dica anche lei!» 

L’autore imposta quindi una riflessione molto interessante e poco esplorata dalla letteratura recente: cos’è un lavoro? Cosa dovrebbe essere? Cosa dovrebbe dare a chi lo svolge? Sono domande che attraversano tutto il romanzo, anche se forse non hanno il risalto che meriterebbero. Infatti l’esuberanza dell’apparato fantastico, che pure è uno degli aspetti più interessanti e riusciti del romanzo, si rivela anche un’arma a doppio taglio: catalizzando tutta l’attenzione del lettore, rischia di offuscare questa dimensione più concreta e speculativa. È quindi un peccato che la tematica non sia stata sviluppata fino in fondo; c’è da dire, però, che questo probabilmente non rientrava tra gli intenti dell’autore. La Sublime Costruzione, infatti, è un romanzo che attinge agli strati profondi dell’inconscio e gioca con le suggestioni e le associazioni, piuttosto che col ragionamento; propone degli spunti, ma li lascia volutamente in una forma criptica e aperta alle interpretazioni. In questa prospettiva, quindi, l’esperimento di Gianluca Di Dio può dirsi riuscito: l’autore ha creato un universo di notevole impatto emotivo, affascinante e respingente al tempo stesso.

Benedetta Galli

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